«Come facciamo?» ripeté Matteo, con entrambe le mani sul volante.
Quella domanda, in passato, sarebbe bastata a farmi cambiare idea.
Avrei chiamato Anna, inventato un raffreddore e detto a mio figlio che, naturalmente, mi sarei organizzata.
Era successo così tante volte che avevo smesso di considerarlo un sacrificio.
Quella sera, invece, rimasi seduta accanto a lui e lasciai trascorrere qualche secondo.
«Non lo so, Matteo. Ma è una cosa che dovete risolvere tu ed Elena.»
«Elena ha il turno. Io ho promesso agli amici che sarei uscito in bicicletta.»
Lo guardai.
«E io ho promesso a un’amica che sarei andata a una mostra.»
«Non è la stessa cosa. Loro contano su di me.»
«Anche Anna conta su di me.»
Mio figlio aprì la bocca, poi la richiuse.
Non sapevo se avesse capito quanto fosse ingiusto il paragone o se stesse semplicemente cercando un’altra risposta.
Gli dissi che, se me lo avesse chiesto giorni prima, avrei potuto valutare la situazione.
Ma mi aveva avvisata soltanto dopo aver deciso per conto suo che ero libera.
«Potevi dirmelo quando mi hai chiamata giovedì», aggiunsi.
«Pensavo che, visto che venivi sabato…»
«Che fossi disponibile anche domenica. Lo so.»
La stanchezza tornò a farsi sentire, ma non volevo aprire un’altra discussione fino a mezzanotte.
Lo ringraziai per il passaggio, gli augurai la buonanotte e scesi dall’auto.
Lui rispose a bassa voce.
Non mi chiese di cambiare idea, ma non sembrava contento.
Entrai in casa con una strana sensazione nello stomaco.
Avevo passato una bella serata con i nipoti, cenato insieme alla loro famiglia e ricevuto delle scuse.
Eppure bastava un no perché tutto sembrasse di nuovo fragile.
Paolo, che stava leggendo in soggiorno, mi chiese come fosse andata.
«Meglio dell’altra volta», dissi. «Ma credo che Matteo sia arrabbiato perché domani esco con Anna.»
«Allora domani esci con Anna.»
Sorrisi, anche se non mi sentivo ancora leggera.
Il problema non era decidere dove andare.
Era sopportare la possibilità che mio figlio fosse deluso senza precipitarmi a riparare il suo dispiacere.
La mattina seguente mi svegliai prima della sveglia.
Il telefono era sul comodino.
Per qualche minuto aspettai quasi che Matteo chiamasse per chiedermi un’ultima volta di andare da loro.
Non chiamò.
Feci colazione con Paolo, scelsi un maglione che mi piaceva e raggiunsi Anna nel centro di Bologna.
«Sei arrivata davvero», disse lei appena mi vide.
Risi, ma quelle parole mi punsero.
Negli ultimi mesi avevo annullato due appuntamenti con lei per correre dai bambini.
Anna non mi aveva fatto pesare le rinunce.
Forse anche per questo mi ero convinta che fossero innocue.
Le raccontai, senza fare nomi inutili, che stavo imparando a prendere sul serio i miei impegni.
Visitammo la mostra senza fretta.
Ci fermammo davanti alle fotografie che ci incuriosivano, discutemmo su una che lei trovava bellissima e io non capivo, poi entrammo in un bar per un caffè.
Niente di eccezionale.
Eppure, mentre ascoltavo Anna parlare di sua sorella, mi accorsi che non controllavo l’orologio ogni cinque minuti.
Avevo il diritto di essere lì fino alla fine.
A metà pomeriggio arrivò un messaggio di Matteo.
«Ho portato i bambini al parco. Elena è ancora al lavoro. Tutto bene.»
Lessi il messaggio e immaginai Emma correre verso lo scivolo e Tommaso fermarsi davanti a ogni pozzanghera.
Avrei voluto chiedere se avevano bisogno di qualcosa.
Invece scrissi: «Bene. Salutameli. Io sono ancora con Anna.»
La risposta arrivò dopo qualche minuto.
«Divertiti.»
Una sola parola.
Poteva essere detta con freddezza oppure con affetto.
Non cercai di indovinarne il tono.
Rimisi il telefono in borsa e ordinai un altro caffè.
La sera, a casa, ripensai a ciò che mi aveva fatto sentire tanto in colpa.
Non avevo lasciato due bambini senza qualcuno che li accudisse.
Erano con il loro padre, che aveva rinunciato a un’uscita per occuparsene.
Non era una tragedia familiare.
Era soltanto una giornata in cui il suo tempo era stato adattato alle esigenze dei suoi figli anziché il mio.
Il lunedì Matteo non chiamò.
Nemmeno io lo cercai per spiegarmi ancora.
Sapevo che avrebbe potuto interpretare il mio silenzio come una punizione, ma telefonargli immediatamente per cancellare ogni disagio avrebbe significato tornare al vecchio copione.
Gli mandai comunque una fotografia di una vetrina piena di libri per bambini che avevo visto durante la passeggiata.
Mi rispose con una faccina sorridente e niente altro.
Il martedì pomeriggio fu Elena a chiamarmi.
Mi raccontò che Emma aveva chiesto quando sarei tornata e che Tommaso voleva mostrarmi un nuovo disegno.
Parlammo dei piccoli per qualche minuto.
Poi Elena disse che le dispiaceva per la domenica.
«Io sapevo che Matteo voleva andare con gli amici», spiegò. «Pensavo avesse già chiesto a te di tenere i bambini. Non ci siamo nemmeno domandati se tu avessi dei programmi.»
«È quello che vorrei cambiasse», risposi. «Potete chiedere. E a volte potrei dire sì. Ma la risposta deve poter essere anche no.»
«Hai ragione. Domenica lui era stanco, ma ha passato una bella giornata con loro. Emma continua a parlare delle anatre al parco.»
Mi venne da ridere.
Matteo, da bambino, si fermava nello stesso modo a osservare gli animali vicino all’acqua.
Non gli avevo tolto qualcosa rifiutando di sostituirlo.
Forse gli avevo lasciato lo spazio per esserci.
Mercoledì, poco prima di cena, Matteo mi telefonò.
Non iniziò chiedendomi un favore.
Mi domandò se poteva passare dieci minuti, da solo, dopo aver accompagnato i bambini a casa.
Accettai, e quando suonò il campanello gli aprii senza preparare una difesa.
Si sedette al tavolo della cucina in cui aveva fatto i compiti da ragazzo.
Guardò la tazza che gli avevo messo davanti, poi mi disse che domenica aveva provato fastidio vedendo gli altri partire in bicicletta senza di lui.
«All’inizio pensavo che fossi stata egoista», ammise.
Aspettai.
«Poi Emma mi ha chiesto se io non volevo stare con loro. Mi sono vergognato. Non perché tu non ci fossi, ma perché avevo dato per scontato che dovessi esserci al posto mio.»
Fu la prima volta che sentii mio figlio distinguere fra un aiuto e un obbligo.
Pensai che stesse per alzarsi, invece rimase seduto.
Mi guardò con un’espressione che non gli vedevo da molti anni.
«Mamma, posso chiederti una cosa senza che tu cerchi di proteggermi dalla risposta? Quante volte hai rinunciato a qualcosa per noi senza dirmelo?»
La domanda mi costrinse a guardare una parte della nostra storia che avevo nascosto perfino a me stessa.
Per sapere che cosa gli confessai, continua con la Parte 5.













