Ero dilatata di dieci centimetri quando mio marito mi gettò davanti un assegno circolare da duecentocinquantamila euro e mi chiese di sparire dalla sua vita insieme a nostra figlia.
Non aspettò neppure che passasse la contrazione.
L’assegno cadde sul vassoio accanto alle garze, seguito da una cartellina con cinque linguette gialle.
Gabriele Serra si aggiustò la giacca blu e controllò l’orologio, come se avesse un treno da prendere e non una moglie in travaglio.
«Firma dove ho segnato, Beatrice.
L’avvocato ha già preparato tutto.»
Scorsi le prime righe mentre cercavo di riprendere fiato.
Il documento pretendeva che nostra figlia restasse con me, ma che lui non pagasse alcun mantenimento.
Una seconda clausola stabiliva che la bambina non avrebbe portato il suo cognome.
Gabriele voleva decidere il futuro di una persona che non era ancora nata.
«Non puoi rinunciare ai diritti di nostra figlia al posto suo», riuscii a dire.
Lui sbuffò.
«Risparmiami le prediche.
Chiara ha partorito due settimane fa.
Un maschio, finalmente.
Lui porterà il mio nome e avrà ciò che gli spetta.»
Chiara Meregalli dirigeva il marketing della Porto Ligure Trasporti, l’azienda di spedizioni dove Gabriele era diventato vicepresidente commerciale.
Mesi prima mi aveva confidato, con una strana freddezza, di aspettare un figlio da un uomo sposato che non voleva farsi vedere.
All’epoca avevo pensato che cercasse comprensione.
Adesso ricordavo il modo in cui evitava il mio sguardo.
Una contrazione mi piegò in avanti.
La dottoressa Laura Bassi, che mi assisteva al San Martino di Genova, si avvicinò al pulsante di chiamata.
Gabriele continuò a parlare sopra il suono del monitor.
«È un’uscita dignitosa.
Non vedrai mai più tutti questi soldi insieme.
Tu crescerai la bambina e io potrò finalmente occuparmi della mia famiglia.»
Lo fissai senza rispondere.
Eravamo sposati da sei anni.
Per tre mi aveva convinta che chiedere rispetto significasse essere esagerata e che il mio lavoro di analista degli acquisti intralciasse la sua carriera.
Dopo un aborto spontaneo avevo lasciato l’impiego fisso, continuando però a lavorare da casa come consulente.
Lui raccontava agli amici di mantenermi da solo.
Non lo avevo mai corretto davanti agli altri.
Il suo disprezzo per una figlia femmina non era una novità.
Dopo l’ecografia della ventesima settimana aveva chiesto più volte se il medico fosse sicuro del sesso, poi aveva scherzato sul costo delle scuole e delle feste di una bambina.
C’era però una cosa che Gabriele ignorava.
Alcune settimane più tardi, durante un controllo approfondito a cui lui aveva rifiutato di accompagnarmi, la specialista aveva individuato un secondo bambino, non riconosciuto nei precedenti esami per una serie di difficoltà tecniche.
Mi aveva mostrato due profili minuscoli, una femmina e un maschio.
Avevo programmato di raccontarglielo quella sera stessa.
Gabriele mi aveva interrotta per annunciarmi una trasferta a Roma e, da quel momento, aveva smesso quasi del tutto di chiedermi della gravidanza.
La mia esitazione si era trasformata in silenzio.
Non ne andavo fiera, ma non avevo trovato il coraggio di affidargli una notizia così importante mentre mi trattava come un fastidio.
«Devi uscire», gli dissi.
«Prima firmi.»
«Se vuoi un foglio firmato mentre sto partorendo, aspetterai che siano nati i miei bambini e che io abbia parlato con un legale.»
Sollevò gli occhi alla parola bambini.
Prima che potesse chiedermi spiegazioni entrò un’infermiera.
La dottoressa Bassi chiarì, con un tono calmo che non dimenticherò, che i documenti estranei alle cure dovevano essere portati fuori dalla stanza.
Gabriele afferrò la penna e infilò il telefono in tasca, ma dimenticò la cartellina e l’assegno.
«Torno domani alle nove.
Non farmi perdere altro tempo.»
Uscì senza chiedermi come stessi.
Quando la porta si richiuse, chiesi che gli fosse impedito di entrare senza il mio consenso.
L’infermiera registrò la richiesta e mi aiutò a raggiungere il telefono.
Fotografai ogni pagina della cartellina, compresa la busta.
Non sapevo ancora se quei fogli sarebbero serviti, ma sapevo che non intendevo lasciarli scomparire.
Dietro l’accordo trovai un’autorizzazione di pagamento per centocinquantacinquemila euro a favore di Faro Comunicazione.
C’erano la firma di Gabriele e quella di Chiara.
Conoscevo il nome dell’agenzia: mesi prima era comparso in un rapporto sugli acquisti che avevo letto durante una consulenza.
Avevo segnalato che mancavano alcuni documenti, poi non avevo più ricevuto risposta.
«Serve un secondo trasduttore», sentii dire alla dottoressa.
Sul monitor comparvero due tracciati cardiaci.
Due vite, non il problema di cui aveva parlato Gabriele.
Il battito del secondo bambino accelerò e un allarme breve mi fece stringere la mano di Laura.
«Lo stiamo controllando con attenzione», mi rassicurò.
«Adesso dobbiamo concentrarci su di loro.»
Dietro la carta d’identità conservavo ancora la fotografia dell’ultima ecografia.
L’avevo guardata spesso immaginando il momento in cui avrei potuto pronunciare ad alta voce entrambi i nomi.
Ora volevo soltanto che arrivassero al mondo sani.
Chiesi di nuovo il telefono e chiamai un numero che evitavo da quasi due anni.
«Papà», dissi quando rispose da Savona.
«Sono Beatrice.
Sto per avere i tuoi nipoti.
Tutti e due.
Ho bisogno che tu venga, ma non per prendere decisioni al posto mio.»
Vittorio Rinaldi, il proprietario della Porto Ligure Trasporti, rimase in silenzio per un istante.
«Dimmi in quale ospedale sei.»
Stavo per rispondere quando notai una frase scritta a mano sul documento di pagamento: Urgente. Eseguire prima di venerdì.
Era giovedì.
Sotto quella nota compariva un riferimento bancario che avevo già visto sugli estratti conto del nostro conto familiare.
Quel numero non apparteneva alla vita di mio marito in azienda.
Apparteneva anche alla mia.
Per capire perché una spesa aziendale portasse la traccia del nostro conto di casa, continua con la Parte 2.













