Quando rientrai a casa con un giorno d’anticipo, mia moglie era seduta in una camera gelida, con nostro figlio di undici giorni stretto al petto.
Mi guardò come se fossi uno sconosciuto e sussurrò:
«Ti prego, dimmi che non sapevi quello che stavano facendo.»
Quattro giorni prima avevo consegnato le chiavi di casa a mia madre.
Avevo anche lasciato duecento euro per la spesa, convinto che lei e mia sorella si sarebbero occupate di Elena mentre si riprendeva dal parto.
Non avrei mai immaginato che il primo gesto da compiere al mio ritorno sarebbe stato cercare una coperta per mia moglie e nostro figlio.
Mi chiamo Lorenzo Ferri, ho trentasei anni e vivo con mia moglie Elena nella periferia di Bologna.
Lavoravo come responsabile operativo in un deposito di merci, un impiego fatto di turni lunghi, problemi da risolvere e telefonate a orari impossibili.
Per quasi cinque anni avevamo desiderato un bambino.
C’erano stati mesi in cui evitavamo persino di passare davanti alle vetrine dei negozi per neonati, perché la speranza cominciava a farci male.
Poi era arrivato Tommaso.
Era nato un lunedì, poco prima dell’alba, dopo un parto concluso con un cesareo non programmato.
Quando l’ostetrica me lo aveva messo tra le braccia, avevo avuto paura di stringerlo troppo.
Elena, pallida e stanca, aveva trovato comunque la forza di sorridermi.
«Ha le tue orecchie», aveva detto.
«Spero abbia la tua pazienza», le avevo risposto.
Nei giorni successivi avevamo imparato a riconoscere il pianto della fame, quello del pannolino bagnato e quello che significava soltanto: voglio essere tenuto vicino.
Io cambiavo pannolini con la concentrazione di chi disinnesca un ordigno.
Elena rideva piano e poi si fermava, perché la ferita le tirava.
Eravamo esausti, ma felici.
La mattina in cui Tommaso compì una settimana, il mio superiore mi chiamò in ufficio.
Nel deposito collegato a Perugia mancavano registrazioni relative a quarantunmila e duecento euro di merce.
Non mi chiedevano di accusare nessuno: dovevo verificare inventari, bolle e passaggi fra magazzini prima che si bloccassero le consegne.
Il viaggio sarebbe durato quattro giorni, forse cinque, e non c’era un altro responsabile disponibile nell’immediato.
«Ho un bambino di sette giorni a casa», dissi.
Il mio superiore abbassò gli occhi sui fogli.
«Lo so, Lorenzo. Se potessi mandare qualcun altro, lo farei.»
Chiamai Elena dal parcheggio.
Le spiegai tutto cercando di non far sentire quanto mi pesasse lasciarla sola.
Rimase in silenzio per qualche secondo.
«Ce la caveremo», disse infine. «Ma preferirei che restassi.»
Non me lo disse per farmi sentire in colpa.
Era semplicemente la verità, e io avrei dovuto darle più peso.
Fu mia madre Anna a offrire la soluzione.
Aveva sessantacinque anni, una voce sicura e l’abitudine di intervenire prima che qualcuno finisse una frase.
Mia sorella Silvia, trentadue anni, abitava a pochi chilometri da noi.
Negli ultimi tempi le due trascorrevano quasi tutte le giornate insieme.
«Parti tranquillo», mi disse mamma al telefono. «Tua moglie e il bambino sono in ottime mani.»
Chiesi due volte a Elena se per lei andasse bene.
Lei annuì, ma notai che non era entusiasta.
Negli anni mia madre aveva commentato spesso il suo modo di cucinare, di spendere e perfino di preparare la casa prima della nascita.
Io avevo sempre liquidato quelle osservazioni come differenze di carattere.
«Se qualcosa ti dà fastidio, chiamami», promisi.
Elena mi prese la mano.
«Prometti che ascolterai davvero?»
«Te lo prometto.»
Quella sera preparai una lista con il numero della pediatra, i medicinali prescritti a Elena e gli orari del controllo postparto.
Lasciai il frigorifero pieno, una busta con duecento euro sul mobile dell’ingresso e una copia delle chiavi a mia madre.
Silvia arrivò mentre caricavo la valigia in auto.
Guardò la cameretta, le confezioni di pannolini e la nostra vecchia utilitaria parcheggiata sotto casa.
«Adesso riposati e lascia fare a noi», disse a Elena.
Baciai mia moglie sulla fronte e nostro figlio sulla guancia.
Poi partii.
Per i primi due giorni ricevetti messaggi rassicuranti da mamma.
Tommaso mangiava, Elena riposava, in casa era tutto a posto.
Quando provavo a chiamare mia moglie, la conversazione si interrompeva presto.
Una volta mi disse che era stanca.
Un’altra volta rispose mia madre dal suo telefono, spiegando che Elena stava dormendo.
Non mi allarmai.
Anzi, ringraziai mamma per essersi presa cura di loro.
Il quarto giorno chiusi il controllo prima del previsto e decisi di fare una sorpresa.
Guidai verso Bologna senza avvisare nessuno.
In cortile, però, non trovai l’auto di Elena.
La porta d’ingresso era chiusa, le tende abbassate e l’aria all’interno sembrava più fredda che fuori.
Aprii il frigorifero: c’erano mezza bottiglia d’acqua, un vasetto di yogurt e una confezione di latte già aperta.
«Elena?»
Nessuna risposta.
Salii al piano di sopra e sentii un gemito sommesso provenire dalla stanza degli ospiti.
Elena era seduta sul bordo del letto, avvolta in una vestaglia leggera.
Tommaso dormiva contro il suo petto, sotto una copertina troppo sottile.
Il termosifone era spento.
Sul comodino c’erano un bicchiere vuoto e il telefono di Elena con lo schermo nero.
Mi inginocchiai davanti a loro.
«Che cosa è successo? Dov’è mamma?»
Elena arretrò istintivamente.
Fu quel piccolo movimento a farmi più male di qualsiasi parola.
Poi mi rivolse la domanda che avrebbe cambiato il nostro matrimonio.
«Ti prego, dimmi che non sapevi quello che stavano facendo.»
Le assicurai che non sapevo niente.
Ma lei abbassò gli occhi verso un foglio piegato sul letto.
«Allora spiegami perché tua madre continuava a dire che era tutto deciso con te.»
Per capire quale decisione avessero preso alle nostre spalle, continua con la Parte 2.













