«Sparisci da qui, soldatino. E portati via quel cagnaccio.»
L’uomo che mi sovrastava aveva la barba fino al petto, un giubbotto di pelle teso sulle spalle e una cicatrice che gli tagliava il sopracciglio. Sulla toppa cucita sopra il taschino c’era scritto Butch.
Dietro di lui, altri cinque motociclisti sorridevano. Il simbolo sulle loro schiene era lo stesso: una vipera attorcigliata attorno a una ruota.
Io volevo soltanto mangiare qualcosa e far bere Rex.
Avevo attraversato paesi e strade per tre giorni e mi ero fermato alla Trattoria La Sosta, poco fuori Vicenza, prima di rimettermi in viaggio. Indossavo ancora la divisa dopo una cerimonia alla caserma. Rex riposava sotto il mio tavolo, il muso sulle zampe, con il suo giubbotto di servizio.
Sulla stoffa era scritto: NON ACCAREZZARE.
Sono Giacomo Rinaldi. Ho passato vent’anni nell’esercito. Ho conosciuto le esplosioni, i compagni feriti, le notti in cui era impossibile sapere se saremmo tornati a casa. Ma quel martedì fu un gesto contro Rex, non contro di me, a farmi perdere la calma.
Rex è un incrocio tra un pastore belga Malinois e un pastore tedesco. Sul fianco sinistro ha una zona senza pelo, ricordo di una scheggia. Uno dei suoi denti è in titanio. In reparto lo consideravamo un compagno a tutti gli effetti.
Per me è molto di più di un cane.
Quando eravamo entrati, la giovane cameriera aveva guardato il suo giubbotto, poi il tavolo dei motociclisti.
«Non credo che a quelli piacerà vederlo qui», mi aveva sussurrato.
«È addestrato e resterà tranquillo. Un panino, un caffè e una ciotola d’acqua. Tra venti minuti saremo fuori.»
Lei aveva annuito, ma le tremavano le mani.
Poi erano arrivati loro.
Butch osservò Rex come se fosse qualcosa di sporco.
«I cani qui non li vogliamo. Soprattutto i bastardi spelacchiati.»
Rex sollevò appena la testa. Non abbaiò. Non ringhiò. Mi guardò, in attesa.
«È più pulito di te», risposi.
Sapevo che avrei dovuto tacere.
Butch fece un altro passo. Sentii odore di birra stantia. La cameriera era immobile vicino al bancone, con la caffettiera in mano.
«Credi che quella divisa ti renda importante? Questa è la nostra zona.»
Pensai a Sara e alla promessa che le avevo fatto: niente altre risse. Avevo imparato a convivere con troppe cose per cercarne di nuove.
«Stiamo finendo. Pagherò e ce ne andremo», dissi.
Butch rise.
«Tu sì. Il cane magari rimane. Ci serve un bersaglio per le freccette.»
Strinsi i pugni sotto il tavolo, ma continuai a respirare lentamente.
«Il conto, per favore», chiesi alla cameriera.
Butch sbatté il palmo sul legno. Rex tese i muscoli senza muoversi.
Poi l’uomo prese una brocca di acqua e ghiaccio dal tavolo accanto.
«Rinfrescati, bestiaccia.»
La rovesciò completamente su Rex.
L’acqua gelata gli cadde sulla testa e sulla schiena. I cubetti rimbalzarono contro le zampe del tavolo. Il giubbotto si inzuppò; sul pavimento si allargò una pozza.
Rex rimase al suo posto.
Scosse una sola volta il muso, sbatté le palpebre e tornò a fissarmi. Non sembrava spaventato. Sembrava confuso: aspettava che gli dicessi cosa fare.
I motociclisti scoppiarono a ridere.
Io guardai la vecchia cicatrice sul suo fianco e rividi l’Afghanistan. Eravamo bloccati sotto il fuoco nemico, con poche munizioni. Rex si era lanciato verso la minaccia per darci il tempo di ripararci. Era stato ferito da colpi e schegge.
Sei uomini erano tornati vivi grazie a lui.
Adesso qualcuno lo trattava come un giocattolo da umiliare.
Spinsi indietro la sedia e mi alzai. Le gambe raschiarono il pavimento, e le risate si affievolirono. Butch era più alto e pesante di me, ma indietreggiò appena incrociò il mio sguardo.
Mi chinai, sganciai il guinzaglio di Rex e indicai lo spazio libero vicino al muro.
«Rex. Al posto.»
Il cane si scrollò l’acqua, bagnando anche i pantaloni di pelle di Butch, poi raggiunse il muro e si sedette.
«Hai qualcosa da dirmi, soldatino?» provocò l’uomo.
«Hai appena commesso un grosso errore.»
Butch si mise in posizione e sogghignò.
«E cosa pensi di fare? Chiamare un esercito?»
«Non mi serve un esercito», risposi. «Mi bastano tre minuti.»
Fu lui a tirare il primo pugno.
Mi spostai all’interno del suo movimento, gli bloccai il braccio e lo sbilanciai. Cadde nella stessa pozza d’acqua che aveva creato, urlando per il dolore. Lo immobilizzai prima che potesse rialzarsi.
«Quel cane ha servito con onore», gli dissi sottovoce. «Tu hai solo cercato di farlo soffrire per far ridere i tuoi amici.»
Alle mie spalle una voce gridò:
«Prendetelo!»
Alzai lo sguardo.
Gli altri cinque avanzavano verso di me. Alcuni avevano tirato fuori dei coltelli. Uno impugnava una stecca da biliardo.
«Giù, dietro il bancone!» ordinai alla cameriera.
Lei si abbassò immediatamente. Rex era ancora seduto contro il muro.
«Resta», gli dissi.
Lasciai andare Butch, mi voltai verso i cinque uomini e inspirai piano.
La parte peggiore di quel pomeriggio, capii, doveva ancora cominciare.













