Camilla tornò dal corridoio con il carillon azzurro stretto fra le mani.
Era una scatola di legno rivestita di vernice consumata, con una stella dipinta sul coperchio.
La posò sulla scrivania con la cura che avrebbe riservato a un oggetto fragile, sebbene non avesse grande valore.
«Chiara ci dorme vicino da quando è nata», spiegò. «Gliel’ha regalato mia zia. Non sa nulla della busta.»
Giuliano notò una piccola fessura sotto il fondo.
Camilla sollevò con l’unghia il sottile rivestimento di feltro e ne estrasse una busta piegata in quattro.
La carta era ingiallita sui bordi, ma l’inchiostro blu del nome era ancora nitido.
«Questa è la scrittura di Carlotta», disse Giuliano.
Camilla annuì.
«Non avevo un posto sicuro per conservarla. Quando Chiara ha cominciato a camminare l’ho nascosta qui insieme alla fede.»
Giuliano rigirò la busta.
Non c’era colla sulla linguetta, solo una piega accurata.
Per un istante provò un sentimento che lo spaventò: desiderava leggere quelle parole più di quanto desiderasse credere alla donna che gliele porgeva.
«Puoi restare», disse. «Non voglio che tu debba immaginare cosa sto leggendo.»
Aprì la lettera.
Carlotta aveva scritto poche righe su due facciate di un foglio strappato da un quaderno.
Non parlava dell’azienda, dei conti o delle medicine.
Parlava di una giovane donna che aspettava una bambina e temeva di non poterle offrire un luogo sicuro.
«Ho dato a Camilla la mia fede», lesse Giuliano a voce bassa. «L’ho fatto io, senza che lei me la chiedesse. Se le servirà, potrà venderla. Se un giorno tornerà a te, significherà che ha trovato un’altra strada. In entrambi i casi, non cercare in questo gesto una perdita.»
Si fermò.
Non perché le parole fossero difficili, ma perché riconosceva il modo in cui Carlotta costruiva una frase quando voleva convincerlo a guardare le cose in maniera diversa.
Girò il foglio.
«So che cercherai l’anello. Lo conosco, il tuo bisogno di tenere le cose al loro posto. Ma io vorrei che tu ricordassi anche ciò che un oggetto può fare quando lo lasci andare. Non devi salvare nessuno al mio posto, Giuliano. Devi solo ascoltare la verità quando qualcuno finalmente riesce a dirtela.»
Sotto c’era la firma, semplice: Carlotta.
La data corrispondeva all’ultima sera in cui aveva parlato con lei.
Giuliano rimase seduto.
Per quattro anni aveva immaginato sua moglie privata della fede in un corridoio d’ospedale.
La possibilità di un furto gli era sembrata insopportabile; adesso era la generosità di Carlotta a metterlo in difficoltà.
La sua mano si aprì lentamente.
«Sapeva quanto ci tenevo», disse.
«Sì. Me lo disse. Disse anche che probabilmente lei si sarebbe arrabbiato.»
Giuliano alzò gli occhi.
«Aveva ragione.»
Camilla accettò quella risposta senza difendersi.
«Mi fidai delle sue parole», continuò. «Poi, quando morì, non riuscii a fare quello che mi aveva chiesto. Avevo paura che bastasse vedermi con la fede perché tutti pensassero il peggio.»
«Avresti potuto spedire la lettera.»
«Avrei potuto. La scrissi su una busta più grande, tre volte. Ogni volta mi sembrava impossibile spiegare quattro anni di silenzio. All’inizio erano giorni. Poi sono diventati mesi. È stata vigliaccheria, non prudenza.»
Giuliano non sopportò di sentirle dare a se stessa un nome così duro.
Tuttavia non desiderava nemmeno alleggerire ciò che era accaduto.
«Per tutto questo tempo ho cercato quella fede. Ho chiesto a persone che non ricordavano più nemmeno il nostro cognome. Ho pensato che qualcuno si fosse approfittato dell’ultima notte di mia moglie.»
«Lo so. Ed è anche per questo che le ho chiesto scusa ogni volta che aprivo il carillon.»
Il nome di Carlotta rimase sospeso fra loro.
Giuliano rilesse l’ultima frase e ripiegò il foglio seguendo i segni già presenti.
«Non puoi cancellare quello che mi hai nascosto.»
«Non glielo sto chiedendo.»
«E non posso fingere che lavorare qui per otto settimane senza parlarmene sia stato un caso.»
«Non lo è stato. Quando l’agenzia mi comunicò l’indirizzo, capii. Mi dissi che sarei venuta solo a restituire tutto, magari già il primo giorno. Ma quando la vidi davanti alla fotografia mi mancò il coraggio.»
Giuliano fissò la porta.
La fotografia era sempre stata lì, sul mobile accanto ai libri.
Camilla l’aveva spolverata decine di volte, trattenendo una verità che lui inseguiva da anni.
«Perché hai accettato il lavoro, se sapevi che mi avresti mentito?»
«Perché pensavo che da vicino sarebbe stato più facile. Mi sbagliavo. E perché avevo bisogno dello stipendio. Tutte e due le cose sono vere.»
La risposta, priva di eleganza, gli parve almeno onesta.
In cucina si udì una breve risata di Chiara, seguita dalla voce tranquilla di Teresa.
«Tua figlia non sa perché sei venuta?»
«Sa solo che lavorare qui mi permette di andare a prenderla a scuola. E sa che la sua mamma, a volte, è triste.»
Giuliano guardò il carillon e si immaginò una bambina addormentata, ignara dell’anello nascosto pochi centimetri sotto la sua musica.
Il ricordo della propria ricerca si mescolò a una domanda nuova: chi avrebbe pagato il prezzo della sua rabbia, adesso?
«Non prenderò una decisione sul tuo lavoro mentre siamo entrambi sconvolti», disse. «Oggi puoi andare a casa con Chiara. Verrai pagata per la giornata.»
Camilla sollevò la testa.
«È più di quanto potessi aspettarmi.»
«Non è un favore. È il tempo che mi serve per distinguere quello che hai fatto da quello che avevo immaginato.»
Camilla rimise a posto il feltro del carillon, ma lasciò la scatola sulla scrivania.
Giuliano gliela restituì.
«È di Chiara. Non voglio che perda la sua musica per una discussione fra adulti.»
La donna lo prese con le mani finalmente ferme.
Prima di uscire, però, si voltò.
«Signor Moretti, c’è una persona che può confermare ciò che le ho raccontato. Non mi aspetto che basti una lettera, anche se è davvero di sua moglie.»
«Chi?»
«Una consulente del centro al quale Carlotta mi indirizzò. Si chiama Elena Riva. Mi ha aiutata a trovare una stanza quando aspettavo Chiara. Conserva ancora i miei vecchi messaggi, con il mio consenso può mostrarli.»
Giuliano guardò di nuovo il foglio.
Aveva trascorso anni a cercare un colpevole per una fede scomparsa.
Per capire se la storia di Camilla fosse tutta vera avrebbe dovuto incontrare qualcuno che conosceva una parte di Carlotta rimasta invisibile a lui.
Avrebbe trovato soltanto una conferma, oppure il coraggio di riconoscere ciò che non aveva mai voluto vedere? Segui questa domanda nella Parte 4.













