«Sì», risposi a Emilia.
«Puoi voler bene a papà e avere bisogno di tempo.
Sono due cose che possono stare insieme.»
Mi guardò come se temesse che stessi cercando di consolarla con una frase gentile ma falsa.
Allora aggiunsi che il rapporto con suo padre apparteneva anche a lei, non soltanto a lui, e che nessun matrimonio obbligava un figlio a fingere felicità.
Non le promisi che Riccardo avrebbe capito.
Le promisi che io non l’avrei costretta a comportarsi come se niente fosse accaduto.
Per alcuni giorni Emilia non rispose alle chiamate del padre.
Le lasciavo il telefono vicino, senza nasconderglielo e senza controllare se lo avesse guardato.
A volte lo prendeva in mano, leggeva il nome sullo schermo e lo posava di nuovo.
La sera continuava a studiare con Andrea e a discutere con Sofia su quale film scegliere.
Nelle pause improvvise, però, mi accorgevo che aspettava un segnale diverso da una richiesta di scuse.
Riccardo mi mandò un messaggio dopo tre giorni.
Scrisse che voleva parlare con Emilia e mi chiese se potessi convincerla.
Gli risposi che avrei riferito la sua richiesta, ma che non avrei organizzato un confronto prima che lei se la sentisse.
Gli suggerii di scriverle una cosa semplice, senza condizioni e senza parlare del video.
Non ero tenuta a insegnargli a essere padre.
Eppure, per un momento, mi sembrò più importante evitare un nuovo dolore a nostra figlia che dimostrare quanto fossi arrabbiata.
La risposta arrivò la mattina dopo, su un foglio infilato nella cassetta della posta.
Era una lettera indirizzata a Emilia.
Non la aprii.
Gliela consegnai quando tornò da scuola e mi sedetti dall’altra parte del tavolo, pronta a uscire se avesse preferito leggerla da sola.
Lei volle che restassi.
«Mi dispiace di averti gridato contro davanti a tutti», lesse.
«Mi sono vergognato e ho reagito male.
Non avresti dovuto essere tu a occuparti dei miei sentimenti.
Non ti chiederò di fare un video.
Se vorrai parlarmi, ti ascolterò.»
Emilia tornò all’inizio della lettera.
Fece scorrere il dito sulla parola «vergognato» e mi domandò se il padre intendesse che si vergognava di lei.
Le risposi che non potevo saperlo senza chiederglielo.
Quella sera fu lei a scrivere un messaggio.
«Voglio parlarti, ma non davanti a Patrizia.
E non voglio che tu mi faccia delle fotografie.
Possiamo vederci con la nonna?»
Riccardo accettò.
Fissarono l’incontro per il sabato successivo, nel giardino di Clarissa.
Io sarei rimasta in casa, abbastanza vicina da intervenire se Emilia lo avesse voluto, abbastanza lontana da non ascoltare ogni parola.
Clarissa promise che non avrebbe invitato altre persone e che non avrebbe cercato di convincere la nipote a perdonare suo padre.
Quando arrivò il sabato, Emilia indossò dei jeans e una felpa che aveva già portato cento volte.
Si rifiutò di mettere il vestito azzurro delle nozze.
Non glielo proposi nemmeno.
Prima di uscire infilò in tasca il foglietto che aveva messo nella scatola.
Non prese la fotografia della chemioterapia né i vecchi biglietti.
Voleva parlare di ciò che aveva scritto lei, non chiedere ai ricordi di parlare al suo posto.
Riccardo era già seduto sotto il pergolato quando arrivammo.
Si alzò, fece un passo verso Emilia e poi si fermò.
Le chiese se poteva abbracciarla.
Lei scosse la testa e lui tornò a sedersi.
Da dietro la finestra della cucina vidi Clarissa portare un bicchiere d’acqua e allontanarsi.
Non sentii l’inizio della conversazione.
Fu Emilia a raccontarmela più tardi, e non volli farle ripetere le parti che teneva per sé.
Aveva chiesto a Riccardo perché il regalo lo avesse fatto arrabbiare.
Lui le aveva spiegato che, quando aveva visto la fotografia della malattia della mamma, si era sentito esposto davanti a persone che non conoscevano quel periodo.
Emilia gli aveva risposto che neppure lei voleva che tutti vedessero il proprio pianto, eppure il video del loro litigio era circolato lo stesso.
«Io non volevo toglierti il matrimonio», gli aveva detto.
«Volevo sapere se, mentre ti sposavi, ti ricordavi ancora di noi.»
Riccardo non aveva risposto subito.
Poi aveva ammesso che, prima delle nozze, aveva pensato soprattutto a dimostrare che la sua decisione fosse stata accettata.
Era stato più facile chiedere a Emilia di sorridere che ascoltare il motivo per cui gli altri quattro figli avevano rifiutato l’invito.
Non si era accorto che stava chiedendo alla più piccola di fare da ponte per tutta la famiglia.
«Ma non è compito mio farti sembrare felice», gli aveva detto Emilia.
Quando mi riferì quelle parole, sentii salire le lacrime.
Non erano parole da bambina perfetta o da piccola vendicatrice.
Erano parole di qualcuno che aveva cercato un posto nel cuore di suo padre senza sapere come domandarlo.
Riccardo le chiese scusa una seconda volta, guardandola negli occhi.
Disse che non avrebbe usato più vecchie fotografie di famiglia senza chiedere il consenso dei figli e che avrebbe domandato agli invitati di non condividere il filmato.
Non promise di tornare a vivere con noi.
Non finse che sposare Patrizia fosse stato un semplice errore correggibile.
La sua nuova vita esisteva, così come esistevano le conseguenze che aveva creato.
Alla fine dell’incontro Emilia accettò un breve abbraccio.
Non volle però fermarsi a pranzo, anche se Clarissa aveva preparato la pasta che le piaceva.
Tornò a casa con me e mi disse di essersi sentita sollevata, ma anche stanca.
Le preparai una merenda e non le chiesi se avesse perdonato suo padre.
Quella sera Riccardo inviò un messaggio ai nostri figli maggiori.
Riconobbe di aver rimproverato Emilia ingiustamente e chiese di parlare con ciascuno di loro separatamente, senza imporre una riunione di famiglia.
Marta mi mostrò il testo e disse che avrebbe deciso con calma se rispondere.
Era la prima volta, dopo tanto tempo, che non vedevo i ragazzi correre a sistemare un problema creato da lui.
Poi ricevetti una telefonata inattesa da Patrizia.
Non mi chiese di riprendere la discussione sul regalo.
Mi disse soltanto che Riccardo aveva appena telefonato ad alcuni invitati per chiedere di cancellare il filmato e che aveva rinunciato all’idea delle scuse pubbliche.
Prima di chiudere, aggiunse una frase che non avrei dimenticato.
«Io pensavo di sposare un uomo che aveva già risolto il rapporto con il suo passato.
Ora capisco che non aveva neppure cominciato a parlarne con i suoi figli.»
Non risposi con una provocazione.
Mi domandai, invece, se Riccardo avrebbe saputo mantenere anche una promessa che non prevedeva applausi né fotografie.
Per vedere che cosa rimase della sua parola quando la festa fu dimenticata, continua con la Parte 6.













