Mara Rinaldi non aveva l’aspetto di una donna venuta a trattare con un uomo che per anni aveva fatto paura a mezza Milano. Sembrava soprattutto infreddolita.
Il cappotto era troppo leggero per ottobre e i polsini erano consumati fino a diventare quasi bianchi. Portava scarpe di tela vecchie e il manico della borsa era stato annodato dove si era strappato. Avrà avuto ventisette anni, i capelli scuri raccolti in uno chignon frettoloso e un volto che Adriano riconobbe prima ancora di capire perché.
Non era il volto di Ginevra. Era qualcosa di più pericoloso di una somiglianza: gli stessi occhi grigio-verdi.
Silvio la fece entrare nella biblioteca invece che nello studio. Due uomini rimasero fuori dalla porta. Mara li notò e non disse nulla.
Adriano rimase in piedi.
«Hai due minuti.»
Lei si guardò intorno. Gli scaffali erano stati scelti da Ginevra, così come il pianoforte su cui suonava dopo cena. Poi riportò gli occhi su di lui.
«Aveva detto che me ne avresti concessi due.»
«Chi?»
«Ginevra.»
La pazienza di Adriano si spezzò. «Non usare il nome di mia moglie come se l’avessi conosciuta, a meno che tu non possa dimostrarlo.»
Mara infilò lentamente una mano nella borsa di tela. Ogni corpo nella stanza cambiò postura. La mano di Silvio scivolò verso la giacca.
«Carta», disse lei. «Solo carta.»
Tirò fuori una busta trasparente e la posò sul tavolo. Dentro c’era una fotografia che Adriano non aveva mai visto. Ginevra era seduta in un bar accanto a una Mara molto più giovane. La data stampata sul bordo era inequivocabile: quattro anni prima, quasi dodici mesi prima della morte di Ginevra.
Adriano fissò la foto.
«Da dove viene?»
«Ce l’ha scattata una cameriera.»
«A voi?»
Mara inspirò. «Ginevra era mia madre.»
La frase arrivò alle orecchie di Adriano senza assumere subito un significato. Sentì le parole, ma non riuscì a trasformarle in realtà.
«No.»
«Aveva diciassette anni quando mi ha avuta. I suoi genitori l’hanno mandata lontano negli ultimi mesi della gravidanza. Sono stata adottata da una famiglia vicino a Brescia. Lei mi ha ritrovata quando avevo ventidue anni.»
«No.»
«Puoi ripeterlo quante volte vuoi.»
Adriano prese la fotografia, la guardò ancora e poi la lasciò cadere sul tavolo come se gli avesse bruciato le dita.
«Mia moglie mi raccontava tutto.»
Gli occhi di Mara si addolcirono, e quella pietà lo irritò più della sfida.
«A quanto pare, non proprio tutto.»
Silvio fece un passo avanti. «Modera il tono.»
«No», disse Adriano. «Lasciala parlare.»
Mara estrasse dalla busta tre lettere. La prima era scritta con la grafia inconfondibile di Ginevra. Adriano riconobbe il lungo ricciolo della G prima ancora di vedere la firma.
Non la prese.
«Leggila», disse Mara.
«Leggila tu.»
«Non è indirizzata a te.»
Gli fece più male di quanto volesse ammettere.
Lei aprì comunque il foglio. «“Mara, se perderò di nuovo il coraggio, ricordati che a volte la vigliaccheria può sembrare protezione. Per anni mi sono raccontata che restare lontana ti teneva al sicuro dalla mia vita. La verità è che avevo paura di ciò che dire tutto ad Adriano mi avrebbe costretta a spiegare della ragazza che ero stata.”»
Mara si fermò.
La mascella di Adriano si irrigidì. «Questo dimostra che ti conosceva. Non dimostra quello che dici.»
«C’è altro.»
«Non mi interessa.»
«Ti interesserà.»
Silvio si mosse di nuovo, ma Adriano alzò una mano.
Mara gli fece scivolare davanti un secondo documento. Proveniva da un laboratorio genetico privato. Ginevra Moretti risultava compatibile come madre biologica. Mara Rinaldi figurava come figlia sottoposta al test. La probabilità superava il 99,9 per cento.
Adriano lo lesse due volte.
Per tre anni aveva immaginato ogni segreto che Ginevra avrebbe potuto portarsi nella tomba: paure, risentimenti, rimpianti sul matrimonio, piani mai realizzati. Non aveva mai immaginato una figlia.
«Perché non me l’ha detto?»
«Perché stava per farlo.»
«Quando?»
«Dopo che i gemelli si erano ammalati.»
Adriano alzò bruscamente lo sguardo.
Le dita di Mara si serrarono sul bordo del tavolo. «Quando comparvero i primi valori strani, mi chiamò. Disse che, se si fosse trattato davvero di una malattia del sangue, la famiglia biologica avrebbe potuto diventare importante. Mi chiese di farmi tipizzare come donatrice.»
«La diagnosi è arrivata dopo la sua morte.»
«La diagnosi definitiva sì. Ma i primi segnali c’erano già.»
Il battito di Adriano sembrò rallentare nel modo sbagliato.
Ricordò febbri ricorrenti, lividi, una visita pediatrica che Ginevra aveva gestito da sola, analisi del sangue che lei aveva definito “probabilmente niente”. Poi l’esplosione. Poi il lutto. Solo mesi più tardi la diagnosi formale era arrivata, quando i sintomi si erano aggravati.
«Lei sapeva?»
«Sospettava abbastanza da avere paura.»
«E tu?»
«Mi sono sottoposta ai test. Allora non ero una compatibilità perfetta. Il medico disse che i bambini erano ancora stabili e che esistevano opzioni migliori.»
Adriano avanzò di un passo. «Allora come fai a sapere che stanno morendo adesso?»
Gli occhi di Mara si riempirono di lacrime che non caddero.
«Perché lei lasciò istruzioni alla clinica. Se i medici dei bambini avessero mai ricontattato il centro per cercare donatori familiari, avrebbero dovuto avvisarmi.»
«I miei medici non hanno contattato quel centro.»
«Uno sì.»
Adriano si voltò verso l’ala medica sapendo già chi avrebbe cercato nei vecchi referti senza chiedergli il permesso.
«Elia.»
Mara annuì.
«Mi ha chiamata tre giorni fa. Dormivo in una struttura temporanea a Bologna. Ho preso un pullman e sono venuta qui.»
Adriano guardò il cappotto, le scarpe, la borsa.
«Perché eri in una struttura?»
«Perché la vita è andata male.»
«Sii precisa.»
«Il ristorante dove lavoravo ha chiuso. Ho perso l’appartamento. Poi la macchina si è rotta. Poi ho finito le persone a cui potevo chiedere soldi.»
L’assurdità della scena sfiorò il comico. Quella donna sosteneva di essere la figlia di Ginevra, poteva forse salvare i bambini ed era arrivata alla villa di uno degli uomini più ricchi e temuti della città con un biglietto del pullman e poco altro.
«Che cosa vuoi?» chiese.
«Essere testata di nuovo.»
«Soldi?»
«No.»
«Una casa?»
«No.»
«Protezione?»
«No.»
«Allora cosa?»
La risposta arrivò piano. «Fare quello che mia madre mi chiese di fare prima di morire.»
Dentro Adriano qualcosa si spostò. Non era fiducia, non ancora. Era soltanto la prima crepa nella certezza.
Le porte della biblioteca si aprirono. Elia Ferri entrò con una cartella in mano e si fermò incredulo vedendo Mara già lì.
«L’hai trovata.»
Adriano si girò di scatto. «Sapevi chi era?»
«Sapevo che nei vecchi documenti di Ginevra compariva una parente di nome Mara Rinaldi. Fino a stamattina non conoscevo il rapporto preciso.»
«E l’hai contattata senza dirmelo.»
«Perché i tuoi figli potrebbero non avere dieci giorni da perdere dietro al tuo permesso.»
La stanza divenne immobile.
Elia guardò Mara. «Se sei ancora disponibile, ci serve il sangue adesso.»
Lei si alzò. «Sono disponibile.»
Adriano tornò a guardare la fotografia. La mano di Ginevra riposava sulla spalla di Mara, esitante ma inequivocabilmente materna.
«Se è una bugia», disse Adriano, «rimpiangerai di essere entrata da quel cancello.»
Mara sostenne il suo sguardo.
«E se non lo è», rispose, «forse sarai tu a rimpiangere che Ginevra abbia pensato di dovermi nascondere da te.»













