Quando Teresa Rinaldi vide il cancello del cimitero di Prima Porta, l’autobus che l’aveva portata da Orvieto era già ripartito da dieci minuti e il suo telefono segnava le undici e quarantasette.
Aveva sessantotto anni, un cappotto troppo pesante per quella mattina di settembre e una borsa di tela con dentro una bottiglia d’acqua, due panini che non aveva toccato e una fotografia di suo figlio Matteo a nove anni, con i capelli bagnati e un sorriso storto davanti al lago di Bolsena.
Non era stata invitata al funerale.
Non sapeva neppure che suo figlio fosse morto fino alla sera prima, quando la vicina, Ada, aveva bussato alla sua porta con il telefono in mano.
«Teresa, non so come dirtelo. Ho visto questo annuncio su Facebook.»
Sul piccolo schermo c’era una foto di Matteo in giacca blu, il nome completo e una riga che annunciava le esequie per la mattina seguente a Roma.
Teresa aveva chiamato subito Matteo. Poi sua moglie Sofia. Poi lo studio di ingegneria. Poi il socio di Matteo, Davide Ferretti. Ventitré telefonate, nessuna risposta.
Adesso correva lungo il vialetto di ghiaia come poteva, stringendo la borsa contro il fianco. In fondo, oltre due file di cipressi, vide un gruppo di persone raccolto attorno a una fossa aperta.
La bara era già sospesa sopra il terreno.
«Fermatevi!» gridò.
Qualcuno si voltò. Un uomo con una cartellina nera fece cenno agli addetti di aspettare.
Sofia era a pochi passi dalla fossa. Indossava un abito nero semplice, occhiali scuri e teneva le mani intrecciate davanti al ventre. Accanto a lei c’era Davide, il socio di Matteo, impeccabile in un completo grigio.
Teresa si fermò davanti a loro senza riuscire a riprendere fiato.
«Tu mi hai seppellito mio figlio senza chiamarmi.»
Sofia abbassò gli occhiali. Aveva il viso stanco, quasi scavato.
«Teresa, non doveva andare così.»
«Come doveva andare? Dovevo scoprirlo da una vicina?»
Davide fece un passo avanti.
«Signora Rinaldi, capisco lo shock, ma Matteo aveva chiesto una cerimonia riservata.»
Teresa lo guardò come se non avesse capito la lingua.
«Mio figlio mi telefonava ogni domenica alle sette e mezza. Anche quando litigavamo. Anche quando non aveva niente da dire. E avrebbe chiesto di essere sepolto senza sua madre?»
Nessuno rispose.
Il vento spostò un nastro bianco su una corona di gigli. Teresa notò che quasi tutti i presenti erano dipendenti dello studio. Non c’erano cugini, amici d’infanzia, vicini di casa. Sua nipote Giulia, la figlia ventenne di Matteo e Sofia, non si vedeva.
«Dov’è Giulia?» chiese.
Sofia strinse le labbra.
«A Bologna. Non ce l’ha fatta ad arrivare.»
Teresa si voltò verso la bara.
«Come è morto Matteo?»
Davide rispose prima di Sofia.
«Un incidente in un deposito. Una caduta. È stato terribile.»
«Quale deposito?»
«Teresa…» mormorò Sofia.
«Quale deposito?» ripeté lei.
Davide inspirò lentamente.
«Non credo sia il momento.»
Teresa si avvicinò alla fossa.
«Allora fatemelo vedere.»
Il responsabile delle pompe funebri scosse la testa.
«Signora, mi dispiace. La bara è stata preparata per restare chiusa.»
«Perché?»
Sofia fece un passo verso di lei.
«Il corpo ha subito traumi importanti.»
Teresa fissò la nuora. Conosceva quella donna da diciassette anni. L’aveva vista sorridere mentre mentiva su un regalo di compleanno, piangere senza vergogna al battesimo di Giulia, arrabbiarsi con Matteo al punto da lanciargli un canovaccio contro. Non l’aveva mai vista così immobile.
«Apri la bara.»
«No.»
«Sofia, apri la bara.»
Davide si interpose.
«Signora Rinaldi, sta trasformando un momento doloroso in uno spettacolo.»
Teresa lo ignorò.
«Mio figlio ha una cicatrice sotto il ginocchio sinistro. Se non posso guardargli il viso, guarderò quella.»
Sofia impallidì.
Fu una reazione minuscola, ma Teresa la vide.
Un paio di persone avevano tirato fuori il telefono. Davide se ne accorse e cambiò tono.
«Riccardo, aprila. Così chiudiamo questa storia.»
Il responsabile delle pompe funebri, Riccardo Leone, rimase fermo per un istante. Poi si chinò sui ganci metallici.
Il primo scattò con un suono secco.
Il secondo fece abbassare lo sguardo a Sofia.
Al terzo, Teresa smise di sentire il vento.
Il coperchio si alzò.
Dentro c’era un uomo vestito con il completo blu che Matteo aveva indossato alla comunione di un nipote, due estati prima. Teresa lo riconobbe subito. La mente cercava appigli inutili mentre gli occhi registravano ciò che contava.
L’orologio di Matteo era al polso dell’uomo. Al dito c’era la sua fede. Anche la piccola medaglia di San Benedetto che Teresa gli aveva regalato il giorno della laurea era lì.
Ma quello non era Matteo.
Il volto apparteneva a un uomo più anziano, con sopracciglia folte e un taglio cicatrizzato vicino all’orecchio destro.
Teresa non urlò.
Si chinò, sollevò con due dita l’orlo dei pantaloni e scoprì il ginocchio sinistro.
La pelle era intatta.
«Questo non è mio figlio.»
Riccardo fece un passo indietro.
Davide disse subito: «I traumi possono confondere—»
«Non la cicatrice che gli ho medicato per tre mesi quando aveva sedici anni.»
Teresa si voltò verso Sofia.
«Dov’è Matteo?»
Sofia sembrò sul punto di parlare, ma Davide le afferrò il gomito.
«Basta.»
Lei si liberò con uno strattone. La borsa le scivolò dalla spalla e cadde sulla ghiaia. Rossetto, chiavi, una bustina di medicinali e due telefoni finirono a terra.
Uno dei due iniziò a vibrare.
Teresa abbassò gli occhi.
Sul display compariva una sola scritta:
MATTEO – UFFICIO.
Sofia smise di respirare.
Teresa raccolse il telefono prima che qualcuno potesse fermarla e rispose.
«Pronto?»
Per due secondi sentì solo un fruscio.
Poi una voce roca, spezzata, quasi irriconoscibile, pronunciò una parola che nessun altro al mondo diceva nello stesso modo.
«Mamma.»
Teresa strinse il telefono con entrambe le mani.
La voce continuò, più bassa.
«Non credere alla mia morte. Vai all’armadietto diciassette. Tiburtina. E non fidarti di—»
Un colpo metallico interruppe la frase.
La linea cadde.
Quando Teresa alzò lo sguardo, Davide Ferretti non era più accanto alla fossa.
Stava già camminando verso l’uscita.













