Per alcuni secondi nessuno di noi si mosse.
Sul tavolo, il telefono continuava a trasmettere il respiro di Riccardo; nel corridoio Stefania bussò una terza volta.
Emma mi guardò come una persona che avesse appena capito quanto sarebbe costata la verità.
«Sono stata io a chiamarlo qui», dissi a Riccardo, anche se non era vero.
Volevo che Emma non diventasse subito il bersaglio di suo padre.
«Se vuoi parlarmi, fallo davanti ai documenti che avete preparato.»
«Posa quel telefono e vattene dall’appartamento», rispose lui.
«Non prima di aver capito perché qualcuno ha imitato la firma di mia madre.»
La porta si aprì con uno scatto.
Stefania entrò ancora con i capelli raccolti dal giorno prima, senza trucco e con un cappotto chiaro buttato sulle spalle.
Vide Emma, poi me, poi i fascicoli sul marmo.
Non domandò che cosa stessi facendo.
«Ti avevo detto di non toccare quella cartella», gridò alla sorella.
Emma strinse le mani.
«Mi avevi detto che era un progetto immobiliare, non che avreste fatto dichiarare incapace Margherita.»
Stefania avanzò verso la scrivania.
Mi misi di lato, senza impedirle di passare, e indicai la prima pagina della procura.
«Mia madre non ha firmato questo.»
«Non sei un grafologo, Carlo.»
«E tu non sei il suo medico. Eppure qui avete già deciso che non ricorda più niente.»
Dall’altoparlante arrivò la voce di Riccardo.
«Stai confondendo una bozza con un atto esecutivo.»
«So distinguere una bozza da una decisione del giudice», risposi.
«Ma una firma imitata resta una firma imitata, anche quando la stampate su una bozza.»
Stefania allungò la mano per prendere il telefono.
La chiamata terminò prima che riuscisse a farlo.
Per la prima volta vidi paura sul suo viso, non soltanto rabbia.
«Ti stai rovinando la vita per una donna che non sa più amministrare una fattoria», disse.
«Quella donna si chiama Margherita.»
«Lo so benissimo come si chiama.»
«Allora perché nei vostri messaggi la chiamate soltanto ‘la proprietaria’?», domandò Emma.
Stefania si girò verso di lei.
«Tu non hai idea di quanto denaro sia già stato impegnato.»
Fu una risposta più chiara di una confessione.
Non provava chi avesse falsificato la procura, ma dimostrava che il denaro le interessava più della persona coinvolta.
Emma aprì la propria casella di posta sul cellulare.
Mi spiegò di aver ricevuto da Riccardo, settimane prima, materiali per preparare la presentazione grafica del progetto.
Allora le avevano parlato di un possibile accordo con la famiglia Rinaldi.
Mi inoltrò davanti a Stefania le email ricevute da lei, con gli allegati e le date originali, senza accedere ad account altrui.
«Consegnerò tutto al mio avvocato», dissi.
«Papà ti trascinerà in tribunale per averci fatto perdere il matrimonio», replicò Stefania.
«Potrà spiegare anche il progetto delle cinquantotto ville.»
Lasciai i fascicoli dov’erano.
Avevo fotografato alcune pagine visibili, ma non volevo trasformare la difesa di mamma in una gara a chi rubava più carte.
Emma insistette per accompagnarmi fuori.
Stefania non cercò di trattenerla.
Sul pianerottolo sua sorella ci raggiunse.
«Carlo, aspettami un minuto.»
Si avvicinò abbastanza da non dover alzare la voce.
«Non ho scritto quelle relazioni. Non ho mai parlato con quei medici.»
«Ma sapevi che volevano spostare mia madre in una residenza.»
Lei abbassò gli occhi.
«Mi avevano detto che sarebbe stato temporaneo.»
La porta dell’ascensore si chiuse prima che potessi decidere se fosse pentimento o soltanto un’altra versione conveniente.
Nel parcheggio aprii finalmente la busta avorio di Enrico Bassi.
Conteneva una visura aggiornata e una nota dell’avvocato.
La tenuta risultava intestata soltanto a Margherita Elena Rinaldi, che l’aveva ricevuta dai propri genitori prima di sposarsi.
Papà l’aveva amministrata con lei, ma non ne era stato proprietario.
Nella nota Bassi segnalava una richiesta di accesso ai confini avanzata da un tecnico incaricato da una società riconducibile a Riccardo.
Due settimane prima mi aveva raccomandato di parlarne subito con mamma.
Io avevo riposto la busta nella giacca, convinto di poter risolvere tutto dopo le nozze.
Mi vergognai di quella leggerezza più che del mio abito ancora appeso in macchina.
Rimasi seduto con la busta aperta sulle ginocchia.
Negli ultimi mesi Riccardo mi aveva fatto molte domande sul sistema di irrigazione, sui canali di accesso e sulla portata della strada che attraversava il terreno.
Pensavo che cercasse soltanto un argomento per parlare con me, l’ingegnere di famiglia.
Gli avevo persino spiegato perché certi edifici agricoli non potevano essere spostati senza interrompere il lavoro delle persone che vi lavoravano.
Adesso, ripensando alle planimetrie, riconoscevo alcuni dettagli che gli avevo raccontato con fiducia.
Non sapevo se fossero stati usati nel progetto, e non potevo inventare una prova dove non c’era.
Ma capii che la mia voglia di farmi accettare dai Valenti mi aveva reso disposto a parlare della vita di mamma senza chiederle il permesso.
Decisi che da quel momento nessuna conversazione sulla tenuta sarebbe avvenuta senza la sua presenza o la sua approvazione.
Telefonai a Bassi.
Era domenica mattina, ma rispose al quarto squillo.
Gli spiegai il necessario e gli inviai la nota che avevo appena letto, insieme ai documenti ricevuti legittimamente da Emma.
Mi chiese di non cancellare messaggi, di conservare i file originali e soprattutto di parlare con Margherita prima di fare qualsiasi passo in suo nome.
«Tua madre è la proprietaria», disse.
«Non una comparsa da proteggere senza consultarla.»
Alla tenuta trovammo un furgone bianco fermo davanti al cancello.
Due uomini con strumenti di misurazione sostenevano di avere un appuntamento per un sopralluogo.
Uno mi mostrò un foglio con il nome della società di Riccardo e la dicitura «accesso concordato con la proprietà».
Non c’era la firma di mamma.
«La proprietà non ha concordato nulla», risposi.
«Contattate il vostro committente. Oggi non entrate.»
Gli uomini ripartirono dopo una telefonata imbarazzata.
Quando tornai in cucina, mamma stava tagliando pane e riempiendo due tazze di caffè, come ogni domenica.
Le mostrai soltanto la visura e le fotografie dei documenti, con calma.
Il coltello rimase sul tagliere.
Lei lesse senza interrompermi.
Quando arrivò alla pagina che parlava di demenza, sollevò gli occhi.
«Quindi il problema non era il mio vestito», disse.
«No, mamma.»
Sfiorò la firma riprodotta sotto la procura.
«Non è la mia. Però Riccardo è già venuto qui a chiedermi qualcosa.»
Mi irrigidii.
«Quando?»
«Tre mesi fa. E gli ho risposto in un modo che non ti ho mai raccontato.»
Per capire che cosa Riccardo aveva chiesto a Margherita molto prima del matrimonio, continua con la Parte 3.













