A settantaquattro anni avevo imparato a riconoscere il rumore di una casa che non ti appartiene più, anche quando il tuo nome è ancora scritto sull’atto di proprietà.
Era il rumore dei cassetti richiusi troppo in fretta quando entravo in cucina. Delle telefonate interrotte appena comparivo nel corridoio. Delle sedie spostate senza chiedermi se mi servissero. Dei miei piatti migliori usati per ospiti che non conoscevo, mentre a me veniva detto che sarebbe stato meglio cenare prima.
Quella sera, però, non avevo intenzione di farmi da parte.
Sofia si era laureata.
Mia nipote aveva ventidue anni, una corona d’alloro pronta sul tavolo del salotto e gli occhi di suo nonno Carlo quando era emozionata. Avevo passato la mattina a preparare le lasagne come piacevano a lei, con la besciamella fatta a mano e il ragù cotto per quasi quattro ore. Alle cinque Elena era entrata in cucina con il telefono in mano e un’espressione che conoscevo bene.
«Mamma, c’è stato un piccolo cambio di programma.»
Aveva cinquant’anni, ma quando voleva qualcosa piegava ancora la bocca nello stesso modo di quando ne aveva dodici.
«Che cambio?»
«Matteo ha invitato due persone importanti per il progetto. Investitori. La cena sarà un po’ più formale.»
Continuai a grattugiare il parmigiano.
«Posso cambiarmi.»
«Non è quello.»
Posai la grattugia.
Elena abbassò la voce.
«Pensavamo che magari potresti mangiare prima. Poi salire un po’ di sopra, giusto per non affollare.»
Guardai il tavolo. Dodici coperti. I miei bicchieri di cristallo. La tovaglia ricamata da mia madre. La casa in via Saragozza che Carlo e io avevamo comprato nel 1981, quando il tetto perdeva e il cortile era pieno di erbacce.
«È la laurea di Sofia.»
«Certo.»
«E io sono sua nonna.»
«Nessuno sta dicendo il contrario.»
Era una frase che Elena usava spesso prima di dirmi esattamente il contrario.
Matteo comparve sulla porta, camicia bianca e il solito sorriso controllato.
«Lucia, non farne una questione personale.»
Vivevano da me da quattro anni. Dovevano restare sei mesi, il tempo che la sua società superasse un periodo difficile. Sei mesi erano diventati quattro anni, insieme a bollette e spese che avevo finito per assorbire quasi senza accorgermene.
«La casa è mia,» dissi.
Matteo sospirò.
«Appunto. E nessuno lo mette in dubbio.»
Non risposi.
Alle sette meno dieci salii in camera. Non per obbedire. Per prendere il cardigan blu che Carlo mi aveva regalato l’ultimo Natale prima di morire.
Quando tornai sul pianerottolo sentii una voce maschile dal salotto.
«Quindi l’immobile è già libero da vincoli?»
Mi fermai.
Matteo rispose con tono leggero.
«Praticamente sì. La proprietà sarà trasferita entro poche settimane. Stiamo sistemando gli ultimi dettagli.»
Per un istante pensai a un altro immobile.
Poi sentii Elena.
«Mia madre non vuole più gestire una casa così grande. È diventata troppo impegnativa per lei.»
Le dita mi si strinsero intorno al corrimano.
Un’altra voce chiese: «E lei dove andrà?»
Matteo rise piano.
«Abbiamo già valutato una soluzione molto comoda sui colli. Assistenza, giardino, tutto.»
Il cardigan mi scivolò sul tappeto. Dentro di me, invece, qualcosa si spezzò con una precisione quasi pulita.
Tornai in camera e rimasi seduta sul letto. Sul comodino c’era una fotografia di Carlo davanti alla casa, con la vernice verde sulle mani.
Anni prima mi aveva detto: «Non lasciare che nessuno ti faccia sentire ospite a casa tua.»
Quella sera la frase diventò un’istruzione.
Aspettai che la cena iniziasse.
Alle otto e venti scesi dal retro, passando per lo studio. Cercavo la mia agenda con il numero dell’avvocata che aveva seguito la successione di Carlo. Aprii il cassetto dove Elena teneva la posta da smistare e vidi una busta color avorio infilata sotto un catalogo.
Il mio nome era stampato davanti.
Lucia Ferretti.
Sotto, il logo di uno studio notarile di Bologna.
Estrassi la lettera.
Il notaio Giulia Conti chiedeva la mia presenza «per chiarimenti relativi alla proposta preliminare di trasferimento dell’immobile sito in via Saragozza» e faceva riferimento a una firma attribuita a me.
Lessi la frase tre volte.
Non avevo firmato nessuna proposta.
In fondo alla pagina c’era una data.
Dodici giorni prima.
Dodici giorni in cui avevo continuato a vivere normalmente, senza sapere che qualcuno stava trattando la mia casa come già venduta.
Sentii passi nel corridoio.
Ripiegai la lettera e la infilai nella tasca del cardigan.
Elena comparve sulla porta dello studio.
Per un secondo guardò il cassetto aperto.
Poi guardò me.
«Mamma, cosa stai facendo?»
Mi alzai lentamente.
«Vado a fare una passeggiata.»
«Adesso?»
«Sì.»
«Ma piove.»
Presi l’ombrello di Carlo dall’attaccapanni.
«Ho passato anni a proteggervi dalla pioggia,» dissi. «Credo di poterne sopportare un po’.»
Uscii senza entrare nel salotto.
Camminai fino a piazza Malpighi, con la lettera che sembrava pesare più di tutto il resto nella tasca. Seduta sotto il portico, chiamai il numero del notaio.
Rispose una segreteria automatica.
Lasciai nome e recapito.
Poi chiamai l’avvocata Francesca Roversi.
Lei rispose al terzo squillo.
«Lucia? È successo qualcosa?»
Guardai la pioggia scorrere oltre le colonne.
«Credo che mia figlia e suo marito stiano cercando di vendere casa mia.»
Ci fu un silenzio breve.
«Hai firmato qualcosa?»
«Non per una vendita.»
«Hai mai dato una procura a Elena?»
Chiusi gli occhi.
Due anni prima, dopo l’operazione all’anca, avevo firmato alcuni documenti perché potesse pagare bollette e gestire pratiche mentre ero in riabilitazione.
«Una procura amministrativa.»
«Domani mattina vieni da me. E stanotte non firmare niente. Non consegnare documenti. Non discutere dettagli con loro.»
«Francesca.»
«Dimmi.»
«Se hanno falsificato la mia firma?»
Questa volta il silenzio durò di più.
«Allora da domani cambia tutto.»
Quando tornai a casa erano quasi le dieci.
La cena continuava.
Qualcuno brindava.
Dal salotto sentii Matteo dire: «Alla nuova fase.»
Salii le scale senza farmi vedere.
Quella notte non dormii.
Alle sei e dodici del mattino, prima che Elena si alzasse, aprii la cassaforte nello studio.
Il fascicolo con l’atto di proprietà era ancora lì.
La procura amministrativa, invece, era sparita.













