Alle nove meno cinque ero già nello studio di Francesca Roversi.
Non avevo fatto colazione. Avevo bevuto un caffè troppo forte al banco di un bar in via Ugo Bassi e avevo tenuto la lettera del notaio dentro la borsa come se potesse scappare.
Francesca aveva qualche anno meno di Elena, capelli corti e una capacità rara di ascoltare senza riempire i silenzi. Aveva seguito Carlo durante la malattia e poi me, quando la successione mi era sembrata un labirinto.
Lesse la lettera due volte.
«Hai detto che la procura non è più nella cassaforte.»
«Sì.»
«Chi conosce la combinazione?»
«Io. Elena. Matteo la conosceva perché una volta gli ho chiesto di prendere dei documenti mentre ero in ospedale.»
Francesca appoggiò la lettera sulla scrivania.
«Prima di pensare al peggio, vediamo cosa esiste davvero.»
Alle dieci e venti eravamo nello studio del notaio Giulia Conti, al secondo piano di un palazzo vicino a piazza dei Tribunali.
Giulia era una donna sui sessant’anni, con occhiali dalla montatura sottile e un fascicolo già aperto davanti a sé.
«Signora Ferretti, sono contenta che abbia richiamato personalmente.»
Quella parola mi colpì.
Personalmente.
«Perché?»
«Perché i contatti avuti finora sono passati tutti attraverso sua figlia.»
Francesca le fece un cenno.
«Possiamo vedere i documenti?»
Il notaio girò verso di noi tre fogli.
Il primo era una proposta preliminare per la vendita della mia casa a una società chiamata Emilia Domus Srl. Prezzo: un milione e centottantamila euro.
Mi mancò il respiro.
Non perché non sapessi che la casa valesse molto. Via Saragozza era cambiata negli anni, e il palazzo aveva un cortile interno raro, due piani abitabili e un piccolo giardino. Ma vedere una cifra accanto alle stanze in cui avevo cresciuto Elena trasformava ogni ricordo in una voce di inventario.
Il secondo foglio indicava un acconto di cinquantamila euro già versato.
Il terzo conteneva una firma.
Lucia Ferretti.
La guardai a lungo.
Era somigliante.
Abbastanza da ingannare chi non mi conosceva.
Ma io firmavo la F di Ferretti con un tratto che tornava indietro sotto il cognome. Mio padre mi aveva insegnato a farlo quando avevo sedici anni, perché diceva che una firma doveva avere qualcosa che la mano ricordava anche quando la testa era stanca.
Quella F non tornava indietro.
«Non è mia.»
Il notaio annuì lentamente.
«È quello che temevo.»
«Perché ha accettato il documento?»
Giulia non si offese.
«Non l’ho accettato come atto definitivo. È arrivato come allegato a una trattativa preliminare gestita tra le parti e un mediatore. Proprio per alcuni elementi non chiari ho chiesto di incontrarla. Sua figlia mi ha risposto che lei era in convalescenza e che preferiva non essere disturbata.»
Francesca indicò l’acconto.
«A chi è stato versato?»
Giulia cercò una pagina.
«Secondo la ricevuta allegata, alla Rinaldi Progetti Srl.»
Matteo.
Non a me.
Non a un conto vincolato collegato alla compravendita.
Alla società di Matteo.
Sentii le mani diventare fredde.
«Quindi lui ha già preso soldi per vendere casa mia.»
«Non posso stabilire le responsabilità penali,» disse Giulia, «ma posso dirle che non procederò con alcun atto senza la sua presenza e senza verifiche ulteriori.»
Francesca chiese una copia completa del fascicolo.
Poi tirò fuori dalla borsa un taccuino.
«Adesso la procura.»
Giulia aprì un’altra cartella digitale.
La procura risaliva a due anni prima. Ricordavo il giorno. Ero ancora con le stampelle e avevo firmato in casa davanti a un professionista incaricato. Il testo autorizzava Elena a gestire pagamenti ordinari, rapporti con fornitori e alcune pratiche amministrative.
Non autorizzava la vendita dell’immobile.
Non autorizzava una promessa di vendita.
Non autorizzava Matteo a ricevere denaro.
Francesca mi guardò.
«Questo è importante.»
«Perché?»
«Perché restringe il campo. Qualcuno non ha semplicemente interpretato male una procura ampia.»
Capivo cosa voleva dire.
Non era un equivoco.
Qualcuno aveva fatto un passo che sapeva di non poter fare.
Lasciammo lo studio notarile poco prima di mezzogiorno.
Sul marciapiede, Francesca mi prese il braccio.
«Prima cosa: revoca immediata della procura. Seconda: comunicazione formale alla banca e a chiunque possa avere ricevuto istruzioni da Elena. Terza: non affrontarli senza avere documentato la situazione.»
«E la società che ha pagato i cinquantamila?»
«Dovremo contattarla.»
«Dovrò restituire io quei soldi?»
«Non anticipiamo problemi che non sappiamo ancora come si configurano.»
Era una risposta prudente. Non rassicurante.
Nel pomeriggio andammo nella filiale dove avevo il conto da quasi trent’anni.
La direttrice, Paola, controllò le deleghe. Elena aveva accesso a un conto secondario che usavamo per le spese della casa. Io lo sapevo.
Quello che non sapevo era quanto fosse diventata larga la definizione di “spese della casa”.
Negli ultimi diciotto mesi c’erano bonifici verso Rinaldi Progetti.
Milleduecento euro.
Duemila.
Tremilacinquecento.
Altri mille.
Importi abbastanza piccoli da non attirare la mia attenzione quando guardavo distrattamente il saldo complessivo.
Totale: ventinovemilaquattrocento euro.
«Queste operazioni risultano autorizzate dalla delegata,» disse Paola.
Non c’era falsificazione.
C’era una fiducia usata fino al limite.
«Blocchi la delega.»
Paola digitò qualcosa.
«Da subito.»
La parola mi diede una sensazione strana. Sollievo e vergogna insieme.
Alle quattro rientrai a casa.
Elena mi aspettava in cucina.
Il tavolo era pulito. Della festa restavano soltanto due bottiglie vuote vicino al lavandino e una corona d’alloro sulla credenza.
«Dove sei stata?»
Mi tolsi il cappotto.
«Fuori.»
«Il notaio mi ha chiamata.»
Quindi sapeva.
«Bene.»
Elena si alzò.
«Mamma, devi lasciarmi spiegare.»
«Non oggi.»
«Non è come pensi.»
«Non sai ancora cosa penso.»
Matteo entrò dal corridoio.
Non sorrideva.
«Hai parlato con un avvocato?»
Lo guardai.
«Perché? Dovrei avere paura di farlo?»
«Nessuno ha detto questo.»
«I cinquantamila euro sono finiti nella tua società.»
Il suo volto cambiò appena. Bastò.
Elena chiuse gli occhi.
«Mamma…»
«Ventimila? Trenta? Quanti soldi avete preso anche dal conto di casa?»
«Erano prestiti,» disse lei.
«Chi li ha concessi?»
Nessuno rispose.
Sentii una porta aprirsi al piano di sopra.
Sofia comparve sulle scale con una borsa a tracolla. Guardò sua madre, poi suo padre, poi me.
«Nonna, posso parlarti?»
Elena scattò.
«Sofia, non adesso.»
Mia nipote non la guardò.
«È proprio adesso.»
Scese gli ultimi gradini e mi porse una piccola chiavetta USB.
«Questa era nella stampante dello studio di papà.»
Matteo impallidì.
«Dammi quella cosa.»
Sofia fece un passo indietro.
«No.»
«Non sai nemmeno cosa contiene.»
«Invece sì.»
Mi mise la chiavetta nel palmo.
«Ci sono scansioni dei documenti della nonna. Carta d’identità, firma, atto della casa. E un file che si chiama Casa_Saragozza_finale.»
La cucina diventò silenziosa.
Io chiusi le dita sulla chiavetta.
Non avevo ancora una prova di chi avesse imitato la mia firma.
Ma per la prima volta capii che non ero l’unica persona in quella casa ad aver visto qualcosa che non tornava.













