Mamma spostò il piatto del pane e andò alla credenza.
Non cercò una scatola segreta, né una fotografia ingiallita.
Prese il quaderno verde in cui segnava il mangime, le visite del veterinario e le scadenze dei fornitori.
Tra due pagine aveva infilato una lettera ripiegata.
«Riccardo è arrivato di martedì, dopo pranzo», disse.
«Aveva delle scarpe troppo lucide per camminare nei campi. Mi ha chiesto quanto mi sarei sentita più tranquilla se qualcuno si fosse occupato al posto mio di questa terra.»
«E tu?»
«Gli ho risposto che dormivo abbastanza bene.»
Sorrisi appena.
Riconoscevo la voce di mamma, quella che non si lasciava impressionare da un orologio costoso.
Riccardo le aveva parlato di un’offerta d’acquisto.
Tre milioni e duecentomila euro, secondo lui, sufficienti per vivere senza preoccupazioni fino alla fine dei suoi giorni.
Aveva messo il prezzo su un foglio, ma non aveva mostrato una valutazione indipendente né chiarito chi sarebbe stato l’acquirente.
«Gli ho detto che non vendevo», continuò.
«Allora mi ha chiesto se tu fossi d’accordo con me.»
Mamma guardò verso la finestra, dove si vedevano le recinzioni rifatte l’inverno precedente.
«Gli ho risposto che era una decisione mia. Ha smesso di sorridere.»
La lettera conteneva una proposta non vincolante della società Salici Sviluppo, firmata da un collaboratore di Riccardo.
Sul retro mamma aveva annotato a penna la data e una frase: «Rifiutato. Nessuna visita autorizzata.»
Il foglio non dimostrava tutto, ma impediva di fingere che lei avesse accolto con entusiasmo l’idea di vendere.
Mamma aprì il quaderno anche a una pagina segnata da un nastro rosso.
Vi aveva annotato le date di due telefonate successive, entrambe provenienti da persone che dicevano di fare verifiche per conto di un’agenzia immobiliare.
Una chiedeva il numero dei capi di bestiame; l’altra voleva sapere quanti ettari fossero concessi in uso ai vicini.
«Non avevo motivo di rispondere a degli sconosciuti», spiegò.
«Ho detto di mandare qualsiasi richiesta per iscritto. Nessuno lo ha fatto.»
Bassi avrebbe potuto verificare se quelle chiamate avessero un collegamento con il progetto, ma non le trasformammo in una certezza.
La precisione di mamma, invece, mi colpì: proprio la donna descritta come disorientata aveva tenuto traccia degli episodi che io avevo ignorato.
«Perché non me l’hai detto?»
«Perché tu avevi già scelto Stefania, e io non volevo essere la donna che ti metteva contro la sua famiglia.»
Abbassai la testa.
La stessa paura che l’aveva fatta scusare in chiesa l’aveva costretta a tacere in cucina.
«Mamma, non dovevi proteggere me dalla verità.»
«E tu non dovevi proteggere me da ogni decisione difficile», replicò.
«Sono vecchia, Carlo. Non sono scomparsa.»
Mi sedetti accanto a lei.
Per un momento non trovai una risposta.
Avevo denunciato a gran voce l’insulto di Stefania, ma stavo già rischiando di parlare della tenuta come se fosse mia.
Il lunedì mattina arrivò Enrico Bassi.
Non portò una soluzione rapida, e quella fu la prima cosa rassicurante.
Esaminò la documentazione, separando ciò che avevamo visto da ciò che potevamo provare.
La procura fotografata non aveva, per quanto risultava dalla copia, un’autenticazione idonea a trasferire un bene immobile.
La bozza di ricorso per l’amministrazione di sostegno non era un provvedimento del giudice.
Le relazioni mediche richiedevano verifiche presso chi sembrava averle sottoscritte.
«Non dobbiamo trasformare il sospetto in una sentenza», disse.
«Dobbiamo impedire che qualcuno usi questi fogli come se fossero veri.»
Mamma annuì.
«Voglio parlare io, avvocato. Se fanno un ricorso, mi presenterò e risponderò.»
Bassi le spiegò che l’amministrazione di sostegno non poteva essere decisa da una famiglia soltanto perché desiderava disporre della proprietà di un’altra persona.
Un giudice avrebbe dovuto valutare le condizioni e le necessità concrete dell’interessata; un’eventuale vendita avrebbe richiesto gli specifici poteri e le autorizzazioni previsti.
Non potevamo sapere se un ricorso sarebbe stato depositato, ma potevamo prepararci a contestarne le affermazioni.
Cominciammo da misure semplici.
Mamma aggiornò le persone autorizzate a ricevere informazioni sulla gestione della tenuta.
Bassi le suggerì di comunicare per iscritto il rifiuto a Salici Sviluppo e di conservare tutte le risposte.
Io sistemai i documenti in una cartella cronologica, distinguendo le email originali inoltrate da Emma dalle mie fotografie.
Non telefonai a Riccardo.
Avrei voluto sentirlo pronunciare la parola «demenza» davanti a mamma, ma Bassi mi ricordò che la rabbia non conserva le prove.
Nel pomeriggio Emma arrivò al cancello a piedi.
Aveva lasciato l’auto più lontano per evitare che il padre la riconoscesse dal vialetto.
Portava uno zaino e il volto stanco di chi non aveva dormito.
«Non voglio più lavorare alla presentazione», disse appena ci vedemmo.
«Papà mi ha chiesto di eliminare le bozze dal mio computer. Ho risposto che non avrei cancellato niente.»
«Ha minacciato anche te?»
«Mi ha detto che perderò la famiglia.»
Mamma si avvicinò con tre bicchieri d’acqua.
Emma sembrava incapace di guardarla.
«Signora Rinaldi, io ho preparato alcune immagini delle ville. Credevo che il terreno fosse in vendita.»
«Non lo è mai stato», rispose mamma.
«Ma sei venuta a dirmelo in faccia. Almeno questo conta.»
Emma raccontò ciò che sapeva.
Non aveva visto nessuno falsificare una firma.
Aveva però partecipato a una riunione in cui Riccardo insisteva che, una volta celebrato il matrimonio, sarebbe stato più facile convincere Carlo a non opporsi.
Stefania aveva corretto il titolo di una diapositiva: invece di «cessione della tenuta», voleva «riqualificazione per il benessere della proprietaria».
«Ti ricordi quando?», chiese Bassi.
Emma cercò sul telefono.
Trovò l’invito alla riunione e una copia del file con la data di modifica.
L’avvocato le propose di conservare i messaggi nel loro formato originale e, se se la fosse sentita, di rendere una dichiarazione su quanto aveva visto direttamente.
«Lo farò», rispose.
Prima di andarsene, aprì lo zaino e tirò fuori una cartellina sottile.
Non l’aveva sottratta dalla scrivania di Stefania: le era stata consegnata come materiale per una grafica.
Conteneva un calendario di presentazioni a possibili finanziatori, con i nomi delle società invitate.
Sotto una data segnata in rosso compariva una voce che nessuno di noi aveva notato nelle email: «Conferma disponibilità area — dichiarazione proprietaria allegata».
La presentazione era prevista per il giovedì successivo.
Mamma prese il calendario dalle mani di Emma.
«Io non ho dichiarato disponibile niente», disse.
Restavano tre giorni prima che quella dichiarazione fosse mostrata a persone pronte a investire denaro su una decisione mai presa.
Per scoprire che cosa Riccardo intendeva presentare a loro nome, leggi la Parte 4.













