Daniele allungò una mano verso il mio braccio, ma mi spostai prima che potesse toccarmi.
Sul palco, da vicino, vidi che aveva allentato il nodo della cravatta.
Non era abituato a essere interrotto, soprattutto davanti alle persone che finanziavano i suoi progetti.
« Non voglio fare uno spettacolo », dissi nel microfono che Elisa mi porgeva.
« Voglio soltanto correggere due cose che sono state dette qui stasera. »
Un cameriere rimase immobile con un vassoio di bicchieri.
In fondo alla sala qualcuno abbassò il telefono che aveva alzato per riprendere.
« La prima riguarda mia madre. Quelle perle sono un suo regalo per me, destinato un giorno a nostra figlia. Non le ho prestate e non le ho regalate a nessuno. »
Laura abbassò la mano dal collo.
Per la prima volta, non cercò Daniele con lo sguardo.
Guardò direttamente me.
« Daniele mi ha detto che erano un ricordo di famiglia che poteva darmi », sussurrò.
« Ti ha detto di quale famiglia? »
Non rispose subito.
Poi cercò il fermaglio con dita incerte e si tolse la collana.
Le perle le scivolarono nel palmo come qualcosa che all’improvviso pesava troppo.
« Io non lo sapevo », disse.
Non avevo modo di sapere se fosse vero.
Sapevo, invece, che quello non era il momento di interrogarla davanti a trecento persone.
Presi il gioiello e lo affidai a Elisa, che lo chiuse nella borsetta argentata.
« La seconda cosa riguarda l’azienda », continuai.
« Mio marito l’ha fatta crescere con capacità e fatica. Questo non lo nego. Ma la storia raccontata poco fa è incompleta. Ci sono persone qui dentro che ricordano anche il mio lavoro, quello di mia madre e quello dei primi dipendenti. Non chiedo applausi. Chiedo che non vengano cancellati. »
Vidi Sergio Bassi, il capocantiere che lavorava con noi fin dagli inizi, alzarsi a metà dalla sedia e poi risedersi.
Aveva gli occhi rossi.
Daniele fece un passo avanti.
« Chiara, sistemeremo tutto a casa. »
« A casa hai avuto tre mesi per dirmi dove fossero le perle. »
Non alzai la voce.
Quella frase bastò.
Il presentatore tornò sul palco e annunciò una pausa.
Si accesero le luci della sala, qualcuno cominciò a parlare e la serata riprese il suo rumore confuso.
Scesi con Elisa senza aspettare il permesso di nessuno.
Una donna che conoscevo soltanto di vista mi sfiorò la spalla, ma non mi fermai.
Volevo arrivare all’uscita prima che mia figlia sentisse altre parole.
Nel corridoio Elisa mi afferrò la mano.
« Sei arrabbiata con me? »
« Sono preoccupata per te. Come hai trovato quei filmati? »
« Nel computer della nonna. Quello che abbiamo portato in soffitta quando abbiamo svuotato casa sua. Ho chiesto a zio Paolo di aiutarmi a leggere i vecchi dischi. Lui ha detto che erano ricordi di famiglia e che dovevo farteli vedere. »
Paolo era mio fratello.
Da mesi Elisa gli chiedeva racconti su Margherita, perché cominciava a dimenticare il suono della sua voce.
L’idea che fosse stata quella paura a condurla alle registrazioni mi spezzò qualcosa dentro.
« Dovevi parlarne con me », dissi.
« Avevo paura che tu mi dicessi di non fare niente. »
Mi chinai per guardarla negli occhi.
« Non spetta a te risolvere i problemi tra me e papà. Non avresti dovuto affrontare da sola quella sala. »
« Ma non eri sola », rispose.
La strinsi senza trovare una risposta migliore.
Daniele ci raggiunse vicino al guardaroba.
Non aveva più il sorriso delle fotografie.
« Dammi le perle. Voglio portarle io dall’orefice e chiudere questa assurdità. »
Elisa si rannicchiò contro di me.
« Non le avrai », risposi.
« E non parlare così davanti a lei. »
Lui fissò la borsetta argentata.
« Ti rendi conto del danno che hai fatto? Domani chiameranno tutti. I clienti, i soci, le banche. »
« Ti preoccupa la loro opinione più di quella di tua figlia? »
« Mi preoccupa un’azienda con quarantotto famiglie che dipendono da noi. »
Non era una menzogna completa.
Dietro quei numeri c’erano persone, e non avrei mai voluto farle pagare per il nostro matrimonio.
Ma Daniele aveva scelto quella sera di raccontare a tutti una famiglia diversa dalla nostra.
« Domani parleremo con dei professionisti », dissi.
« Stanotte io ed Elisa andiamo da Paolo. »
« È mia figlia anche lei. »
« Allora comportati in modo che possa continuare a fidarsi di te. »
La mattina seguente accompagnai Elisa a scuola e chiamai mia cognata per chiederle di andare a prenderla.
Poi cercai il numero di Luisa Valenti, la commercialista che ci aveva seguito nei primi anni dell’impresa.
Aveva lasciato l’incarico dopo una discussione con Daniele, e per troppo tempo non avevo chiesto il motivo.
Luisa mi ricevette in uno studio pieno di faldoni e piante accanto alla finestra.
Le mostrai le vecchie riprese, senza chiederle di giudicare ciò che era successo alla cena.
« Non sono qui per vendicarmi », le dissi.
« Ho bisogno di sapere quali documenti devo recuperare e quali decisioni posso prendere senza mettere a rischio i dipendenti. »
Luisa rimase in silenzio.
Poi aprì un cassetto e mi consegnò una copia dell’atto costitutivo di Rinaldi Costruzioni S.r.l.
« Il tuo nome non è soltanto nella storia dell’azienda, Chiara. È nello statuto. Hai il quaranta per cento delle quote, a meno che non ci siano stati atti successivi che non conosco. Daniele è amministratore, ma non può decidere tutto senza di te. »
Mi vergognai di aver dimenticato perfino il significato di quelle firme messe vent’anni prima in uno studio notarile.
Sapevo di avere una partecipazione, ma negli ultimi anni avevo lasciato che Daniele gestisse assemblee, conti e comunicazioni, convinta che fidarmi fosse un gesto d’amore.
« Devi richiedere subito una visura aggiornata e consultare un avvocato », aggiunse Luisa.
« Prima di firmare qualunque cosa. »
In quel momento arrivò sul mio telefono una mail di Daniele.
L’oggetto era breve: ACCORDO PER TUTELARE LA FAMIGLIA.
In allegato c’era un documento da firmare entro quarantotto ore.
La prima pagina prometteva una separazione tranquilla; all’ultima, in caratteri molto più piccoli, compariva una rinuncia a ogni pretesa legata alla mia partecipazione societaria.
Se Daniele aveva già preparato quella proposta, da quanto tempo stava organizzando una vita senza di me?
Per capire che cosa cercava di ottenere con quella firma, continua con la Parte 3.













