Portai Sofia con me nello studio e chiusi la porta.
Elena rimase in cucina. Matteo disse qualcosa a bassa voce, ma non cercò di seguirci. Forse aveva capito che, dopo anni in cui tutti avevano attraversato le mie stanze come se fossero corridoi di un albergo, quella porta chiusa significava qualcosa di diverso.
Sofia si sedette sulla poltrona di Carlo.
«Non volevo rovinare la laurea,» disse.
«Non sei stata tu a rovinarla.»
Abbassò gli occhi.
«Ho trovato quella chiavetta tre settimane fa. Papà mi aveva chiesto di stampare un preventivo. Quando l’ho inserita, c’erano anche le cartelle vecchie.»
«Le hai aperte?»
«Sì.»
Non cercò scuse.
Mi raccontò che aveva visto scansioni della mia carta d’identità, della tessera sanitaria, di alcune vecchie firme prese da documenti bancari e dell’atto di proprietà. C’erano anche fotografie delle stanze e una planimetria aggiornata.
«Pensavo fosse per il progetto di ristrutturazione,» disse. «Papà parlava sempre di un possibile investimento.»
«Hai visto un contratto firmato da me?»
«No. Solo file. E una pagina con varie firme messe una sotto l’altra.»
La guardai.
«Varie firme?»
Sofia annuì.
«La tua. O almeno sembravano le tue.»
Quella frase mi fece più male del documento visto dal notaio.
Non perché provasse qualcosa in modo definitivo. Francesca mi aveva già avvertita di non confondere sospetti e fatti. Ma l’idea di qualcuno seduto nello studio, magari alla mia scrivania, a esercitarsi sul mio nome, trasformava il tradimento in un gesto fisico.
«Perché non me l’hai detto?»
Sofia cominciò a tormentare il bordo della manica.
«Perché ho chiesto a mamma. Mi ha detto che tu sapevi tutto. Che volevi vendere e trasferirti in una residenza più piccola.»
«Ti è sembrato credibile?»
«Non del tutto.»
La risposta fu onesta, e proprio per questo mi fece bene.
«Poi ho sentito papà parlare al telefono. Diceva che, una volta incassata la seconda tranche, avrebbe sistemato i fornitori e nessuno avrebbe potuto fermare il progetto.»
«Seconda tranche.»
«Sì.»
«Sai con chi parlava?»
«No.»
Sofia alzò lo sguardo.
«Nonna, io non voglio accusare nessuno per cose che non so.»
In quel momento rividi Carlo in lei. Non nel viso. Nel modo in cui aveva bisogno di essere precisa prima di essere coraggiosa.
«Fai bene.»
Presi il telefono e chiamai Francesca.
Le spiegai della chiavetta.
«Non aprire altro,» disse. «Non cancellare niente, non modificare niente e soprattutto non inoltrare file. Portamela domattina. Faremo una copia forense se serve.»
Prima di chiudere il computer, Sofia mi raccontò anche un dettaglio che non aveva considerato importante. Qualche mese prima Matteo le aveva chiesto di fotografare due vecchi documenti conservati nello studio, dicendo che servivano per aggiornare una pratica assicurativa. Lei aveva rifiutato perché era di fretta. Il giorno dopo aveva visto gli stessi fogli già scannerizzati sul tavolo. Non provava ancora nulla da solo, ma aiutava a ricostruire quando i miei documenti avevano iniziato a circolare senza che io lo sapessi.
Quando uscii dallo studio, Elena era ancora in cucina.
Matteo non c’era.
«Dov’è andato?»
«Fuori.»
«Con la macchina?»
«Sì.»
Elena aveva gli occhi rossi.
«Mamma, possiamo parlare adesso?»
Mi sedetti.
Sofia rimase in piedi accanto alla porta.
«Parla.»
Elena inspirò lentamente.
«Matteo ha avuto problemi seri con la società. Più seri di quanto ti abbiamo detto.»
«Questo lo avevo capito.»
«Ha perso due commesse. Poi un cliente non ha pagato. C’erano stipendi, fornitori, tasse.»
«E quindi avete deciso di usare casa mia.»
«Non così.»
«Come, allora?»
«Pensavamo che vendere questa casa fosse sensato comunque. Tu sei sola. È grande. Costa.»
«Io non sono sola. Voi vivete qui.»
La frase la zittì.
Continuai.
«E soprattutto, Elena, non puoi decidere che una cosa mia diventa ragionevole da prendere solo perché a te serve.»
Lei si coprì il viso con una mano.
«Io volevo parlartene.»
«Quando? Dopo il rogito?»
«Non ci sarebbe stato nessun rogito senza di te.»
«C’è già un preliminare con una firma che porta il mio nome.»
Sofia abbassò lo sguardo.
Elena diventò pallida.
«Io non l’ho firmato.»
«Non ti ho chiesto se l’hai firmato tu.»
«Mamma, te lo giuro.»
Per qualche secondo la guardai cercando la bambina che correva nel corridoio con le ginocchia sbucciate, la ragazza che aveva pianto dopo il primo esame fallito, la donna che mi aveva tenuto la mano al funerale di Carlo.
Era ancora lì.
Ma non era l’unica persona che avevo davanti.
«Hai saputo del preliminare?»
Elena non rispose subito.
«Sapevo che Matteo stava parlando con una società.»
«Sapevi dell’acconto?»
Silenzio.
«Elena.»
«Sì.»
La parola cadde tra noi.
«Sapevi che i soldi erano entrati nella sua società?»
«Sì.»
«E sapevi che io non avevo firmato.»
Le lacrime le salirono agli occhi.
«Pensavo che avremmo sistemato tutto prima che diventasse definitivo.»
Mi appoggiai allo schienale.
Non urlai.
Non ne avevo bisogno.
«Quindi sapevi abbastanza.»
Sofia uscì dalla cucina senza dire nulla.
Elena la chiamò, ma lei continuò su per le scale.
Quella sera mangiai da sola.
Non perché mi avessero esclusa.
Perché non volevo sedermi con loro.
Il giorno dopo Francesca consegnò la chiavetta a un consulente informatico. Disse che il contenuto avrebbe dovuto essere acquisito correttamente prima di essere usato in qualsiasi procedimento.
Poi mi fece firmare la revoca della procura.
Mandò comunicazioni alla banca, allo studio notarile e al mediatore immobiliare indicato nei documenti.
Infine chiamò Emilia Domus.
Parlò con il loro amministratore, Lorenzo Bassi.
Quando riattaccò, il suo viso era più serio.
«C’è un’altra cosa.»
«Quale?»
«Loro sostengono che tu abbia approvato personalmente la vendita durante una videochiamata.»
Rimasi immobile.
«Non ho mai fatto una videochiamata con loro.»
«Lo so.»
«Hanno una registrazione?»
«Lorenzo dice di sì.»
Per la prima volta Francesca evitò di rassicurarmi.
«Ha accettato di mostrarcela domani.»
Quella notte pensai che qualcuno potesse imitare una firma.
Pensai a una scansione, a un contratto, a una mano che provava il mio nome.
Poi pensai alla mia faccia.
Alla mia voce.
E mi chiesi fin dove fossero disposti ad arrivare pur di trasformare il mio consenso in qualcosa che esisteva solo per loro.













