Giuliano sentì il nome di sua moglie pronunciato dalla voce di una bambina che non l’aveva mai conosciuta.
Per alcuni secondi rimase in ginocchio, con la fede stretta nella mano, incapace di decidere a quale delle due donne rivolgersi.
Poi vide Chiara aggrottare la fronte, come se avesse appena commesso una colpa irreparabile.
Si rialzò e aprì la porta del salotto.
«Signora Teresa, può accompagnare Chiara in cucina? Le faccia vedere i biscotti che ha preparato.»
La cuoca, richiamata dal corridoio, annuì senza fare domande.
Giuliano si chinò di nuovo verso la piccola.
«Non sei nei guai. Hai detto la verità, e questo va bene. La tua mamma viene tra poco.»
Chiara cercò lo sguardo di Camilla.
Solo dopo un cenno della madre prese la mano di Teresa.
Quando i loro passi si furono allontanati, Giuliano chiuse la porta lasciandola appena socchiusa.
«Adesso puoi parlare», disse.
Camilla si sedette sul bordo della poltrona, senza aspettare che glielo proponesse.
Si torceva le dita, ancora segnate dal detersivo usato quella mattina.
«Quattro anni fa lavoravo in una clinica di Milano. Non ero un’infermiera. Facevo assistenza ai pazienti con una cooperativa, soprattutto nei turni serali.»
Giuliano riconobbe subito il nome della struttura quando Camilla lo pronunciò.
Era la clinica dove Carlotta aveva trascorso le sue ultime settimane.
«Ti ho vista là?»
«Probabilmente no. Lei arrivava al mattino e si fermava fino a tardi. Io entravo quando i familiari cominciavano ad andare via.»
Giuliano avrebbe voluto correggerla.
Non era sempre rimasto fino a tardi; alcune volte si era allontanato per riunioni che allora gli erano sembrate impossibili da rimandare.
Quel ricordo gli fece abbassare gli occhi.
«E Carlotta?»
«Mi parlava. All’inizio mi chiedeva soltanto dell’acqua o di sistemarle il cuscino. Poi, una sera, mi vide piangere nel corridoio.»
Camilla prese fiato.
Al tempo era incinta, spiegò, e il padre della bambina aveva interrotto ogni contatto quando aveva saputo della gravidanza.
Il contratto con la cooperativa stava per scadere; la proprietaria della stanza che affittava non voleva aspettare un altro mese per l’affitto.
Non era una situazione straordinaria, disse Camilla, ma a lei sembrava la fine del mondo.
«Carlotta mi chiese perché continuassi a dire che andava tutto bene, quando non era vero.»
Giuliano alzò la testa.
Era proprio il genere di domanda che sua moglie avrebbe fatto, con quella sua maniera delicata di non accettare una risposta comoda.
«Le raccontasti tutto?»
«Non subito. Lei non insistette. La sera dopo mi fece sedere vicino alla finestra e mi disse che potevo anche non parlare. Rimasi dieci minuti in silenzio, poi cominciai.»
Camilla sorrise appena, senza allegria.
Carlotta le aveva procurato il numero di un servizio di orientamento per madri sole e l’aveva incoraggiata a chiedere una consulenza, senza promettere miracoli.
Le aveva anche spiegato come documentare i pagamenti dell’affitto e cercare un’altra stanza.
«Non sapevo che aiutasse qualcuno in ospedale», disse Giuliano.
«Non voleva che diventasse una cosa da raccontare. Diceva che aiutare una persona non significa possederne la storia.»
Giuliano guardò la fotografia sul mobile.
Si era abituato a pensare di conoscere ogni cosa importante della vita di Carlotta.
Quella frase gli mostrò quanto della sua gentilezza avesse continuato a vivere lontano dai suoi occhi.
«Parlami dell’anello.»
Camilla si strofinò il polso con il pollice.
L’ultima sera in cui aveva visto Carlotta cosciente, il reparto era tranquillo e fuori dalle finestre cadeva una pioggia sottile.
Carlotta aveva chiesto di sedersi un poco più dritta e di avere la scatola dei propri effetti personali.
«Aveva tolto la fede perché le mani si erano gonfiate. La teneva nel palmo. Disse che non riusciva più a farla passare oltre la nocca.»
«E te la diede?»
«Sì. Io rifiutai. Le dissi che era sua, che doveva conservarla per lei.»
Camilla tacque un momento.
Giuliano la lasciò cercare le parole.
«Mi rispose che quell’anello aveva accompagnato una vita felice e che forse poteva aiutare a proteggerne un’altra. Aveva paura che io lasciassi il lavoro e tornassi da persone da cui ero scappata soltanto perché non avevo soldi.»
«Ti disse di venderlo?»
«Mi disse che, se mi fosse servito davvero per mettere al sicuro mia figlia, avrei potuto farlo. E che non dovevo vergognarmene.»
Giuliano strinse le dita sul metallo.
La fede che aveva immaginato perduta in qualche sacchetto di lavanderia era stata, invece, affidata a una donna che non poteva neppure permettersi un affitto.
Non sapeva ancora se crederle.
«Perché non l’hai venduta?»
«Perché la consulenza che Carlotta mi aveva suggerito funzionò. Mia zia mi accolse per qualche mese e trovai un nuovo impiego. Quando nacque Chiara non ero ricca, ma non dovevo più scegliere tra mangiare e pagare la stanza.»
«Allora perché non me l’hai riportata?»
Camilla abbassò il viso.
«La mattina dopo Carlotta non c’era più. Seppi che stavano cercando un oggetto mancante. Pensai che avrebbero creduto che l’avessi preso da sola. Avevo paura di perdere il lavoro proprio mentre aspettavo una bambina.»
«Sono passati quattro anni.»
«Lo so. Ogni mese trovavo una ragione per rimandare, e col tempo quelle ragioni sono diventate soltanto vergogna.»
Giuliano si alzò e raggiunse la finestra.
Nel cortile un giardiniere spostava dei vasi; il rumore della ghiaia sembrava arrivare da molto lontano.
«Hai chiesto di lavorare qui per restituirla?»
«Quando l’agenzia mi disse il suo nome, capii dove sarei andata. Avrei potuto rifiutare. Invece pensai che, incontrandola ogni giorno, prima o poi avrei trovato il coraggio.»
«Per otto settimane mi hai guardato negli occhi senza dire niente.»
«Sì. Non cerco una scusa per questo.»
Giuliano tornò alla scrivania.
Non le disse che la perdonava, perché non ne era capace; ma non chiamò neppure la sicurezza.
«E quel perdonami che Chiara ti ha sentito dire?»
«Non riguarda soltanto la fede.»
Camilla estrasse dalla tasca un mazzo di chiavi.
«Nel carillon, sotto il rivestimento, c’è una busta. Carlotta mi chiese di consegnargliela insieme all’anello, se non avessi avuto bisogno di venderlo. Non l’ho aperta. Non ne avevo il diritto.»
Giuliano sentì il battito accelerare.
«Perché non me ne hai parlato subito?»
«Perché in quella busta c’è la promessa che ho tradito. Se vuole, vado a prenderla. Ma dopo averla letta potrà anche decidere di non volermi più in questa casa.»
Giuliano guardò la fede e capì che la domanda più difficile non era ormai chi l’avesse presa.
Era sapere quali parole di Carlotta aveva perso per quattro anni, a pochi passi dalla vita di tutti i giorni.
Per scoprire che cosa Carlotta aveva affidato alla busta, continua con la Parte 3.













