Alle nove e dieci del mattino seguente eravamo davanti alla banca.
Io, Matteo e Luca.
Vittorio non era con noi.
Aveva telefonato a Luca sei volte durante la notte. Luca non aveva risposto.
Il direttore della filiale verificò i documenti, confrontò le firme e ci accompagnò in una stanza privata.
Quando la cassetta fu appoggiata sul tavolo, Matteo non la toccò.
Guardò me.
«Aprila tu.»
Inserii la chiave.
Dentro c’erano tre cartelline, una busta sigillata e un piccolo registratore digitale ormai vecchio.
Sulla prima cartellina lessi il nome di mia madre.
ELENA MORETTI.
Le mani cominciarono a tremarmi.
Luca si allontanò di mezzo passo.
Forse voleva concedermi spazio.
Matteo rimase accanto a me.
Aprii la cartellina.
I primi documenti erano registri contabili della Bellini Costruzioni. C’erano fatture, bonifici, nomi di società che non conoscevo.
Matteo indicò alcune righe.
«Questi erano i pagamenti che mamma aveva trovato.»
«Per cosa?»
«Per far passare come regolari materiali che non lo erano.»
Luca prese un foglio.
«Questo progetto…»
Lo guardai.
«Che c’è?»
«È il cantiere di Sesto San Giovanni.»
Matteo annuì.
«Dove morì un operaio.»
Conoscevo vagamente quella storia. Un incidente sul lavoro avvenuto molti anni prima. Luca me ne aveva parlato una volta, dicendo che era stato uno dei periodi peggiori dell’azienda di famiglia.
Nella seconda cartellina trovammo copie di comunicazioni tra Vittorio e Carlo.
Non erano confessioni.
Erano peggio.
Erano ordini mascherati da amministrazione ordinaria.
Spostare una somma.
Preparare un rimborso.
Recuperare alcuni fascicoli.
Verificare l’abitazione di Matteo Rinaldi.
Mi mancò il fiato leggendo il mio cognome in una nota datata luglio 2008.
MORETTI, SOFIA — NESSUN CONTATTO DIRETTO.
Sotto:
GESTIRE ATTRAVERSO ELENA.
«Mi conosceva.»
La mia voce sembrava appartenere a qualcun altro.
Luca lesse la nota.
Il suo volto si svuotò.
«Sapeva chi eri già allora.»
Matteo aprì la terza cartellina.
Dentro c’era una lettera di nostra madre.
Non era indirizzata a me.
Era indirizzata a Carlo.
Scriveva che avrebbe accettato di lasciare l’azienda e di non consegnare i documenti alla stampa, a condizione che Matteo non venisse perseguito e che Sofia fosse lasciata fuori da ogni conseguenza.
Matteo si sedette.
«Lei pensava che avessero rispettato l’accordo.»
«Tu invece sei dovuto scappare.»
«Sì.»
Continuai a leggere.
Alla fine c’era un’altra frase.
Se un giorno Sofia entrerà in contatto con la famiglia Bellini, promettimi che non permetterai che firmi nulla senza sapere ciò che è successo.
Guardai Luca.
Nessuno di noi parlò.
La clausola del contratto prematrimoniale non era più un dettaglio.
Era il motivo per cui Carlo aveva finalmente deciso di rompere il silenzio.
Luca prese il telefono.
«Chiamo mio padre.»
«No», dissi.
Mi guardò.
«Voglio vederlo.»
Vittorio arrivò alla banca quaranta minuti dopo.
Non gridava più.
Entrò nella stanza, vide le cartelline e capì.
Si sedette.
«Carlo mi aveva promesso che avrebbe distrutto tutto.»
Matteo gli rispose:
«A quanto pare le promesse funzionano solo quando non sono fatte a te.»
Io spinsi verso Vittorio la copia del contratto prematrimoniale.
«Perché questa clausola?»
Lui non toccò il documento.
«Era una precauzione.»
«Contro di me.»
«Contro un rischio.»
«Io ero il rischio?»
Vittorio guardò Luca.
«Tuo figlio stava per sposarmi. E tu sapevi chi era mia madre.»
«L’ho scoperto quando Luca mi ha dato i tuoi documenti per preparare il matrimonio.»
Luca si irrigidì.
«Un anno fa.»
«Sì.»
«E non mi hai detto niente.»
«Volevo evitare che una storia vecchia distruggesse la tua vita.»
Matteo si alzò.
«Hai sempre chiamato protezione ciò che serviva a proteggere te.»
Vittorio ignorò la frase.
Guardò me.
«Tua madre prese una decisione.»
«Sotto pressione.»
«Aveva delle alternative.»
«Anche tu.»
Per la prima volta Vittorio non trovò risposta.
Presi il registratore.
«Che cosa c’è qui?»
Matteo guardò Vittorio.
«Carlo.»
Premetti il tasto.
La voce era debole, affaticata.
Carlo spiegava di aver preparato nel 2008 la borsa trovata nell’appartamento di Matteo.
Diceva di averlo fatto su ordine di Vittorio.
Non accusava Vittorio dell’aggressione.
Su quello era preciso.
Non sapeva chi avesse picchiato Matteo.
Ma confermava di aver falsificato movimenti contabili per far sembrare che il denaro rubato fosse passato attraverso di lui.
Luca chiuse gli occhi.
Vittorio rimase seduto.
La registrazione durava meno di sette minuti.
Quando finì, il silenzio sembrò enorme.
«Perché?» chiesi.
Vittorio mi guardò.
«Perché se quei documenti fossero usciti allora, l’azienda sarebbe crollata.»
«Un uomo era morto.»
«Avevo centinaia di dipendenti.»
«E così ne hai sacrificato uno che non lavorava nemmeno per te.»
Indicai Matteo.
Vittorio serrò le labbra.
«Avevo quarantadue anni. Pensavo di poter contenere il danno.»
Matteo rise piano.
«Io ero il danno.»
Luca fece un passo indietro da suo padre.
Quella distanza di mezzo metro sembrò definitiva.
«Dimmi una cosa», disse. «Hai incoraggiato il mio matrimonio con Sofia perché la volevi nella famiglia?»
Vittorio non rispose.
«Papà.»
«Pensavo che fosse meglio averla vicina.»
Sentii qualcosa spezzarsi dentro di me.
Non era il cuore.
Era l’ultima possibilità che stessi interpretando male tutto.
Luca lo fissò.
«Hai usato me.»
«Ho protetto te.»
«No.»
Luca si tolse dal polso l’orologio che suo padre gli aveva regalato per il matrimonio e lo appoggiò sul tavolo.
«Hai protetto te stesso usando chiunque fosse abbastanza vicino.»
Vittorio guardò l’orologio.
Poi suo figlio.
«Se esci da questa stanza con loro, non tornare in azienda.»
Luca non esitò.
«Va bene.»
Fu allora che capii che la giornata precedente non aveva distrutto soltanto il mio matrimonio.
Aveva costretto ognuno di noi a scegliere da quale parte della propria vita voleva continuare.
Io presi la lettera di mia madre.
Matteo raccolse il registratore.
Luca lasciò l’orologio sul tavolo.
E uscimmo senza Vittorio.













