Chiamai Elena il venerdì sera, dopo aver riletto tre volte il suo messaggio.
Rispose quasi subito, ma dalla sua voce capii che non era tranquilla.
«Lucia, non volevo scriverti una cosa così delicata sul telefono.»
«Dimmi pure.»
«Sabato scorso, quando siamo rientrati, ho chiesto a Matteo se tu volessi fermarti a mangiare con noi.»
Restai immobile.
Mi tornò in mente Elena che si chinava verso l’orecchio di mio figlio, proprio mentre tirava fuori il cibo dal frigorifero.
«Era questo che gli hai sussurrato?»
«Sì. Lui mi ha risposto che Paolo ti aspettava e poi ti ha detto di andare. Ho pensato che ne aveste già parlato. Ma avrei dovuto chiedere direttamente a te.»
Non era la spiegazione che mi aspettavo.
Per cinque giorni avevo immaginato che Elena avesse voluto liberarsi di me.
Scoprire che avesse pensato a invitarmi non cancellava ciò che era successo, ma cambiava il peso di quel sussurro.
«Mi hai vista mettere il cappotto», dissi. «Potevi chiedermi se avevo mangiato.»
«Hai ragione. Mi sono detta che Matteo conosceva i tuoi programmi e ho lasciato parlare lui. È stato comodo. E non è stato giusto.»
La sua risposta mi tolse la voglia di accusarla.
Non cercava una scusa perfetta.
Ammetteva di aver lasciato che un’altra persona decidesse al posto mio.
Le dissi che ciò che mi aveva ferita non era soltanto una cena mancata, ma il fatto che nessuno si fosse fermato un istante a considerare come stavo.
«Matteo mi dice sempre che a te non pesa», confessò Elena. «Che ami stare con i bambini e che preferisci non essere disturbata con troppe domande.»
Pensai a tutte le volte in cui avevo sorriso dicendo che andava tutto bene.
Era una spiegazione, non una giustificazione.
Le chiesi di parlarmi direttamente, d’ora in poi, quando avevano bisogno di qualcosa.
Non dovevamo passare sempre attraverso Matteo, soprattutto quando si trattava del mio tempo.
Elena accettò.
Poi aggiunse che avrebbe preparato la cena il sabato e che avrebbe lasciato ai bambini il loro pasto già pronto.
«Non serve che tu faccia tutto», disse.
Rimasi colpita da quelle parole, tanto semplici e tanto nuove.
Eppure mi promisi di non considerare risolto il problema perché avevamo fatto una telefonata gentile.
Ciò che contava sarebbe accaduto quando la casa fosse tornata rumorosa e qualcuno avesse avuto fretta.
Il sabato arrivai alle cinque, come stabilito.
Elena mi accolse alla porta e mi mostrò le vaschette per la cena dei bambini.
Mi disse dove aveva messo i pigiami puliti e mi spiegò che sarebbero rientrati verso le nove.
Per una volta avevo tutte le informazioni senza doverle inseguire.
Emma mi trascinò immediatamente verso un disegno che aveva lasciato incompleto.
Tommaso volle raccontarmi di un compagno dell’asilo che non sopportava il sugo rosso.
Mi sedetti per ascoltarli.
Non mi precipitai in cucina a sistemare qualcosa che nessuno mi aveva chiesto di sistemare.
Quella differenza minuscola mi sembrò enorme.
Matteo uscì dalla camera con la giacca in mano.
«Mamma, grazie per essere venuta.»
Lo disse guardandomi negli occhi.
Non sapevo se avesse scelto le parole con cura o se la telefonata del giovedì gli avesse davvero fatto capire qualcosa.
In ogni caso, risposi con un sorriso.
«Divertitevi.»
Dopo la loro partenza riscaldai il cibo dei piccoli e restai a tavola con loro.
Emma mi offrì un cucchiaino del proprio purè, convinta che fosse una prelibatezza.
Mangiai con loro un po’ di pane e formaggio che avevo portato nella borsa.
Poi giocammo, facemmo il bagno e scegliemmo una storia ciascuno.
Quando Tommaso rovesciò per sbaglio una scatola di costruzioni, sentii l’impulso di raccogliere tutto da sola.
Lui però si inginocchiò accanto a me.
«Ti aiuto, nonna.»
Mi accorsi che un bambino di quattro anni era stato più rapido degli adulti a capire che, se qualcuno lavora, gli si può dare una mano.
Non ne feci un discorso.
Gli passai semplicemente la scatola e raccogliemmo i pezzi insieme.
Alle otto e un quarto dormivano.
La cucina non era perfetta: c’erano due bicchieri nel lavandino e una briciola sotto la sedia.
Li lasciai dov’erano.
Non ero stata invitata a fare le pulizie.
Mi sedetti in soggiorno con un libro e attesi senza la sensazione di dover meritare il mio posto.
Alle nove meno dieci arrivò un messaggio di Elena.
«Tra venti minuti siamo lì. C’è la pasta al forno anche per te, spero ti piaccia.»
Lessi quelle parole due volte.
Non perché la pasta al forno fosse un dono straordinario.
Ma perché qualcuno aveva finalmente previsto che anch’io avrei avuto fame.
Quando rientrarono, Matteo andò prima a controllare che i bambini dormissero.
Elena apparecchiò tre posti, non due.
Ci sedemmo a tavola e all’inizio parlammo del film e dei disegni di Emma.
Poi mio figlio mi domandò se fosse stato tutto tranquillo.
«Sì», risposi. «E stavolta è stato più semplice perché ci eravamo organizzati.»
Matteo abbassò gli occhi sul piatto.
«Sono stato proprio maleducato l’altra sera, vero?»
Non mi aspettavo quella domanda.
Avrei potuto rassicurarlo automaticamente.
Era una vecchia abitudine: rendere più lieve il disagio di mio figlio anche quando il dolore era stato mio.
«Sì, Matteo. Lo sei stato.»
Elena non intervenne e lui non protestò.
Dopo un momento disse che aveva pensato soltanto a quanto fossero stanchi e affamati.
Gli risposi che capivo la stanchezza, ma non il motivo per cui la sua fame fosse stata evidente e la mia no.
Ci guardammo in silenzio.
Fu una conversazione difficile, ma nessuno si alzò da tavola.
Mi accompagnò a casa, come promesso.
Durante il tragitto parlammo dei bambini e del traffico, lasciando riposare le parole più pesanti.
Davanti al portone spense il motore.
«Mamma, domani avrei bisogno che stessi ancora con loro, dalle undici alle due. Elena lavora e io ho un impegno. Puoi?»
Guardai le luci del cruscotto.
Avevo già scritto sul calendario il nome di Anna e l’orario della mostra.
«Domani no, Matteo. Ho un appuntamento.»
Lui si voltò di scatto.
«Ma allora noi come facciamo?»
Era arrivata la prova che temevo: non se riuscisse a ringraziarmi quando dicevo sì, ma se sapesse rispettarmi quando dicevo no.
Per vedere come reagì Matteo al mio primo vero rifiuto, continua con la Parte 4.













