Stavo distribuendo pasti caldi davanti alla stazione di Bologna Centrale quando vidi la mia ex moglie in fila, con il cappotto fradicio e le guance più scavate di come le ricordavo.
Mi scappò una risata amara.
«Che fine ha fatto il tuo uomo ricco, Sara? Ti ha lasciata anche lui?»
Lei abbassò gli occhi sul contenitore che le porgevo.
«Grazie, Gabriele.»
Non aggiunse altro.
Se ne andò stringendo il pranzo con entrambe le mani, mentre una pioggia sottile bagnava i gradini della stazione.
La seguii senza sapere perché.
All’angolo del portico si fermò davanti a una bambina di circa quattro anni.
Quando la piccola alzò la testa, vidi i miei occhi sul suo viso.
Mi chiamo Gabriele Milani e per quattro anni avevo creduto che Sara mi avesse tradito.
La nostra storia era cominciata in modo molto diverso.
Eravamo stati sposati cinque anni e abitavamo in un bilocale della Bolognina, intestato a mia madre, Cinzia.
L’affitto era simbolico, e io mi ero convinto che fosse una fortuna.
Non capivo che, in quella casa, ogni favore aveva un prezzo.
Sara lavorava nella logistica di una cooperativa che serviva magazzini e trasportatori dell’Emilia-Romagna.
Tornava spesso dopo le otto, con il telefono ancora acceso per risolvere consegne saltate, turni e camion fermi.
Dicevo di detestare quelle ore imprevedibili.
La verità era meno nobile.
Ero geloso della considerazione che gli altri avevano per lei.
I colleghi la cercavano quando qualcosa andava storto.
I fornitori ascoltavano le sue decisioni.
Io, invece, tornavo dal mio impiego amministrativo e avevo l’impressione di non contare abbastanza.
Non lo ammisi mai, nemmeno a me stesso.
Mia madre aveva capito quella debolezza molto prima di me.
«Una moglie perbene prepara la cena prima che il marito rientri», ripeteva quando passava da noi senza avvisare.
«Lavoro anch’io, Cinzia», rispondeva Sara, togliendosi le scarpe all’ingresso.
«Le donne capaci sanno fare entrambe le cose.»
Sara mi guardava, aspettando una parola.
Io sceglievo sempre quella più comoda.
«È mia madre. Cosa vuoi che faccia?»
Lasciai che Cinzia gestisse perfino la mia carta bancaria, perché sosteneva di essere più ordinata con le scadenze.
Aveva anche una delega sul conto destinato alla nostra futura casa.
Lì erano confluiti i risparmi di entrambi e il ricavato della vendita di un piccolo laboratorio lasciatomi da mio padre.
Sara voleva che togliessimo la delega.
Io la accusai di voler allontanarmi dalla famiglia.
Poi Sara rimase incinta.
Non seppi quanto male stesse durante quei mesi.
Scoprii molto dopo che, tornando dal lavoro, doveva talvolta sedersi sui muretti per non svenire dalla nausea.
Non me lo raccontava perché io avevo trasformato ogni sua richiesta di aiuto in una discussione.
Al consultorio incontrò Lorenzo Conti, un avvocato in pensione che offriva assistenza volontaria alle donne sottoposte a controllo economico.
Lorenzo la aiutò a capire quali documenti fossero necessari per proteggere la sua parte dei risparmi.
Un pomeriggio Sara ebbe un mancamento dopo una visita, e lui insistette per accompagnarla a casa in auto.
Cinzia li vide arrivare.
Li seguì per qualche minuto e scattò una fotografia.
Poi la modificò, cancellando dall’inquadratura l’insegna del consultorio, la rampa per le carrozzine e il manifesto dedicato alle donne in gravidanza.
Rimase soltanto Sara accanto a un uomo anziano, ben vestito, che le apriva lo sportello.
Quella sera mia madre posò la stampa davanti al mio piatto.
«Tua moglie ha un amante.»
Sara era in piedi vicino alla finestra, le mani poggiate sul ventre.
«Sono incinta, Gabriele. Quell’uomo è un avvocato. Lasciami spiegare.»
Non la lasciai parlare.
Avevo davanti un’immagine che sembrava confermare tutte le mie insicurezze, e preferii la rabbia alla domanda più semplice.
«Prepara la valigia.»
Cinzia aprì la porta di casa.
«E lascia qui le chiavi e il bancomat.»
All’alba Sara uscì con una borsa consumata.
Prima di andarsene sistemò una busta sotto il portachiavi sul mobile dell’ingresso.
«Leggila, almeno. Ti prego.»
Non lo feci.
Mia madre la prese prima che potessi ripensarci.
Il giorno seguente trasferì quattrocentoventimila euro dal conto dei nostri risparmi su un conto intestato a lei, sfruttando la delega e le credenziali che le avevo incautamente consegnato.
A cena mi guardò senza abbassare la voce.
«Sara ha svuotato il conto ed è fuggita con il suo amante.»
Le credetti.
Per quattro anni non andai in banca a controllare.
Nemmeno una volta.
Ora Sara era tornata davanti a me, più magra e infreddolita, e non aveva nemmeno cercato di difendersi dalla mia cattiveria.
La osservai inginocchiarsi accanto alla bambina e aprire il contenitore.
La piccola aveva capelli castani, il mio sguardo e quella piega fra le sopracciglia che mi viene quando non capisco qualcosa.
«Mamma, ce n’è abbastanza per tutte e due?»
Mi si gelò il sangue.
Sara si voltò e mi vide fermo sotto il portico.
Il sorriso che aveva riservato alla bambina svanì.
«Gabriele», sussurrò.
Guardai di nuovo la piccola.
Poi Sara.
«Chi è?»
Per scoprire chi era la bambina con i miei occhi, continua con la Parte 2.













