La contrazione mi piegò in due proprio mentre mio marito gettava un assegno da 250.000 euro sul letto dell’ospedale.
Non mi chiese come stavo.
Mi disse che la sua amante gli aveva già dato il figlio maschio che desiderava e che nostra figlia non avrebbe portato il suo cognome.
Poi posò davanti a me una penna, come se in quel momento potessi pensare soltanto a firmare.
«Firma, Bianca.»
Gabriele Serra spinse i documenti verso di me proprio mentre arrivava un’altra contrazione.
Mi aggrappai alla sponda del letto e aspettai che il dolore mi lasciasse respirare.
Lui guardò l’orologio, irritato come se lo stessi facendo aspettare a un appuntamento.
«Prendi i soldi, cresci tua figlia e resta fuori dalla mia vita.»
Fissai l’assegno e cercai la sua faccia oltre la luce del monitor.
Sei anni prima, al mare, mi aveva promesso che avremmo affrontato tutto insieme.
Avevo creduto a quella promessa durante gli esami, le visite, le notti in cui temevo di non riuscire a diventare madre.
Adesso lui aveva trasformato il nostro matrimonio in una cifra e aspettava che gli dicessi grazie.
«Clara ha partorito due settimane fa», continuò.
«Un maschio. Il mio vero erede.»
Sentii qualcosa stringersi dentro, più forte della paura del parto.
Da mesi sospettavo che ci fosse un’altra donna, ma non avevo mai immaginato che lui avrebbe scelto quel momento per dirmelo.
Aveva aspettato che fossi bloccata su un letto, con le mani occupate a sopportare il dolore.
«E nostra figlia?» domandai.
«Non avrà il mio cognome. Questo è definitivo.»
Non guardò neppure i monitor accanto a me.
Nei sei anni trascorsi insieme avevo imparato a riconoscere il tono con cui Gabriele dichiarava chiusa una discussione.
Era lo stesso con cui correggeva il cameriere o parlava a mio padre durante i pranzi di famiglia.
Avrei voluto urlare.
Invece trovai soltanto due parole.
«Vattene.»
«Non prima che tu abbia firmato.»
La dottoressa Bensi, che fino a quel momento aveva controllato il tracciato, si avvicinò al letto.
Aveva un’espressione calma, ma non lasciava spazio a interpretazioni.
«Signor Serra, sua moglie è in travaglio attivo. Porti via questi documenti.»
«È una questione privata.»
«La salute della paziente, qui, non lo è.»
Gabriele mi lanciò uno sguardo pieno di disprezzo.
Rimise in tasca il telefono, ma lasciò la cartellina sul lenzuolo, come se l’assegno fosse sufficiente a farmi cambiare idea.
«Torno domani. E domani voglio una risposta.»
Quando uscì, chiesi all’infermiera di impedirgli di rientrare senza il mio consenso.
Lei annotò subito la richiesta e mi assicurò che il personale ne sarebbe stato informato.
Per la prima volta da quando era entrato in camera, riuscii a inspirare fino in fondo.
Gabriele ignorava che il tracciato mostrava due battiti.
Due bambini.
Una femmina e un maschio.
Il secondo gemello era emerso soltanto poche settimane prima, quando una nuova équipe aveva riesaminato una gravidanza seguita altrove con immagini ecografiche incomplete.
La dottoressa mi aveva spiegato quanto fosse insolito e perché, da quel momento, servissero controlli ravvicinati.
Quel giorno ero tornata a casa terrorizzata e felice insieme.
Gabriele non era venuto neppure a quella visita.
Avevo provato a telefonargli subito dopo la scoperta.
Mi aveva risposto con un messaggio: «Sono occupato. Parliamo dopo.»
Quel dopo non era mai arrivato, e intanto avevo scoperto gli appuntamenti con Clara, i fine settimana inventati e le bugie.
Non gli avevo taciuto la verità per vendicarmi.
Avevo rimandato quella conversazione perché non sapevo ancora come affrontarlo senza mettere a rischio la serenità della gravidanza.
In quella stanza capii quanto poco gli interessasse sapere che cosa stessi vivendo.
L’infermiera spostò i fogli per liberare il letto, ma le chiesi di lasciarmeli vicino.
Fotografai le pagine che Gabriele voleva farmi firmare: una proposta di separazione, una dichiarazione con cui pretendeva che rinunciassi a chiedere nulla per nostra figlia e le istruzioni per incassare l’assegno.
Persino in quel momento capivo che nessuna firma poteva rendere una bambina priva di diritti.
Ma il modo in cui aveva scritto quelle parole mi spaventava più della somma.
Fu allora che notai un foglio più piccolo, incastrato sotto la copertina della cartellina.
Portava il logo di Faro Comunicazioni e la dicitura «Autorizzazione al pagamento».
La cifra indicata era di 155.000 euro, con un codice di pratica della Porto Tirreno Logistica.
Nella casella «approvazioni» c’erano due nomi.
Uno era Gabriele Serra.
L’altro era Clara Valli, la donna di cui aveva appena annunciato con orgoglio la maternità.
Conoscevo quel nome e non soltanto perché era la sua amante.
Qualche mese prima, durante una cena, avevo visto sul tavolo di casa un rapporto sui fornitori della Porto Tirreno Logistica, l’azienda per cui Gabriele lavorava.
Faro Comunicazioni compariva in un elenco di contratti da verificare.
Un suono più insistente mi strappò ai miei pensieri.
La dottoressa tornò a osservare lo schermo e chiamò un’altra collega.
«Il battito del secondo bambino è accelerato. Li stiamo controllando entrambi con molta attenzione.»
Serrai il lenzuolo tra le dita.
Non importava più quanto denaro ci fosse scritto su quei fogli.
In quel momento avevo un solo desiderio.
«Vi prego, salvate i miei bambini.»
Quando la situazione si stabilizzò abbastanza da lasciarmi parlare, presi il telefono.
C’era un uomo che Gabriele aveva sempre trattato con sufficienza: mio padre, Valerio Presutti.
Era il proprietario della Porto Tirreno Logistica, proprio l’azienda che pagava lo stipendio di mio marito.
«Papà», sussurrai quando rispose, «sto per partorire. I tuoi nipoti sono due. Ho bisogno di te.»
«Dimmi dove sei, tesoro. Arrivo.»
Stavo per indicargli l’ospedale quando vidi una nota scritta a penna sulla richiesta di pagamento.
«URGENTE. DISPORRE ENTRO VENERDÌ.»
Era giovedì.
Sotto la frase c’era l’identificativo di un conto bancario.
Non vedevo tutte le cifre dell’IBAN, ma le ultime erano quelle del conto cointestato a me e Gabriele.
Se quel documento doveva pagare un fornitore della società di mio padre, perché il denaro era diretto verso casa nostra?
E perché Gabriele voleva disperatamente la mia firma prima di venerdì?
Per scoprire che cosa collegava quei 155.000 euro alla mia famiglia, continua con la Parte 2.













