«Mamma, noi abbiamo fame. Adesso ceniamo. Tu dovresti andare, tanto papà ti starà aspettando.»
Mio figlio Matteo lo disse sedendosi a tavola, senza nemmeno guardarmi davvero.
Avevo sessantaquattro anni, non avevo ancora mangiato e avevo passato le ultime quattro ore a occuparmi dei suoi bambini.
Fuori mi aspettava un viaggio di quasi un’ora in autobus.
Non era la prima volta che facevo da babysitter gratis.
Anzi, per molto tempo era stato il modo più semplice con cui dimostravo di voler bene alla mia famiglia.
Quando Matteo mi scriveva «Mamma, sabato puoi tenere i piccoli?», io rispondevo di sì prima ancora di controllare il calendario.
Se la scuola dell’infanzia telefonava per una febbre, partivo.
Se lui ed Elena, mia nuora, avevano un impegno, cambiavo i miei programmi.
Amavo stare con Emma e Tommaso.
Mi correvano incontro appena aprivo la porta, mi raccontavano storie senza capo né coda e litigavano per chi dovesse sedersi più vicino a me durante la lettura della buonanotte.
Nessuno mi obbligava ad amarli così.
Ma era diventato difficile capire quando il mio aiuto fosse un regalo e quando, per loro, fosse semplicemente un servizio già previsto.
Quel sabato ero arrivata alle cinque del pomeriggio.
Matteo cercava le chiavi dell’auto e Elena si sistemava i capelli davanti allo specchio dell’ingresso.
Andavano al cinema.
Mi salutarono in fretta, mentre i bambini si aggrappavano alle mie gambe felici di vedermi.
Non ci fu il tempo di chiedere come stessi o se avessi già cenato.
Preparai da mangiare per i piccoli, sparecchiai, lavai i piatti e rimisi in ordine la cucina.
Poi vennero il bagno, i pigiami, i bicchieri d’acqua richiesti all’ultimo momento e le favole.
Alle otto dormivano entrambi.
Raccolsi i giochi rimasti sotto il divano e mi sedetti al tavolo della cucina.
Soltanto allora mi accorsi di non aver mangiato niente.
Pensai che, quando fossero tornati, avrei chiesto un pezzo di pane o mi sarei fatta qualcosa a casa.
Verso le nove sentii l’auto entrare nel vialetto.
Matteo ed Elena rientrarono parlando del film.
Chiesi se si fossero divertiti.
«Sì, bello», rispose mio figlio.
Elena aprì il frigorifero e cominciò a preparare la cena per loro due.
Rimasi seduta, stanca ma contenta che Emma e Tommaso avessero trascorso una buona serata.
Mi aspettavo una domanda semplice: «Hai mangiato, Lucia?».
Elena si chinò verso Matteo e gli sussurrò qualcosa.
Lui si voltò e pronunciò quelle parole: avevano fame, io dovevo andare, suo padre mi aspettava.
Guardai il cibo sul piano della cucina.
Non chiesi una porzione.
Non volevo arrivare a implorare l’attenzione che mi sarebbe bastato ricevere spontaneamente.
«Certo», dissi soltanto.
Andai fino alla porta della cameretta, mandai un bacio ai bambini addormentati, presi la borsa e indossai il cappotto.
Matteo aveva già cominciato a mangiare.
Non mi accompagnò all’uscita e non mi offrì un passaggio.
Non disse nemmeno grazie.
Alla fermata aspettai diciannove minuti nel freddo.
Li contai guardando l’orologio, perché non riuscivo a smettere di ripetermi la frase di mio figlio.
«Noi abbiamo fame.»
Come se io non potessi averne.
Come se le ore che avevo passato in quella casa fossero scomparse nel momento in cui loro erano tornati.
Durante il viaggio attraversai Bologna quasi vuota e ripensai agli anni in cui avevo cresciuto Matteo.
Per sei anni eravamo stati soltanto noi due, prima che Paolo entrasse nella nostra vita e diventasse per lui un padre.
Lavoravo, cucinavo, seguivo i compiti e cercavo di fargli sentire che poteva contare su di me.
Non me ne pentivo.
Non mi pentivo neppure di occuparmi dei nipoti.
Mi addolorava, però, la sensazione di essere diventata invisibile appena il mio lavoro era finito.
Ripensai ai sabati in cui avevo rinunciato a vedere un’amica, alle sere in cui avevo corso per non farli arrivare tardi, alle volte in cui avevo detto «Non preoccupatevi per me».
Forse Matteo aveva imparato a prendere quelle parole alla lettera.
Gli avevo insegnato che poteva affidarsi a sua madre.
Non gli avevo insegnato che anche una madre ha bisogno di rispetto.
Quando scesi dall’autobus avevo preso una decisione.
Non avrei smesso di amare Emma e Tommaso.
Non avrei fatto pagare a loro l’indifferenza degli adulti.
Ma non avrei più confuso l’essere necessaria con l’essere apprezzata.
Il giovedì successivo Matteo mi telefonò.
«Mamma, sabato sei libera? Come l’altra volta?»
La sua voce era tranquilla.
Per lui, evidentemente, quella sera era finita senza alcun problema.
Guardai il calendario accanto alla poltrona e ricordai i diciannove minuti alla fermata.
«Certo», risposi.
Lui sembrò sollevato.
«Perfetto. Grazie, mamma.»
«A che ora vuoi che venga?»
Matteo cominciò a spiegarmi i loro programmi, sicuro che tutto sarebbe andato come sempre.
Aspettai che finisse.
Questa volta avevo qualcosa da aggiungere, e per la prima volta non temevo che dire la verità mi rendesse una cattiva madre.
Per capire che cosa chiesi davvero a mio figlio, continua con la Parte 2.













