“Perché il tuo nome è sui documenti della villa?” ripeté Marco.
Avrei potuto rispondergli che quella domanda arrivava con tre anni di ritardo. Invece guardai lo specchietto retrovisore. Il cancello di ferro si stava richiudendo dietro la mia macchina e, per la prima volta da quando abitavamo lì, non provai il bisogno di controllare che il giardiniere avesse spento le luci del vialetto.
“Perché sono stata io a firmare l’acquisto, Marco. La proprietaria è la società che controllo. Il mio nome è sull’atto perché la rappresento.”
“Non puoi fare una cosa del genere alle mie spalle.”
“Ero seduta accanto a te dal notaio. Ti eri allontanato per rispondere a una telefonata.”
Dall’altra parte sentii il suo respiro cambiare. Non era pentimento. Era il rumore di qualcuno che cercava un colpevole diverso da sé.
“Torna qui. Ne parliamo.”
“Mi hai appena cacciata.”
“Ero arrabbiato.”
Mi toccai la guancia, ancora calda. “Quello che hai fatto non scompare perché adesso sei più calmo.”
Riagganciai. Guidai fino a Monza senza accendere la radio. Mi fermai davanti a un piccolo albergo vicino alla stazione, uno di quelli dove nessuno conosce il cognome degli ospiti. Alla reception dissi soltanto che mi serviva una stanza per qualche notte. La ragazza mi consegnò la chiave e mi indicò l’ascensore. Non mi chiese perché avessi un segno rosso sul volto. Gliene fui grata.
In camera appoggiai la borsa sulla sedia, ma non mi sedetti. Continuavo a sentire il rumore dello schiaffo, più nitido del traffico fuori dalla finestra. Fotografai la guancia con il telefono, prima da vicino e poi davanti allo specchio, facendo comparire l’ora sullo schermo. Mi tremavano le dita solo adesso, quando non c’era più nessuno da impressionare.
Chiamai Andrea Ferri, l’avvocato a cui avevo inviato i documenti. Mi rispose al secondo squillo.
“Giulia, ho ricevuto la cartella. Prima dei contratti, però, devo chiederti una cosa: sei al sicuro?”
Gli raccontai dell’ingresso, della frase sui figli, dello schiaffo. Mi interruppe soltanto per domandarmi se avessi bisogno di cure immediate.
“Domani fatti visitare e conserva tutto. Se temi che possa raggiungerti, chiama le forze dell’ordine. E non tornare alla villa da sola per prendere le tue cose.”
“È casa mia.”
“La società ne è proprietaria. Ma il fatto che sia stata la casa coniugale rende la situazione meno semplice di una serratura da cambiare. Voglio evitare che tu compia qualcosa che Marco potrebbe usare contro di te.”
Mi infastidì sentirlo dire. Non perché avesse torto, ma perché per tutta la serata avevo immaginato il momento in cui avrei ordinato a Marco di uscire. Persino dopo lo schiaffo desideravo una scena finale in cui bastasse una frase a rimettere tutto a posto.
Andrea lasciò passare il silenzio. “Hai fatto bene a conservare le prove dei versamenti. Domattina controlliamo anche i rapporti tra la tua holding e l’azienda di Marco. Dobbiamo separare ciò che puoi decidere da sola da ciò che richiede una procedura.”
Quando chiuse la telefonata mi accorsi di non aver mangiato da mezzogiorno. Ordinai un panino che rimase quasi intero sul vassoio.
Alle ventidue arrivò un messaggio di Elisabetta: “Hai umiliato mio figlio davanti ai parenti. Se credi di comprarci con i tuoi soldi, ti sbagli.”
Rilessi la frase. Era la prima volta che scriveva “i tuoi soldi”. Quattro ore prima mi aveva ordinato di lasciare i gioielli perché, secondo lei, appartenevano a Marco. Ora il problema non era più la provenienza del denaro: era il fatto che io potessi scegliere come spenderlo.
Non risposi. Salvai il messaggio nella stessa cartella delle fotografie.
Poco dopo chiamò Nadia, un’amica che conoscevo dai tempi dell’università. Non le avevo mai raccontato tutto. Le avevo detto che con mia suocera i rapporti erano difficili, che Marco lavorava troppo, che certi matrimoni attraversano periodi complicati. Lei mi aveva ascoltata senza insistere. Quella sera, però, alla mia voce capì che c’era altro.
“Vuoi che venga?” domandò.
“Non serve.”
“Non ti ho chiesto se serve. Ti ho chiesto se vuoi.”
Mi sedetti finalmente sul bordo del letto. “Sì.”
Arrivò con una felpa, uno spazzolino nuovo e una vaschetta di risotto comprata da un locale ancora aperto. Mangiammo sul tappeto, senza parlare di avvocati per quasi un’ora. Quando le dissi che mi vergognavo di non essermene andata prima, Nadia non cercò di convincermi che fossi stata coraggiosa. Mi porse soltanto un bicchiere d’acqua.
“Avevi costruito una vita là dentro”, disse. “È difficile riconoscere il momento in cui smette di essere la tua.”
Prima di andare a dormire, controllai le notifiche della banca un’ultima volta. Il bonifico per Elisabetta risultava annullato, ma i movimenti precedenti erano ancora lì, ordinati uno sotto l’altro. Ogni cifra corrispondeva a un mese in cui mi ero raccontata che la discrezione avrebbe reso più semplice il nostro matrimonio. Nadia mi vide fissare lo schermo.
“Stai cercando un errore?” domandò.
“Sto cercando di ricordare quando ho cominciato a pensare che nascondermi fosse normale.”
Non mi tolse il telefono di mano. Aspettò che lo posassi da sola. Poi spense la lampada accanto al letto e lasciò accesa quella piccola dell’ingresso. Mi sembrò un gesto insignificante, finché non mi accorsi di aver bisogno di quella luce per addormentarmi.
La mattina successiva andai in un ambulatorio, feci registrare il trauma e consegnai ad Andrea il referto insieme alle fotografie. Non avevo ancora deciso se presentare una denuncia. Volevo però che, qualunque cosa scegliessi, quella sera non potesse essere cancellata dalla memoria degli altri.
Durante l’incontro Andrea aprì tre fascicoli. Nel primo c’erano gli atti della villa, intestata a Lario Patrimoni, la holding di cui ero amministratrice e socia unica. Nel secondo, i trasferimenti destinati a Elisabetta: somme messe a disposizione da me e fatte transitare, per accordo scritto, sul conto di servizio collegato alla società di Marco. Il bonifico annullato era un ordine permanente che potevo revocare personalmente.
Nel terzo fascicolo c’erano i finanziamenti che avevo concesso all’azienda di mio marito. Andrea passò il dito su una clausola.
“Marco sa che fra sei settimane scade la tua linea di sostegno?”
“Dovrebbe. È nel contratto.”
Andrea mi guardò sopra gli occhiali. “Allora dobbiamo prepararci. Perché questa mattina ha scritto al suo commercialista che il rinnovo è già garantito.”
Mi mostrò una mail inoltrata dal consulente dell’azienda, il cui indirizzo compariva tra quelli autorizzati nelle comunicazioni contrattuali. In fondo al testo c’era una frase di Marco: “Giulia non creerà problemi. Come sempre, sistemerà tutto.”
La lessi due volte. Aveva già deciso cosa avrei fatto, senza chiedermelo. Ancora una volta.













