— Papà, la mamma è chiusa là sotto!
Il grido di Luca attraversò il giardino e spense le risate della festa.
Un istante prima, gli invitati parlavano sotto il sole, fra sedie da esterno e bicchieri appoggiati sul tavolo. Adesso guardavano tutti un bambino con il viso bagnato di lacrime. Luca teneva un braccio teso verso la porta della vecchia cantina, al piano inferiore della casa di famiglia, poco fuori Verona.
— È lì! — ripeté. — La mamma è lì dentro!
Daniele si chinò davanti a suo figlio. Cercò il suo sguardo, ma il bambino continuava a fissare la porta in fondo ai gradini di pietra. Non era il capriccio di un bambino che voleva attenzione. Tremava mentre indicava sempre lo stesso punto.
— Luca, guardami — disse Daniele. — Che cosa stai dicendo?
— Che la mamma è là sotto. Non voglio che resti lì.
Quelle parole gli fecero stringere lo stomaco. Intorno a lui nessuno rideva più. Qualcuno aveva posato il bicchiere, qualcun altro si era voltato verso la casa, come se cercasse una spiegazione in una finestra o in una porta aperta. Ma l’unica porta di cui Luca parlava era quella della cantina.
Elena si avvicinò subito. Era stata tra gli adulti che cercavano di tenere viva l’atmosfera della festa, e ora parlava con una calma che sembrava voler convincere tutti, non soltanto il bambino.
— Luca, tesoro, ti stai confondendo. Là sotto non c’è nessuno.
Il piccolo scosse la testa con forza.
— C’è la mamma.
— Quella cantina è vuota da anni — insistette Elena, guardando Daniele. — Lo sai. Non c’è niente da vedere.
Daniele seguì la direzione del dito di suo figlio.
La porta era in fondo a pochi scalini, sotto il livello del giardino. Il legno scuro, il chiavistello e la chiusura che la teneva sigillata erano ben visibili anche da dove si trovavano. Da lassù sembrava soltanto un ingresso dimenticato. Eppure, in quel momento, gli pareva l’unica cosa importante dell’intera casa.
— Se è vuota, perché è ancora chiusa? — chiese.
Elena fece un piccolo gesto con la mano, quasi a liquidare la domanda.
— Perché non viene usata. Non trasformare una fantasia in un problema davanti a tutti.
Il tono era misurato. Proprio per questo, Daniele sentì crescere la propria inquietudine. Elena parlava come se la questione fosse già risolta, mentre Luca, a pochi passi da lei, piangeva ancora. Il bambino non aveva cambiato versione nemmeno una volta.
Daniele gli appoggiò una mano sulla spalla.
— Resta qui, vicino a me.
Luca annuì appena. Non smise di indicare la cantina.
I rumori della festa erano diventati lontani: il fruscio delle foglie, il lieve tintinnio di un bicchiere, il mormorio degli ospiti che cercavano di capire senza osare fare domande. Daniele sentiva soprattutto il respiro irregolare di suo figlio.
Aveva due possibilità. Poteva accettare la spiegazione di Elena e chiedere a Luca di calmarsi. Oppure poteva scendere quei gradini e controllare di persona. Non sapeva che cosa avrebbe trovato. Sapeva soltanto che non avrebbe potuto voltarsi dall’altra parte.
— Apro quella porta — disse.
Elena smise di parlare.
— Daniele, non ce n’è bisogno.
Lui non rispose. Prese un piccone che si trovava vicino al muro del giardino e scese i gradini di pietra. Dietro di lui, gli invitati si erano raccolti a una certa distanza. Non sentiva più le loro parole, solo il rumore dei suoi passi e il battito del cuore.
Si fermò davanti alla porta. Il chiavistello era fissato saldamente e la chiusura non cedette quando provò a muoverla. Non era una porta che si potesse aprire con una semplice spinta.
Alzò il piccone.
— Papà! — gridò Luca dall’alto.
Daniele si voltò un secondo. Suo figlio era immobile accanto al primo gradino, con gli occhi spalancati. Non sembrava spaventato dal rumore che stava per arrivare. Sembrava spaventato dall’idea che il padre potesse fermarsi.
Daniele colpì il punto in cui il metallo teneva fermo il legno.
Il rumore secco spezzò il silenzio del giardino.
Il chiavistello si allentò. Daniele fece leva con il piccone, poi afferrò il bordo della porta. La spinse con tutta la forza che aveva. Il legno cedette con un lungo gemito e lasciò apparire un’apertura nera.
L’aria che veniva da dentro era fredda. Daniele cercò di distinguere qualcosa oltre la soglia, ma il contrasto con il sole gli impediva di vedere il fondo.
— C’è qualcuno? — chiamò.
Nessuna risposta comprensibile.
Poi, dal buio, una mano pallida apparve lentamente nell’apertura.
Le dita si allungarono verso la luce, tremando, in un gesto disperato che non lasciava spazio a spiegazioni innocenti.
Daniele rimase senza fiato.
Alle sue spalle, gli invitati videro la stessa cosa.
La cantina non era vuota.













