Sei mesi dopo, la casa non aveva muri alti.
Fu la prima cosa che Mara notò quando Adriano le mandò l’indirizzo e le disse di venire a cena.
Si trovava in una strada tranquilla a Monza, grande secondo criteri normali e quasi imbarazzantemente modesta secondo quelli dei Moretti. C’era una staccionata di legno intorno al giardino, ma nessuna garitta, nessuna telecamera ogni quattro metri, nessun uomo in cappotto scuro intento a fingere di non essere una guardia.
Mara parcheggiò una vecchia Fiat davanti al marciapiede.
Adriano aprì la porta prima che arrivasse al portico.
«Hai comprato una macchina.»
«Ho comprato una macchina.»
«Fa uno strano rumore.»
«È costata quattromila euro. Il rumore era compreso.»
Lui si fece da parte.
«Potrei prendertene una più sicura.»
Mara si fermò nell’ingresso e gli lanciò uno sguardo.
«Sette secondi.»
«Sto migliorando.»
«Discutibile.»
Nico ed Elisa arrivarono correndo dalla cucina con mascherine chirurgiche decorate a pennarello. I medici non imponevano più di tenerle sempre in casa, ma i gemelli le avevano trasformate in costumi.
«Mara!»
Le saltarono addosso insieme.
Lei si abbassò con attenzione e li abbracciò entrambi.
Erano ancora magri. I capelli avevano ricominciato a crescere in ciuffi morbidi e irregolari. Nico si stancava più facilmente. Elisa prendeva ancora diversi farmaci e aveva controlli due volte a settimana. I medici usavano parole come remissione e recupero con deliberata prudenza.
Ma erano a casa.
Non nella vecchia casa.
In quella.
La cena fu caotica. Nico rovesciò l’acqua. Elisa si rifiutò di mangiare i broccoli. Mara bruciò il pane all’aglio perché iniziò a raccontare una storia e si dimenticò del forno. Il cuoco di Adriano aveva preparato il resto, anche se lui sosteneva che non violasse la richiesta dei bambini di vivere in una casa normale perché «anche le persone normali possono essere incapaci a cucinare».
Dopo il dolce, i gemelli sparirono al piano di sopra per costruire una tenda con le coperte.
Mara trovò Adriano in cucina a sciacquare i piatti.
«Hai personale per questo.»
«Vanno via alle sette.»
«Di loro spontanea volontà?»
Lui la guardò sopra la spalla. «Molto divertente.»
Mara si appoggiò al bancone.
«Com’è andata in tribunale?»
Le mani di Adriano si fermarono sotto l’acqua.
Gli ultimi sei mesi non erano stati un’uscita pulita.
La Direzione Distrettuale Antimafia e la Guardia di Finanza osservavano da anni alcune società dei Moretti. Quando Adriano aveva iniziato a sciogliere attività e troncare rapporti, molti collegamenti erano emersi rapidamente. Invece di aspettare perquisizioni che avrebbero potuto portare uomini armati davanti alla nuova casa dei gemelli, aveva incaricato Naomi Ferraro di aprire una trattativa con la Procura.
Non aveva confessato ogni cosa. Non era diventato un santo. Ma aveva accettato di rispondere di reati finanziari legati a due società, restituire milioni di euro e fornire informazioni sufficienti a chiudere diverse attività violente, senza consegnare alle autorità persone di basso livello la cui unica vera colpa era stata vivere nella paura o nella povertà.
Qualcuno lo chiamava collaborazione. Qualcun altro tradimento.
Adriano lo chiamava conseguenza.
«La sentenza è il mese prossimo», disse.
«E?»
«Naomi pensa che finirò in carcere.»
Mara guardò verso le scale.
«Per quanto?»
«Potrebbero essere alcuni anni.»
«Loro lo sanno?»
«Non tutto.»
«Adriano.»
Lui chiuse il rubinetto.
«Lo so.»
«Non puoi proteggerli da questa cosa sorprendendoli all’ultimo momento.»
«Lo so.»
«Continui a dirlo.»
«Perché sto provando quella cosa nuova in cui non ti minaccio quando hai ragione.»
Mara sorrise nonostante tutto.
Adriano si asciugò le mani.
«Glielo dico stasera.»
Si sedettero con Nico ed Elisa in salotto dopo che la tenda di coperte era crollata.
Adriano spiegò che aveva infranto la legge prima che loro nascessero e anche dopo, che essere loro padre non cancellava ciò che aveva fatto e che un giudice poteva decidere che, come punizione, avrebbe dovuto vivere da un’altra parte per un po’.
Il volto di Nico si irrigidì. «Tipo prigione?»
Adriano si costrinse a non addolcire la parola.
«Sì.»
Gli occhi di Elisa si riempirono. «Per la mamma?»
«No. Per le scelte che ho fatto io.»
«Erano scelte cattive?»
«Alcune molto cattive.»
Nico si spostò più vicino a Mara.
«Ti farà male qualcuno?»
«Non credo.»
«Possiamo venirti a trovare?»
«Se il giudice mi manda via, sì.»
Elisa lo fissò. «Torni?»
Adriano guardò entrambi e ricordò un’altra stanza, un’altra promessa, un’altra versione di se stesso che diceva che nessuno sarebbe andato da nessuna parte solo perché non riusciva a sopportare la verità.
Questa volta scelse qualcosa di più difficile.
«Farò tutto ciò che mi sarà permesso fare per tornare da voi. Ma non vi prometterò una cosa che non posso controllare.»
Elisa cominciò a piangere.
Adriano allungò le braccia, poi si fermò abbastanza a lungo da lasciarle scegliere.
Lei gli salì in grembo.
Nico la seguì.
Mara sedette accanto a loro con una mano sulla bocca.
«Mara può stare con noi se tu vai via?» chiese Nico.
Adriano guardò lei.
Mara sollevò un sopracciglio. «Sembra pericolosamente vicino a qualcuno che decide al posto mio.»
Nico aggrottò la fronte. «Puoi scegliere di restare?»
Mara rise attraverso le lacrime.
«Sì. Posso scegliere di restare.»
Adriano guardò i gemelli.
«Allora sì.»
Un mese dopo il giudice condannò Adriano a trenta mesi di reclusione, tenendo conto sia della gravità dei reati sia della collaborazione che aveva permesso di smantellare diverse attività criminali legate alle accuse. Adriano si consegnò senza spettacolo.
Silvio andò in tribunale ma rimase dall’altra parte della strada. Anche lui aveva lasciato l’organizzazione. Per la prima volta da quando aveva ventun anni lavorava legalmente come responsabile della sicurezza per una società logistica che pretendeva controlli sui dipendenti e non tollerava armi durante le riunioni.
«È umiliante», disse ad Adriano prima della sentenza.
«Sopravvivrai.»
«Anche tu.»
Adriano sperava avesse ragione.
Il carcere non era redenzione. Non cancellava la morte di Ginevra né gli uomini che Adriano aveva terrorizzato, ferito o rovinato. Non trasformava le conseguenze in virtù.
Ma era il primo luogo in cui entrava senza ordinare a qualcun altro di pagare il prezzo al posto suo.
Nico ed Elisa andarono a trovarlo tre mesi dopo.
Non portavano mascherine.
Gli ultimi esami midollari mostravano una remissione ancora stabile.
Mara venne con loro, più sana, iscritta a un corso universitario di infermieristica scelto dopo aver passato troppo tempo negli ospedali per fingere di non esserne interessata.
Si sedettero davanti ad Adriano in una semplice sala colloqui.
Nico parlò senza fermarsi della scuola. Elisa si lamentò che Mara continuava ad avere maglioni terribili.
Adriano rise.
Quando la visita finì, abbracciò i bambini uno alla volta.
Elisa rimase stretta a lui più a lungo.
«Papà?»
«Sì?»
«Quando torni a casa, possiamo tenere quella senza cancello?»
Adriano guardò oltre la sua spalla. Mara lo osservava con attenzione.
Un tempo Adriano Moretti aveva creduto che amare significasse costruire muri abbastanza alti da tenere la morte fuori.
Adesso sapeva che non era così.
«Sì», disse. «Terremo la casa senza cancello.»
FINE.













