Chiesi a Silvia di rispondere per iscritto che Marta e Tommaso erano entrambi figli di Gabriele e che qualsiasi proposta doveva riguardare il loro interesse, non una preferenza personale.
Non le chiesi di usare quelle parole per umiliarlo.
Volevo che restassero negli atti, perché un giorno nessuno potesse raccontare di avere semplicemente dimenticato il nome di mia figlia.
«La richiesta iniziale può essere corretta», precisò Silvia.
«Non diamo per scontato che rappresenti l’ultima posizione del padre.
Ma dobbiamo documentare ciò che è stato scritto e proporre una soluzione compatibile con l’età dei bambini.»
I gemelli avevano appena iniziato a riconoscere le nostre voci.
Il sonno arrivava a intervalli brevi, i pasti richiedevano pazienza e io stavo ancora recuperando le forze dopo il parto.
Un calendario di incontri non poteva essere stabilito come quello di una riunione commerciale.
Silvia raccolse le indicazioni dei medici e mi aiutò a preparare una proposta provvisoria, rispettosa delle necessità dei neonati e dei doveri di entrambi i genitori.
Gabriele rispose con una lettera aggressiva.
Sosteneva che io avessi nascosto la gravidanza gemellare per estorcergli denaro e che mio padre mi avesse aiutata a colpire la sua reputazione.
Non spiegava perché avesse cercato di farmi firmare una rinuncia al mantenimento mentre ero in travaglio.
Non parlava dell’assegno, né della frase rivolta a Marta prima che nascesse.
«Non dobbiamo convincerlo a capire», disse Silvia.
«Dobbiamo ricostruire i fatti e chiedere provvedimenti adeguati.»
Consegnammo le fotografie scattate in ospedale, le comunicazioni ricevute e la documentazione sanitaria necessaria a collocare nel tempo l’episodio.
Le persone che erano state presenti poterono riferire ciò che avevano direttamente visto o sentito, senza essere trascinate in una disputa di famiglia più ampia del necessario.
Quanto alle verifiche societarie, rimasero separate dal procedimento che riguardava i bambini.
Un pomeriggio Gabriele mi chiamò da un numero che non conoscevo.
Risposi solo perché temevo potesse trattarsi di una comunicazione urgente sui figli.
«Non puoi togliermi Tommaso», disse appena sentì la mia voce.
«Non sto cercando di toglierti nessuno.
Ti ho chiesto di considerare anche Marta.»
«Non ricominciare con questa storia.
Sai benissimo che un figlio maschio è diverso.»
Guardai Marta addormentata contro la mia spalla.
Per anni avevo cercato la frase che facesse cambiare idea a Gabriele.
Quel giorno capii che non ce n’era una.
«Per me sono diversi perché sono due persone», risposi.
«Non perché uno vale più dell’altra.
Per le questioni legate a loro parleremo attraverso i legali.»
Chiusi la telefonata e salvai il registro della chiamata.
Non tentai di proseguire la discussione.
Avevo già espresso tutto ciò che poteva essere espresso.
Nel frattempo la Porto Ligure Trasporti completava la prima fase delle verifiche interne.
Il pagamento da centocinquantacinquemila euro non era stato eseguito.
La società aveva individuato incongruenze nel contratto, nella dichiarazione di prestazione eseguita e nel rapporto tra il fornitore e l’ufficio che ne aveva attestato il lavoro.
Le persone coinvolte furono sentite con l’assistenza prevista e poterono fornire le proprie spiegazioni.
Silvia mi comunicò che il mio vecchio parere professionale risultava essere stato usato fuori dal contesto per il quale lo avevo redatto.
I confronti tecnici mostravano un’aggiunta alla pagina originale; i messaggi conservati da Chiara fornivano un possibile quadro di quella decisione.
La società prese i provvedimenti di competenza nei confronti di Gabriele e avviò le valutazioni necessarie per eventuali azioni ulteriori.
Non spettava a me annunciare una colpevolezza prima dell’esame delle autorità.
Per i quattro bonifici dal conto familiare, la situazione era diversa.
Erano usciti davvero undicimiladuecento euro.
Non avevo ricevuto alcuna documentazione relativa ai presunti lavori di casa e non avevo mai approvato quelle spese.
Con Silvia chiesi formalmente spiegazioni e rendiconti, riservandomi le azioni possibili dopo averli esaminati.
Sapevo che recuperare denaro non sarebbe stato automatico.
Non volevo però scambiare la complessità con una ragione per tacere.
Una sera, mentre piegavo i minuscoli vestiti dei bambini, mio padre venne a trovarci con due sacchetti della spesa.
Aveva comprato pane, frutta, latte e un pacco di pannolini della misura sbagliata.
Lo aiutai a mettere tutto sul tavolo e scoppiammo entrambi a ridere per quella confezione troppo grande.
Era la prima risata spontanea fra noi dopo molto tempo.
Poi Vittorio si fece serio.
«Quando ti dissi che Gabriele non mi convinceva, due anni fa, parlai come se avessi il diritto di decidere io», ammise.
«Mi spaventava l’idea che qualcuno potesse approfittarsi di te.
Ma ho trasformato la paura in ordini.
Mi dispiace.»
Mi sedetti di fronte a lui.
«Avevo bisogno che mi ascoltassi, non che mi dimostrassi di avere ragione.
E forse io ero così occupata a difendere il matrimonio da non riuscire più a vedere cosa mi stava costando.»
Non ci abbracciammo subito.
Rimanemmo qualche minuto a parlare di cose piccole: la temperatura della stanza, il biberon di riserva, la visita pediatrica.
Erano argomenti che non richiedevano vincitori.
Quando andò via, promise di chiamare prima di passare.
Quella promessa semplice valeva più di molte altre che mi aveva fatto in passato.
Passarono alcune settimane.
Ci fu un primo incontro organizzato secondo le indicazioni concordate provvisoriamente e con attenzione alle esigenze dei neonati.
Gabriele vide entrambi i bambini.
Tenni Marta in braccio finché non fu tranquilla, poi lasciai che fosse presentata a suo padre insieme a Tommaso.
Non potevo obbligarlo a provare lo stesso sentimento per loro, ma potevo rifiutare di collaborare alla loro divisione.
Gabriele rivolse quasi tutte le domande a Tommaso: quanto pesasse, quando avrebbe cominciato a camminare, se mi somigliasse.
Quando Silvia gli ricordò che anche Marta aveva bisogno di essere considerata, lui si irritò.
Non ci fu una scena spettacolare.
Ci fu soltanto un altro momento in cui apparve evidente quanto cammino sarebbe stato necessario.
Tornata a casa, mi aspettavano una lettera sulla separazione e la data del successivo passaggio davanti al giudice.
Era la prima volta che qualcuno avrebbe valutato formalmente il futuro dei bambini senza prendere per buona la volontà di uno solo di noi.
Avrei potuto desiderare che Gabriele sparisse, come aveva chiesto a me di fare.
Ma i miei figli avevano bisogno di scelte più responsabili della sua crudeltà.
Per seguire la decisione che avrebbe segnato la vita di Marta e Tommaso, continua con la Parte 7.













