Chiesi a Sergio di mandarmi, attraverso i canali aziendali, soltanto le informazioni che poteva condividere regolarmente.
Non volevo metterlo nella posizione di dover scegliere tra la lealtà verso il suo datore di lavoro e il timore di perdere lo stipendio.
Poi chiamai Daniele.
« I materiali per due cantieri non arrivano », gli dissi.
« Hai intenzione di avvertire le squadre? »
« Sto risolvendo. »
« Non puoi continuare a dire così. Domattina ci incontriamo con i consulenti e mettiamo i numeri sul tavolo. »
« Vuoi comandare tu, adesso? »
« Voglio sapere di che cosa stiamo parlando. »
Accettò soltanto quando Marta scrisse che la questione avrebbe riguardato anche l’operazione straordinaria per cui occorreva il mio consenso.
Nessuna delle persone nella sala riunioni sembrava contenta di essere lì.
C’erano Daniele, il direttore amministrativo, due consulenti, Marta e Luisa.
Sulla parete era appesa una fotografia del giorno in cui avevamo inaugurato la sede.
Ero nell’ultima fila, quasi tagliata fuori dall’inquadratura.
I conti erano peggiori di quanto Daniele avesse ammesso.
Un committente aveva rinviato il pagamento di alcuni stati di avanzamento in attesa di verifiche tecniche; diversi acquisti erano invece già stati fatti e dovevano essere pagati.
Le spese di rappresentanza avevano aggravato il problema, ma non lo avevano creato da sole.
La linea di credito della società sarebbe stata riesaminata a breve.
Non c’era ancora una sentenza di fallimento, come qualcuno aveva cominciato a scrivere online, ma c’era un problema di liquidità reale.
« Perché non me l’hai detto? » chiesi a Daniele durante una pausa.
« Perché avresti avuto paura. »
« Avevo paura anche quando dovevamo pagare i primi sei operai. Allora almeno mi lasciavi provare ad aiutarti. »
Rimase zitto.
Il progetto dell’investitore avrebbe fatto entrare denaro subito, ma lasciava alla società una parte importante dei debiti e prevedeva tagli che non erano stati discussi con le persone coinvolte.
La garanzia sulla casa avrebbe esposto anche il nostro patrimonio familiare.
Non c’erano motivi sufficienti per approvarlo in quel modo.
« Non firmerò quella versione », dichiarai tornando al tavolo.
« Ma non mi limiterò a dire no. Valutiamo se possiamo rinegoziare le scadenze e presentare alla banca un piano sostenibile. »
Luisa propose di separare i problemi urgenti da quelli che richiedevano settimane.
Un tecnico avrebbe seguito le contestazioni del committente; il direttore amministrativo avrebbe preparato un calendario realistico dei pagamenti; i consulenti avrebbero verificato le condizioni di un eventuale finanziamento aziendale senza coinvolgere la nostra abitazione.
Daniele doveva accettare controlli sulle spese e l’accesso condiviso ai documenti.
Non potevo imporre tutto da sola, e non tentai di farlo.
« Se vuoi il mio voto su qualunque operazione straordinaria, queste sono le condizioni per cominciare a parlarne », dissi.
La discussione durò quasi quattro ore.
A un certo punto Daniele si alzò per andarsene, ma il direttore amministrativo gli ricordò la telefonata che avrebbe dovuto fare quel pomeriggio al fornitore principale.
Tornò a sedersi.
Nei giorni successivi non ci furono miracoli.
Uno dei cantieri rallentò e alcune consegne furono riprogrammate.
Con il consenso della direzione venne raggiunto un piano di rientro con due fornitori, mentre la banca chiese altre garanzie documentali prima di valutare qualsiasi intervento.
I lavoratori furono informati della difficoltà, senza promesse che nessuno poteva mantenere.
Per la prima volta dopo anni, ascoltai Sergio parlare in una riunione senza che qualcuno lo interrompesse.
« Non vogliamo sapere tutti i dettagli del vostro matrimonio », disse.
« Vogliamo sapere se lunedì si lavora e chi risponde quando mancano i materiali. »
Aveva ragione.
La nostra sofferenza privata non poteva diventare la spiegazione di ogni problema dell’impresa.
Con Daniele stabilimmo di parlare a Elisa insieme.
Ci incontrammo a casa di Paolo, in una stanza senza telefoni appoggiati sul tavolo.
Daniele le chiese scusa per le perle e per averle mentito.
Non cercò di giustificarsi dicendo che lei era troppo piccola per capire.
« Io e la mamma abbiamo problemi seri », disse.
« Non li hai creati tu e non devi aggiustarli. »
Elisa si tormentò il bordo della manica.
« Siete arrabbiati perché ho mostrato i video? »
« Io sono dispiaciuta che tu ti sia sentita costretta a farlo », risposi.
« E sono fiera del fatto che tu abbia difeso una cosa importante. Le due cose possono stare insieme. »
Daniele annuì.
Elisa gli domandò se Laura sarebbe ancora stata con lui.
Lui disse soltanto che avrebbe gestito la sua vita personale senza chiederle di approvare scelte da adulti.
Era una risposta incompleta, ma non era più una promessa falsa.
Una sera, rimasta sola nello studio di Margherita, aprii la scatola con i quaderni che Paolo aveva conservato.
C’erano ricette, indirizzi di parenti, numeri di telefono scritti due volte.
Fra quelle pagine trovai una ricevuta del bonifico che mia madre ci aveva fatto tanti anni prima, con la causale “prestito per paghe operai”.
Era una copia ingiallita, senza alcuna forza magica capace di cambiare il passato.
Ma vidi il suo carattere fermo in quelle poche parole e ricordai che non ci aveva mai domandato una fotografia davanti alla sede nuova.
Aveva chiesto soltanto se gli uomini avessero ricevuto lo stipendio.
La consegnai a Luisa perché verificasse se quel prestito fosse stato registrato e rimborsato.
Scoprimmo che gran parte era stata restituita negli anni successivi, con bonifici regolari.
Non serviva inventare un debito nascosto per riconoscere ciò che Margherita aveva fatto.
Dopo alcune settimane arrivò una prima valutazione indipendente dell’azienda.
Le cifre erano inferiori a quelle proclamate durante il gala, ma superiori alla somma che Daniele mi aveva offerto per farmi sparire dall’accordo.
Marta ci spiegò che avremmo dovuto negoziare con calma, verificando i debiti e le modalità di pagamento.
Daniele mi invitò nel vecchio ufficio, quello con la scrivania che avevamo montato insieme.
Sul tavolo aveva posato due proposte, senza la parola “famiglia” nel titolo.
« Posso comprare le tue quote a rate, con garanzie da definire », disse.
« Oppure potrei venderti le mie. Tu conosci quest’azienda meglio di quanto io abbia voluto ammettere. »
Mi sedetti senza toccare i fogli.
Per vent’anni avevo chiesto che il mio lavoro venisse visto.
Adesso avevo davanti la possibilità concreta di decidere che cosa farne.
Non sapevo ancora se desideravo guidare Rinaldi Costruzioni o se volevo finalmente una vita che non dipendesse da Daniele.
Quale delle due strade avrei scelto, e a quale prezzo? Leggi la Parte 5.













