Non risposi alla mail.
La stampai, la infilai in una cartellina e chiesi a Luisa il nome di un’avvocata che conoscesse anche il diritto societario.
Avevo passato ventidue anni a cercare le parole giuste per non far arrabbiare Daniele.
Quel giorno mi interessavano soprattutto le parole scritte nei documenti.
Due ore dopo ero nello studio di Marta Ferretti, vicino al tribunale.
Le raccontai che cosa era successo, senza omettere i miei anni di assenza dalle assemblee.
Marta lesse l’accordo per intero, sottolineando tre passaggi.
« Non firmare », disse.
« Qui si mescolano una possibile separazione personale, questioni economiche matrimoniali e diritti su una società. Sono materie diverse. E nessuno può chiederti di decidere in quarantotto ore senza darti i documenti necessari. »
Le feci vedere l’atto costitutivo.
« Il quaranta per cento è una partecipazione importante », spiegò.
« Verificheremo l’assetto attuale e lo statuto vigente. Non significa che tu possa fare quello che vuoi, ma neppure che tuo marito possa trattarti come un’estranea. »
Avevo desiderato per anni che qualcuno pronunciasse una frase simile.
Quando arrivò, non provai trionfo.
Provai vergogna per tutte le volte in cui avevo firmato verbali senza leggerli, perché Daniele mi diceva che erano una formalità.
Marta parve indovinare il pensiero.
« Fidarsi non è rinunciare per sempre a capire », disse.
Con una visura aggiornata confermammo che le quote erano ancora intestate per il sessanta per cento a Daniele e per il quaranta a me.
Lo statuto prevedeva una maggioranza qualificata per alcune operazioni straordinarie, fra cui la cessione di una parte rilevante dell’attività.
Daniele poteva amministrare la gestione ordinaria; non poteva però ottenere da solo tutti i consensi per l’operazione che sembrava avere in mente.
Quella sera lo chiamai.
« Ho letto il documento », dissi.
« E allora firmalo. Evitiamo di farci male più del necessario. »
« Prima voglio una valutazione indipendente delle mie quote e la documentazione societaria completa. E voglio sapere se hai già parlato di vendita con qualcuno. »
Seguì un silenzio lungo.
« Luisa ti sta mettendo contro di me? »
« Ti ho fatto una domanda. »
« C’è un investitore interessato a una divisione dell’azienda. Un’occasione che non possiamo perdere per le tue scenate. »
Mi ferì che parlasse della nostra vita come di un ostacolo alla sua trattativa.
Ma almeno, per una volta, smise di fingere che non esistesse una trattativa.
« Mandami la proposta attraverso gli avvocati », risposi.
Non ero ancora pronta a parlare di divorzio con Elisa.
La sera, a casa di Paolo, mi sedetti accanto a lei mentre faceva i compiti di matematica.
Continuava a cancellare la stessa operazione.
« Hanno condiviso un pezzo del video in una chat », disse senza guardarmi.
« Una ragazza della mia classe ha scritto che ho rovinato il lavoro di papà. »
Mi si strinse lo stomaco.
Le chiesi di mostrarmi i messaggi, poi la aiutai a segnalarli alla scuola senza farne circolare altre copie.
Telefonai a Daniele e gli chiesi una cosa sola: niente interviste, niente accuse alla figlia e nessun commento pubblico sulle nostre questioni familiari.
« D’accordo », disse, con una voce che sembrava arrivare da una stanza vuota.
Fu la prima promessa di quei giorni che mantenne.
La settimana seguente, dopo aver parlato anche con una professionista che lavorava con gli adolescenti, concordammo che Elisa avrebbe potuto decidere se incontrarla.
Non volevo trasformare il suo coraggio in un obbligo a essere sempre forte.
Nel frattempo gli avvocati ottennero una prima serie di documenti.
Marta mi consigliò di non discuterli con i dipendenti e di farli esaminare da una consulente contabile indipendente.
Un bilancio non era un confessionale, e io non avevo intenzione di gridare allo scandalo prima di capire i numeri.
Scoprii però che Daniele aveva autorizzato spese di rappresentanza molto più alte di quelle che conoscevo.
Il ricevimento, il noleggio delle auto e alcune consulenze erano costati all’azienda somme difficili da giustificare nel trimestre in cui diversi fornitori aspettavano ancora il saldo delle fatture.
Non era la prova di un reato; era il motivo sufficiente per chiedere spiegazioni documentate.
In un elenco dei pagamenti vidi anche il nome di una società che organizzava eventi.
Laura figurava come referente interno, ma non come destinataria del denaro.
Mi accorsi di aver cercato il suo nome con la stessa fretta con cui, anni prima, cercavo le telefonate di un cliente importante.
Mi obbligai a fermarmi.
La responsabilità delle decisioni dell’amministratore non poteva essere attribuita automaticamente alla sua assistente.
Un pomeriggio Laura mi aspettò davanti allo studio di Marta.
Non indossava le perle e non aveva il trucco impeccabile della serata.
« Non ti chiedo di perdonarmi », disse.
« Daniele mi aveva detto che vivevate separati da tempo, anche se abitavate ancora insieme per Elisa. Ho voluto credergli. »
« Mi vedevi alle cene aziendali », risposi.
« Mi sentivi quando gli telefonavo. »
« Lo so. »
Non aggiunsi altro.
Laura mi consegnò una busta con dentro una ricevuta dell’orefice, a nome di Daniele, per la pulizia della collana.
Era stata lei a ritirarla tre mesi prima.
Non cambiava ciò che sapevo, ma chiariva una menzogna precisa.
« Non voglio essere usata per spiegare ogni cosa che lui ha fatto », mormorò.
« Su questo siamo d’accordo. »
Quando tornai in studio, Marta aveva ricevuto la bozza dell’operazione con l’investitore.
L’offerta prevedeva la vendita del ramo che seguiva i lavori più redditizi e una riorganizzazione del personale.
La parola “riorganizzazione” occupava soltanto una riga, senza nomi né numeri.
Poi vidi l’allegato sulle garanzie.
Era prevista anche la mia firma per vincolare un immobile che possedevamo insieme, la casa in cui Elisa era cresciuta.
Daniele aveva fissato un appuntamento preliminare con la banca per il lunedì successivo.
Non avevo ricevuto alcuna richiesta diretta.
Guardai Marta.
« E se non firmo? »
« L’operazione, in questi termini, non può essere completata. Ma prima devi capire perché lui ha tanta fretta. »
Alla sera mi chiamò Sergio Bassi dal cantiere.
« Chiara, perdona il disturbo. I fornitori stanno fermando le consegne. Se domani non arrivano i materiali, lunedì dovrò mandare a casa le squadre. Daniele ci ha detto di non preoccuparci, ma io non so più a chi credere. »
Capii che la scelta non riguardava soltanto la firma sotto un accordo.
Riguardava anche cosa sarebbe successo alle persone che avevano costruito quell’impresa con noi.
Avrei potuto proteggere la casa senza abbandonare i lavoratori? Per scoprirlo, continua con la Parte 4.













