«Bianca? Ci sei ancora?»
La voce di mio padre arrivava dal telefono come da una stanza lontana.
Guardavo il riferimento bancario sul foglio, mentre la dottoressa Bensi si avvicinava di nuovo al letto.
«Sono al San Martino, a Genova. Papà, non venire da solo.»
«Che cosa è successo?»
«Gabriele è stato qui. Mi ha lasciato documenti che non capisco e credo che riguardino la tua azienda.»
«Prima pensa a partorire. Io arrivo e non prenderò decisioni senza averti ascoltata.»
La chiamata terminò proprio mentre una contrazione mi costringeva a chiudere gli occhi.
La dottoressa controllò i monitor e mi spiegò che il secondo gemello continuava a mostrare segni di affaticamento.
Mi propose di procedere rapidamente con un taglio cesareo, dopo avermi illustrato i rischi e le ragioni della scelta.
«Posso vedere i bambini appena nascono?» chiesi.
«Faremo tutto il possibile. Se avranno bisogno di assistenza, prima li aiuteremo a respirare e a stare bene.»
Annuii.
Avevo paura, ma per la prima volta in quella giornata qualcuno mi stava parlando con rispetto, invece di decidere al mio posto.
Prima di essere accompagnata in sala operatoria, inviai a me stessa le fotografie dei documenti e le inoltrai a un indirizzo che usavo solo per conservare i miei atti personali.
Chiesi inoltre all’infermiera di mettere la cartellina in una busta sigillata tra i miei effetti.
Non volevo che Gabriele tornasse a recuperarla mentre ero assente.
Le luci del corridoio scorrevano sopra di me.
Mentre il lettino attraversava il corridoio ripensai all’ultima cena con mio padre.
Gabriele aveva riso di un impiegato che aveva rifiutato una promozione per stare vicino alla figlia malata.
«Un uomo deve lasciare qualcosa che porti il suo nome», aveva detto.
Io avevo risposto che una famiglia non era un’azienda da ereditare.
Lui mi aveva stretto il ginocchio sotto il tavolo, il suo segnale abituale per farmi tacere.
Solo adesso capivo quanto spazio gli avessi ceduto pur di non litigare.
Quando sentii il primo pianto, mi misi a tremare.
«È nata la bambina», disse una voce vicino a me.
Provai a voltarmi, ma mi chiesero di rimanere ferma.
Seguì un intervallo che mi parve infinito, poi arrivò un secondo vagito, più breve.
«E c’è anche il fratellino.»
Una delle ostetriche mi mostrò per un istante un viso minuscolo avvolto in un telo.
Non capii quale dei due fosse, ma vidi una bocca contrarsi e pensai che avrei ricordato quel gesto per tutta la vita.
Poi mi spiegarono che la bambina aveva bisogno di un controllo respiratorio in neonatologia.
«E il maschio?» domandai subito.
«Sta reagendo bene. Ti aggiorniamo su entrambi.»
Nel risveglio dopo l’intervento, la prima cosa che vidi fu mio padre seduto accanto alla finestra.
Non indossava uno dei suoi abiti eleganti, ma un maglione scuro sotto il cappotto aperto.
Aveva le mani intrecciate e gli occhi arrossati.
«Sono qui», disse avvicinandosi.
«La bambina?»
«I medici la stanno osservando. Mi hanno detto che respirava con un piccolo aiuto e che ci avrebbero aggiornati. Il maschietto sta bene.»
Mi accorsi che avevo trattenuto il respiro.
Mio padre mi prese la mano, ma non fece domande su Gabriele.
Aspettò che fossi io a parlare.
«Ha avuto un figlio con Clara», dissi.
«Mi ha offerto 250.000 euro per sparire dalla sua vita insieme alla bambina.»
Valerio abbassò gli occhi, poi li rialzò su di me.
«Mi dispiace che tu abbia dovuto sentire queste parole oggi.»
«Non sono soltanto parole. Ha lasciato una richiesta di pagamento. Centocinquantacinquemila euro. Clara ha firmato con lui.»
Gli mostrai le fotografie sul telefono.
Mio padre riconobbe il modello del modulo, ma non pretese di interpretarlo subito.
«È la richiesta con cui un dirigente propone di pagare un fornitore», disse.
«Non significa che il bonifico sia partito. Ma se l’IBAN di un privato è stato inserito al posto di quello di Faro Comunicazioni, l’amministrazione deve sapere chi l’ha fatto e con quale giustificazione.»
«Il riferimento in basso è il nostro conto, papà. Lo conosco.»
Gli indicai le cifre finali dell’IBAN, riportate accanto alla voce «Coordinate di accredito».
Non c’era l’intero numero sul foglio, soltanto una stringa identificativa che riconoscevo dalle comunicazioni bancarie di casa.
Proprio per questo avevo paura di aver capito male.
«Non mandare quelle foto in giro», disse.
«Chiederò all’amministrazione di conservare il fascicolo, la cronologia delle modifiche e l’ordine di pagamento. Nessuno deve toccare i registri per proteggere me o te.»
Poi abbassò lo sguardo sul lettino di Tommaso.
«Ma prima voglio sapere come stanno i miei nipoti.»
«E Gabriele?»
«Non sarà avvertito prima che i documenti siano messi al sicuro. Ma non prenderò una decisione sulla base del fatto che è mio genero.»
Quelle parole mi fecero bene più di quanto mi aspettassi.
Non avevo bisogno che mio padre distruggesse la vita di qualcuno per difendermi.
Volevo soltanto che la verità smettesse di dipendere dalla voce più forte nella stanza.
La sera arrivò la responsabile dell’area legale dell’azienda, l’avvocata Marta Rinaldi.
Non entrò nella mia camera finché non diedi il permesso.
Mio padre le aveva già chiesto di distinguere la questione societaria dalla mia separazione.
«Per i documenti matrimoniali le serve una professionista indipendente», spiegò Marta.
«Nessuno può imporle di firmare una rinuncia mentre è ricoverata. E una formula privata non cancella i doveri di un genitore verso i figli.»
Le raccontai l’ultimatum di Gabriele.
Marta mi suggerì di conservare messaggi, fotografie e qualsiasi comunicazione ricevuta, senza tentare di entrare negli account altrui.
Mi domandò se autorizzassi una copia dei fogli lasciati in ospedale per la verifica aziendale.
«Sì. Ma voglio sapere che uso ne farete.»
«Solo un controllo documentale. Se emergeranno irregolarità, saranno le persone competenti a decidere i passaggi successivi.»
Quando se ne andò, ricevetti una breve visita dalla neonatologa.
La bambina era stabile, ancora sotto osservazione; il maschietto poteva essere portato da me per qualche minuto.
Lo adagiarono vicino al mio braccio.
Gli toccai la guancia con un dito.
Avevo immaginato quel momento per mesi, senza sapere che sarei stata così stanca da riuscire appena a sorridere.
«Ti chiamerai Tommaso», sussurrai.
«Tua sorella sarà Ada.»
Pochi istanti dopo il telefono vibrò.
Un messaggio di Gabriele comparve sullo schermo: «Domani alle nove passo a prendere i fogli firmati. Non costringermi a parlare con tuo padre.»
Sotto, comparve una fotografia della distinta di un bonifico programmato.
L’importo non era 250.000 euro, ma 155.000, con esecuzione prevista per la mattina seguente.
Il nome del fornitore era in alto; più in basso, nella casella «conto beneficiario», riconobbi le cifre del nostro conto comune.
Pochi istanti dopo arrivò un’altra frase: «Se mi rovini, dai registri sembrerà che tu abbia preso quei soldi.»
Per capire chi stesse tentando di far arrivare quel denaro sul mio conto, leggi la Parte 3.













