Lessi quell’email così tante volte che a un certo punto le lettere smisero quasi di avere senso.
Lucia aveva notato delle incongruenze.
Una telefonata interrotta quando Matteo entrava nella stanza.
Un documento dell’assicurazione con una data sbagliata.
Una ricevuta di carburante proveniente da una zona vicina all’ospedale dove Elena era stata ricoverata.
Piccole cose.
Io non avevo visto nulla.
Lucia sì.
Tre giorni prima di morire aveva contattato un investigatore.
L’uomo non aveva mai iniziato formalmente il lavoro perché Lucia era morta prima di pagare l’anticipo.
Ma aveva conservato l’email.
Il testo finiva così:
Mio marito pensa che io non riesca ad accettare la morte di nostra figlia. Forse ha ragione. Ma una madre conosce certe cose. E io non credo che Elena sia in quell’urna.
Mi piegai sulla scrivania.
Per sette anni avevo pensato che Lucia fosse morta soltanto di dolore.
Ora sapevo che negli ultimi giorni della sua vita aveva avuto un dubbio.
Una speranza.
Forse una certezza.
Enrico studiò anche le cartelle cliniche di Lucia.
Non emerse alcun elemento che indicasse un coinvolgimento di Matteo nella sua morte.
L’arresto cardiaco era stato reale.
Questo, in modo strano, mi diede sollievo.
Non avevo bisogno di inventare un altro crimine.
La verità era già abbastanza pesante.
Il processo contro Matteo iniziò undici mesi dopo.
La difesa cercò di dipingerlo come un marito disperato che aveva preso decisioni sbagliate durante un’emergenza.
Poi Francesca testimoniò.
Poi parlò il direttore della clinica.
Poi vennero mostrati i conti.
Infine Elena entrò in aula.
Camminava ancora con un lieve zoppicare, ma non usava più il bastone.
Matteo la guardò per la prima volta dopo mesi.
Elena non abbassò gli occhi.
L’avvocato di Matteo le chiese:
«Signora Rinaldi, è corretto dire che per diversi anni lei ha sofferto di gravi problemi di memoria?»
«Sì.»
«Quindi non può essere certa di ogni conversazione avuta con mio assistito.»
«No.»
L’avvocato sorrise.
«Allora come può essere certa che Matteo abbia voluto ingannarla?»
Elena rimase in silenzio qualche secondo.
Poi rispose:
«Non devo ricordare ogni conversazione.»
Indicò me.
«Mio padre era vivo.»
Poi indicò Sofia, seduta dietro di me.
«Mia figlia era viva.»
Infine guardò Matteo.
«E lui ha passato sette anni a dire a ciascuno di noi che gli altri non potevano raggiungerci.»
In aula non si sentì più nulla.
Matteo venne condannato per diversi reati finanziari e documentali, oltre che per le condotte commesse nei confronti di Elena.
Il tribunale stabilì anche un importante risarcimento economico e dispose il recupero di parte dei beni acquistati con il denaro sottratto.
Non recuperammo tutto.
Ma il denaro aveva smesso di essere la cosa importante.
Quando uscimmo dal tribunale, un giornalista mi chiese:
«Signor Rinaldi, si sente finalmente vendicato?»
Guardai Elena.
Poi Sofia.
«No.»
Il giornalista sembrò sorpreso.
«Perché?»
«Perché la vendetta non restituisce sette anni.»
Mi voltai.
«Ma almeno da oggi nessuno può più rubarci quelli che vengono dopo.»
Pensavo che quella sarebbe stata la fine.
Mi sbagliavo.
Qualche settimana dopo, Elena mi chiese di andare con lei al cimitero.
Davanti alla tomba simbolica con il suo nome, tirò fuori dalla borsa una busta.
Sul davanti c’era scritto:
Per papà.
La calligrafia era di Lucia.













