Dopo venticinque anni di matrimonio, scoprii che mio marito mi tradiva con una donna della nostra parrocchia.
Quando gli chiesi perché avesse distrutto la famiglia che avevamo costruito, rispose che voleva «provare qualcosa di nuovo».
Un mese dopo il divorzio annunciò che avrebbe sposato proprio lei.
Non immaginavo che nostra figlia minore, a soli dodici anni, si sarebbe presentata a quelle nozze con un regalo capace di fargli perdere il sorriso davanti a centocinquanta persone.
Mi chiamo Elena e, fino a quel giorno, avevo creduto che Riccardo fosse l’uomo con cui sarei invecchiata.
Ci eravamo sposati giovani, in una chiesa di Bologna, quando possedevamo due valigie, una macchina che si fermava a ogni semaforo e abbastanza fiducia per riempire una casa.
Negli anni erano arrivati cinque figli: Marta, Lorenzo, Sofia, Andrea ed Emilia.
Avevamo imparato a dormire poco, a fare i conti con le bollette e a distinguere dal rumore dei passi quale bambino si fosse alzato durante la notte.
Non pensavo che il nostro matrimonio fosse perfetto.
Discutevamo per le solite cose, dimenticavamo gli anniversari quando eravamo troppo stanchi e qualche volta restavamo in silenzio più del dovuto.
Ma mi fidavo di lui.
Mi ero fidata quando era nata Emilia, la quinta dei nostri figli e io avevo avuto paura di non riuscire a occuparmi di tutti.
Mi ero fidata soprattutto durante la chemioterapia, quando la malattia mi aveva lasciata senza capelli e senza la certezza di vedere crescere Emilia.
Riccardo mi accompagnava alle visite.
Mi teneva la mano nelle sale d’attesa, mi portava l’acqua quando avevo la nausea e qualche sera rimaneva seduto accanto al letto senza cercare parole rassicuranti.
Una volta, tornando dall’ospedale, mi aveva detto che avremmo festeggiato insieme anche le nozze d’oro.
Non avevo dimenticato quella frase.
La custodivo come si custodisce una promessa pronunciata nel momento in cui tutto il resto sembra incerto.
La verità arrivò in un martedì qualsiasi.
Avevo preparato il pranzo che gli piaceva e decisi di portarglielo nel suo ufficio, senza avvisarlo.
Mi sembrava un gesto semplice, uno di quelli che si fanno dopo tanti anni senza chiedersi se l’altro lo desideri ancora.
Quando aprii la porta, Riccardo era al telefono e parlava con una tenerezza che conoscevo bene.
«Anche a me manchi», disse, senza accorgersi che ero entrata.
Poi si voltò.
Vide il contenitore tra le mie mani, il mio viso pallido e il modo in cui mi ero fermata sulla soglia.
Non cercò di inventare una spiegazione.
Sorrise appena, come se aspettasse da tempo che una faccenda scomoda si risolvesse da sola.
«Bene, adesso lo sai.
Forse è meglio così.
Sì, sto con Patrizia.»
Patrizia sedeva tre file davanti a noi durante la messa della domenica.
Mi salutava abbracciandomi e, in occasione delle feste parrocchiali, preparavamo insieme biscotti e torte da vendere per raccogliere offerte.
Conosceva i nomi dei miei figli.
Mi aveva chiesto come stessi dopo l’ultima visita di controllo.
Ricordai tutte quelle conversazioni mentre cercavo una sedia per non cadere.
«Come hai potuto farci questo, Riccardo?» domandai.
«Venticinque anni.
Cinque figli.
Dopo tutto quello che abbiamo attraversato?»
Lui alzò le spalle.
«Il problema non sei tu, Elena.
Avevo solo bisogno di provare qualcosa di nuovo.»
Credevo di aver capito male.
Lui, invece, continuò con una tranquillità che mi fece più male di un grido.
«Gli uomini hanno delle esigenze.
Non possiamo restare con una donna sola per tutta la vita.
Diventa noioso.
Dovresti perfino essermi grata di essere rimasto così a lungo.»
Lasciai il pranzo sul tavolo senza aprirlo.
Tornai a casa e rimasi in macchina per quasi un’ora, perché non sapevo come entrare dalla porta dalla quale i nostri figli si aspettavano di vedere sempre tornare due genitori.
Quella sera non raccontai loro i dettagli.
Dissi soltanto che io e papà avremmo dovuto affrontare una separazione.
Marta mi abbracciò senza fare domande.
Emilia mi guardò come se avesse già capito che una risposta sincera poteva cambiare ogni cosa.
Seguirono mesi di pratiche, colloqui difficili e una casa che imparò a funzionare con un’assenza.
Non usai i ragazzi come messaggeri e non impedii a Riccardo di vederli.
Quando finalmente arrivò il divorzio, sperai almeno di avere il tempo di abituarmi alla nuova realtà.
Un mese dopo, invece, Riccardo annunciò il matrimonio con Patrizia.
Aveva già scelto la chiesa, il ristorante e la lista degli invitati.
Invitò tutti e cinque i nostri figli.
Io, naturalmente, non ero prevista e non avrei comunque voluto assistere alla cerimonia.
Marta, Lorenzo, Sofia e Andrea rifiutarono.
Non glielo avevo chiesto; ciascuno prese la propria decisione.
Emilia, invece, disse che voleva andare.
«È sempre il mio papà», spiegò, stringendo tra le mani l’invito.
Non me la sentii di punirla per quell’affetto.
Le chiesi solo di chiamarmi se avesse desiderato tornare prima.
La mattina delle nozze, Clarissa, la madre di Riccardo, passò a prenderla.
Emilia indossava un vestito azzurro e portava un pacco avvolto con una carta color crema.
Mi disse di aver preparato il regalo da sola, ma non volle mostrarmelo.
Pensai che fosse qualcosa di fatto a mano, forse un disegno.
Le sistemai una ciocca di capelli dietro l’orecchio e la lasciai andare.
Un paio d’ore dopo, il telefono vibrò.
Clarissa mi aveva scritto: «Non crederai a quello che ha fatto Emilia.
Guarda subito il video e vieni a prenderla».
Mi si gelarono le dita.
Aprii il filmato appoggiandomi allo schienale di una sedia.
Nel salone del ricevimento c’erano circa centocinquanta invitati.
Emilia avanzava verso Riccardo e Patrizia con il suo pacco tra le braccia.
La sua voce era sottile, ma si sentiva chiaramente.
«Papà, congratulazioni.
Per favore, apri il mio regalo.»
Riccardo sorrideva mentre strappava la carta.
Sollevò il coperchio e guardò dentro.
Il sorriso scomparve.
Balzò in piedi davanti a tutti e gridò:
«Come hai potuto?!»
Che cosa aveva trovato Riccardo nella scatola per reagire così? Continua con la Parte 2.













