Riguardai il video tre volte, senza riuscire a vedere bene il fondo della scatola.
La telecamera tremava perché Clarissa si era alzata di scatto.
Si distinguevano Riccardo, pallido sotto le luci del salone, Patrizia che gli afferrava il braccio ed Emilia immobile davanti al tavolo degli sposi.
Non piangeva.
Fu proprio quella sua immobilità a farmi uscire di casa prima ancora di aver preso il cappotto.
Chiamai Clarissa mentre cercavo le chiavi.
«Emilia sta bene?»
«Fisicamente sì», rispose.
«È qui con me, in una stanza tranquilla.
Non vuole parlare con suo padre.
Vieni all’ingresso laterale del ristorante, così non dovrà attraversare di nuovo la sala.»
«Che cosa c’era nella scatola?»
Clarissa esitò.
«Lo vedrai.
Ma prima devi sapere che tua figlia non ha insultato nessuno.»
Il viaggio mi sembrò interminabile, sebbene il ristorante fosse a pochi chilometri.
Mi fermai a un semaforo e mi accorsi di stringere il volante così forte da avere male alle dita.
Per un istante mi vergognai di averla lasciata andare.
Subito dopo mi ricordai che Emilia aveva il diritto di voler bene a suo padre, anche se suo padre aveva fatto del male a me.
Non potevo proteggerla cancellando metà della sua famiglia.
Clarissa mi aspettava sotto una tettoia.
Indossava ancora il vestito elegante della cerimonia, ma aveva tolto le scarpe con il tacco.
Emilia era seduta accanto a lei, le ginocchia strette e gli occhi rivolti verso il pavimento.
Quando mi vide si alzò.
Mi abbracciò così forte che compresi quanto si fosse sforzata di non cedere fino a quel momento.
«Mamma, io non volevo farlo arrabbiare.»
«Lo so, tesoro.
Torniamo a casa e ne parliamo con calma.»
«Ma lui ha detto che sono cattiva.»
Mi inginocchiai per guardarla in viso.
«Essere triste o arrabbiata non ti rende cattiva.
E non sei responsabile di come un adulto decide di comportarsi.»
Clarissa ci fece entrare in una saletta vuota.
Sul divano, vicino al cappotto di Emilia, c’era il pacco color crema ormai aperto.
Dentro riconobbi una piccola scatola di legno con una cerniera consumata.
La ricordavo bene.
Era stata per anni in fondo al nostro armadio, insieme alle fotografie stampate e ai biglietti d’auguri.
Non sapevo che Emilia l’avesse presa.
«L’ho trovata quando cercavo i nastri per il regalo», confessò lei.
«C’erano tutti quei foglietti di papà.
Volevo scegliere quelli più belli.»
Aprii il coperchio.
Non c’erano documenti compromettenti né accuse scritte per ferire qualcuno.
C’erano venticinque cartoncini, uno per ogni anniversario che Riccardo aveva celebrato con me.
Alcuni portavano una data, altri un disegno maldestro, altri soltanto due frasi.
Il primo diceva che avremmo costruito una casa piena di risate.
Su uno più recente Riccardo aveva scritto che non si sarebbe perso nessuna recita dei bambini.
Sopra i biglietti Emilia aveva appoggiato una fotografia.
Mi ritraeva durante la chemioterapia, seduta sul divano con un foulard in testa e lei, piccolissima, addormentata sulle mie gambe.
Riccardo ci abbracciava entrambe.
Sul retro, nella sua grafia inclinata, aveva scritto: «Non cambierei un solo giorno con voi».
La data corrispondeva a una sera in cui ero tornata dall’ospedale convinta di non avere più forze.
Sotto la fotografia c’era un foglio nuovo, scritto a matita da Emilia.
«Papà, io non capisco come si possa smettere di voler bene a una persona che era tutta la nostra casa.
Se adesso vuoi una vita diversa, non puoi almeno ricordarti che noi cinque siamo ancora qui?
Auguri per il matrimonio.
Emilia.»
Lessi quelle parole in silenzio.
Una parte di me si sentì toccata dal suo coraggio.
Un’altra soffrì pensando alla bambina che aveva creduto di dover essere lei a ricordare a suo padre l’esistenza dei propri figli.
«Volevo soltanto che si ricordasse», disse Emilia.
«Quando ho visto la fotografia, mi è sembrato che papà fosse ancora quello di prima.»
Clarissa raccontò ciò che il video non mostrava.
Riccardo aveva tirato fuori la fotografia e, dopo aver letto il foglio, aveva gridato che certi ricordi appartenevano soltanto a lui e a me.
Patrizia aveva chiesto che il regalo fosse portato via.
Emilia aveva risposto sottovoce che non voleva rovinare la festa.
A quel punto qualcuno tra gli invitati aveva cominciato a filmare e altri avevano smesso di mangiare.
«Riccardo le ha detto che tu l’avevi mandata a fargli una scenata», concluse Clarissa.
«Gli ho risposto che non poteva accusarti senza sapere niente.
Lui non ha voluto ascoltare.»
Rimasi seduta accanto a Emilia e le domandai se avesse previsto che tutti potessero vedere la fotografia.
Scosse la testa.
Aveva pensato che il padre l’avrebbe guardata per qualche secondo e poi rimessa nella scatola.
Nel suo progetto, la festa sarebbe continuata e lui avrebbe magari trovato un momento per parlarle lontano dagli altri.
Mi mostrò un piccolo pezzo di nastro che aveva usato per fermare i cartoncini: ne aveva misurato la lunghezza sul tavolo della sua camera, da sola, durante due pomeriggi in cui io ero occupata a fare la spesa.
Non c’era stata alcuna riunione segreta, nessuna strategia organizzata dagli adulti.
Aveva semplicemente preparato il dono come si prepara un compito importante, controllando che nulla si perdesse.
Le dissi che le fotografie della malattia erano intime e che, in futuro, avremmo scelto insieme quando mostrarle.
Lei annuì e mi chiese scusa per averla presa senza domandare.
Fu un momento difficile e vero, diverso dalla confessione pubblica che suo padre pretendeva.
Il telefono squillò proprio allora.
Era Riccardo.
Uscii nel corridoio per non fargli sentire la voce di nostra figlia.
«Come ti sei permessa di mettere in mezzo Emilia?» esordì.
«Non sapevo neppure che cosa contenesse il pacco.»
«Certo.
E allora come avrebbe trovato tutte quelle lettere?»
«Erano in casa nostra da anni.
Non è una prova che io l’abbia aiutata.»
«Hai trasformato il mio matrimonio in uno spettacolo.»
Guardai attraverso la porta socchiusa.
Emilia stava ripiegando la carta del regalo, con la cura di chi non vuole lasciare disordine nemmeno dove è stato ferito.
«Riccardo, hai gridato contro tua figlia davanti a centocinquanta persone.
Questo lo hai fatto tu, non io.»
Lui rimase zitto per qualche secondo.
Poi disse che avremmo dovuto farle chiedere scusa a Patrizia.
Non promisi nulla.
Gli dissi soltanto che Emilia sarebbe tornata con me e che, per quel giorno, aveva bisogno di tranquillità.
A casa, mentre lei si cambiava, Clarissa rimase in cucina con la scatola sulle ginocchia.
Guardò i cartoncini che suo figlio aveva scritto e si asciugò gli occhi.
«Elena, c’è una cosa che non ti ho detto», mormorò.
«Prima delle nozze Riccardo ha mandato a Emilia un messaggio.
Credo che tu debba leggerlo, perché forse spiega perché lei abbia voluto portare proprio questo regalo.»
Per capire quale promessa Riccardo avesse fatto a nostra figlia prima delle nozze, continua con la Parte 3.













