«Mamma, comprane uno solo. Io ed Elia possiamo dividerlo.»
La frase di un bambino di appena quattro anni fermò Pietro Calleri a pochi passi dal bancone di una panetteria del Giambellino, a Milano.
Mezz’ora prima aveva lasciato una riunione in cui si discuteva l’acquisto di tre palazzi nel Quadrilatero della Moda per cinquecentocinquanta milioni di euro.
Eppure, davanti a quel bancone, un prezzo di pochi euro gli fece dimenticare ogni cifra ascoltata durante la mattina.
La donna che contava monete da dieci e venti centesimi era Noemi Valenti, la sua ex moglie.
Indossava un cappotto consumato ai polsi, scarpe da ginnastica scolorite e portava i capelli raccolti senza cura.
Accanto a lei c’erano due bambini identici, con occhi scuri e capelli castani.
Uno guardava i cornetti al cioccolato.
L’altro stringeva un quaderno pieno di pianeti disegnati con pastelli spuntati.
«Teo, amore, non devi dividere niente», sussurrò Noemi.
«La mamma ha abbastanza per tutti e due.»
Pietro la vide ricontare il mucchietto di spiccioli.
Mancavano ottanta centesimi.
Il fornaio, un uomo anziano con il grembiule infarinato, finse di consultare il registratore di cassa.
«Oggi c’è una promozione, Noemi. I cornetti li offre la casa.»
«Franco, non posso continuare ad accettare…»
«E io non posso continuare a discutere con un’insegnante più testarda di me.»
I gemelli sorrisero.
Noemi abbassò gli occhi, grata e mortificata insieme.
Pietro indietreggiò fino alla porta, senza farsi vedere.
Non era ancora pronto a sentirsi chiamare per nome da quella donna.
Non la incontrava da cinque anni.
L’ultima volta, Noemi aveva trascinato una valigia lungo il corridoio della loro villa sul lago di Como.
Lui le aveva detto una frase che, con il passare del tempo, aveva imparato a ricordare senza voler capire quanto fosse crudele.
«Se non sai stare al mio fianco come si deve, è meglio che tu sparisca dalla mia vita.»
Noemi era sparita davvero.
All’epoca Pietro si era convinto di avere ragione.
Cercava una moglie disposta a seguirlo tra ricevimenti, investitori e aeroporti.
Lei voleva continuare a insegnare scienze, portare i ragazzi al museo e tornare a casa con le mani macchiate di pennarello.
Pietro chiamava quel desiderio mancanza di ambizione.
Noemi lo chiamava semplicemente lavoro.
Ricordò una sera in cui lei gli aveva mostrato la fotografia di un piccolo telescopio comprato con una raccolta organizzata dai suoi studenti.
Lui aveva appena concluso un contratto importante e non si era neppure voltato.
Le aveva chiesto se fosse davvero necessario spendere tanto tempo per una scuola che non le avrebbe mai dato prestigio.
Noemi aveva rimesso la fotografia nella borsa.
Non avevano litigato.
Quella quiete, adesso, gli parve più grave di una discussione.
Dentro la panetteria, il bambino con il quaderno scoppiò a ridere per una battuta del fratello.
Sollevò un sopracciglio con un’espressione familiare, quasi insolente nella sua allegria.
Pietro conosceva quel gesto.
Lo faceva anche lui da bambino, e ancora oggi quando una trattativa prendeva una piega inattesa.
Il suo riflesso nel vetro gli restituì lo stesso arco delle sopracciglia.
I bambini erano piccoli, ma non tanto da rendere impossibile un pensiero che gli tolse il fiato.
Avevano pressappoco quattro anni.
Il matrimonio era finito cinque anni prima.
Pietro cercò di ricostruire i mesi, le date dei documenti, l’ultima notte in cui lui e Noemi avevano parlato senza ferirsi.
Scoprì di non ricordare quasi niente di quella notte.
Ricordava soltanto quanto fosse arrabbiato perché lei non voleva lasciare la scuola.
Uscì prima che il campanello della porta tradisse la sua presenza.
L’autista lo aspettava accanto a un’auto scura, con il telefono in mano e l’agenda già aperta.
«Torniamo in centro, dottor Calleri?»
«Sì. E cancelli il pranzo.»
«Ha una chiamata con gli investitori alle quattordici.»
«Per ora resta. Dopo vedremo.»
Durante il tragitto osservò le persone che attraversavano Milano sotto la pioggia.
Pensava alla valigia di Noemi, ai cornetti regalati e a una domanda che non aveva mai avuto il coraggio di porsi: dove fosse finita, e con quali mezzi avesse ricominciato.
Non bastava dirsi che il divorzio era stato civile.
Lui non aveva mai controllato se quella parola significasse la stessa cosa per entrambi.
Quella sera, dal suo ufficio in via Manzoni, chiamò Martino Ricci, l’avvocato che da anni seguiva i suoi affari personali.
«Martino, devo sapere se Noemi Valenti ha dei figli.»
«Pietro, dopo tutto questo tempo?»
«Non fare domande. O meglio, falle dopo. Prima cerca quello che puoi verificare legalmente.»
Il mattino seguente Martino richiamò.
Noemi aveva due gemelli, Teo ed Elia Valenti, nati prematuramente sette mesi dopo la separazione.
Nei documenti che lo studio aveva potuto recuperare dal vecchio fascicolo non risultava una dichiarazione di paternità da parte di Pietro.
Le date erano compatibili.
Gli occhi, il sopracciglio e il modo in cui quei bambini guardavano la madre gli tornarono davanti tutti insieme.
«Noemi ha cercato di contattarti durante la gravidanza», aggiunse Martino.
«Ci sono copie di comunicazioni conservate dallo studio che seguì la separazione.»
Pietro si alzò così in fretta che la sedia urtò il mobile alle sue spalle.
«Io non ho ricevuto niente. Neppure una telefonata.»
Dall’altra parte della linea, Martino tacque per qualche secondo.
Pietro sentì il rumore delle pagine sfogliate.
«Allora dovremo parlare di chi aveva il permesso di rispondere al posto tuo», disse infine l’avvocato.
Perché una lettera indirizzata a Pietro era stata archiviata come se lui l’avesse letta?
E chi aveva deciso che due bambini crescessero senza conoscere il proprio padre?
Per scoprire a chi erano state consegnate quelle comunicazioni, continua con la Parte 2.













