Non sapevo se Antonio mi avrebbe creduta.
Aveva già spostato un piede verso l’uscita, pronto a correre sotto la pioggia.
Mi allontanai dal telefono e presi uno sgabello dal retrobottega.
«Siediti un momento», gli dissi.
«Ugo e Manuela mi aspettano.»
«Lo so. Per questo non voglio farti perdere tempo. Ma dobbiamo trovare un modo per raggiungerli senza lasciarti da solo con tutto questo.»
Antonio restò in piedi.
Gli indicai la porta a vetri, ancora aperta sulla strada.
«Puoi andartene quando vuoi. Non ti chiuderò qui dentro.»
Fu soltanto allora che si sedette, tenendo lo zaino sulle ginocchia.
Le mani erano arrossate dal freddo.
Misi davanti a lui un bicchiere d’acqua e aspettai che fosse lui a parlare.
«Mia madre ha detto che sarebbe tornata presto», mormorò.
«Ti ha chiamato oggi?»
«All’ora di pranzo. Il telefono poi si è scaricato.»
«Possiamo richiamarla insieme?»
Scosse la testa, poi la rialzò.
La sua paura era così evidente che cercai di essere precisa.
«Non ti sto chiedendo di raccontare tutto a uno sconosciuto. Vorrei solo sapere se tua madre può indicarci una persona che conosce e della quale si fida.»
Antonio tirò fuori il cellulare.
Sul vetro correva una crepa diagonale.
Selezionò un numero che conosceva a memoria e attivò il vivavoce, ma tenne il dispositivo stretto tra le dita.
Dopo cinque squilli rispose una donna dalla voce debole.
«Antonio? È successo qualcosa ai piccoli?»
«Stanno bene, mamma. Sono ancora alla panetteria.»
Seguì un silenzio breve, ma abbastanza lungo da farmi capire che lei conosceva già quel posto.
«Hai mangiato?» chiese.
Lui fissò il pavimento.
«Sì.»
Non era una risposta alla domanda che avevo dentro, ma compresi quanto quella bugia gli venisse facile.
Mi presentai, spiegando soltanto di aver conosciuto Antonio nelle ultime settimane e di essere preoccupata per la sicurezza dei bambini.
Dissi il mio nome, senza chiamare eroismo ciò che avevo fatto.
«Mi chiamo Sara», rispose la donna. «Sono alle Molinette. Sono entrata martedì per un’infezione seria ai polmoni. Pensavo che la signora Teresa li controllasse.»
Antonio sollevò di scatto la testa.
«Teresa ha settantadue anni, mamma. Non può stare con noi tutte le notti.»
«Tutte le notti?» ripeté Sara.
Lui si morse un labbro.
«Non volevo farti preoccupare.»
La donna tossì prima di rispondere.
«Amore, avresti dovuto dirmelo.»
«Così ti agitavi e poi chiamavano quelli che portano via i bambini.»
Nessuno parlò per alcuni secondi.
Dal laboratorio arrivava soltanto il ronzio del frigorifero.
Mi venne da promettergli che non sarebbe accaduto, ma non avevo il diritto di garantire ciò che non potevo sapere.
«Antonio», dissi, «cercare aiuto non significa automaticamente essere separati. Però adesso Ugo e Manuela hanno bisogno di un adulto con loro. Questa parte non possiamo rimandarla.»
Sara inspirò lentamente.
«Nel palazzo c’è Teresa Bassi, al terzo piano. Ha una copia delle nostre chiavi. La conosco da undici anni. Elisa, se può, la raggiunga con mio figlio. Le parlo io al telefono.»
«E dopo?» chiese Antonio.
«Dopo», rispose sua madre, «smettiamo di fingere che tu possa fare il lavoro di tre persone.»
Chiusi la cassa, abbassai la serranda e lasciai un messaggio al mio aiutante Gianni perché la mattina seguente aprisse lui il negozio.
Antonio non voleva salire sulla mia auto e non glielo proposi una seconda volta.
Camminammo sotto lo stesso ombrello fino alla fermata, poi prendemmo l’autobus che attraversava il quartiere.
Lui teneva la lista viola dentro la tasca del giubbotto, al riparo dalla pioggia.
L’appartamento era al secondo piano di un condominio poco distante.
Antonio bussò tre volte, poi due, con un ritmo che doveva essere familiare ai suoi fratelli.
La porta si aprì di pochi centimetri.
«Sei tu?» domandò una bambina.
«Sì, Manu. Sono io.»
Manuela apparve con un pigiama troppo corto ai polsi.
Dietro di lei Ugo stringeva un dinosauro senza coda.
Il piccolo guardò prima il fratello, poi il sacchetto.
«Hai trovato quello morbido?»
Antonio si inginocchiò subito.
«Sì. E ho portato anche il latte.»
Solo allora notai il tavolo preparato per tre.
I piatti erano di colori diversi e accanto a ciascuno c’era un bicchiere d’acqua.
Non sembrava un gioco.
Sembrava una routine studiata per non fare domande.
«Io ho scritto cosa serviva», annunciò Manuela, mostrando con orgoglio le dita macchiate di viola.
Antonio le lanciò uno sguardo ansioso.
«Lo so.»
«Così non dimentichi Ugo.»
«Non lo dimentico mai.»
La frase mi colpì più di qualsiasi pianto.
Nella cucina c’erano stoviglie pulite, scarpe allineate vicino alla porta e uno strofinaccio steso ad asciugare.
Antonio aveva tenuto tutto in ordine come se l’ordine potesse sostituire la presenza di un adulto.
Mentre Antonio divideva i panini, Ugo mi toccò la manica.
«Lei sa quando torna la mamma?»
La sua domanda era semplice e impossibile da aggirare.
Non conoscevo una data, e inventarne una per rassicurarlo sarebbe stato un altro modo di lasciarlo solo con l’attesa.
«Non ancora», risposi. «Ma abbiamo appena parlato con lei. Sa che siamo qui e vuole che stanotte ci sia qualcuno con voi.»
Manuela appoggiò il cartone del latte al centro del tavolo.
«Antonio dice sempre che va tutto bene.»
Il fratello abbassò gli occhi.
«Lo dice perché cerca di proteggervi», spiegai. «Adesso, però, anche lui deve poter riposare.»
La bambina annuì con una serietà che non apparteneva alla sua età.
Conservò la confezione vuota di un panino, piegandola accuratamente.
Mi accorsi che nessuno aveva chiesto un dolce, un gioco o un regalo.
Tutti e tre cercavano soltanto di conoscere il programma della notte successiva.
Salimmo al terzo piano mentre Manuela e Ugo aspettavano con la porta aperta, a pochi passi da noi.
Teresa ci accolse in vestaglia, riconobbe subito la voce di Sara al telefono e scese senza nemmeno cambiarsi.
Ammetteva di aver portato una minestra martedì e di aver controllato i bambini mercoledì, ma credeva che un parente sarebbe arrivato il giorno successivo.
Antonio non l’aveva corretta.
«Stanotte resto io», disse Teresa. «Domattina, però, serve un piano vero.»
Sara la ringraziò, poi mi chiese di non interrompere ancora la chiamata.
«C’è mia sorella Paola», disse. «Non ci parliamo da due anni. Ma è la prima persona che dobbiamo cercare.»
Antonio si voltò verso il muro.
«Lei non ci vuole.»
Sua madre esitò.
«Non è quello che è successo. E avrei dovuto spiegartelo prima.»
Quando riattaccammo, Antonio aveva smesso di tremare.
Ma guardava la lista viola come se su quel foglio fosse scritta anche una domanda alla quale sua madre non aveva ancora risposto.
Per capire perché Paola fosse scomparsa dalla loro vita, e perché Antonio avesse avuto tanta paura di chiamarla, continua con la Parte 3.













