«Emilia non c’entra con la vendita», disse Michele, prima che mia sorella potesse aggiungere altro.
«La domanda è semplice. Dove sono finiti i soldi?»
Vittoria si lasciò cadere su una poltroncina.
Lo strascico dell’abito rimase piegato sotto una gamba, ma per la prima volta non cercò di sistemarlo.
«Una parte l’ho usata per chiudere il mutuo. Il resto è sul mio conto.»
«Eppure a me avevi detto di non avere risparmi», rispose Michele.
Nonna Agnese lo fissò.
«Ti aveva chiesto anche di anticipare alcune spese del matrimonio, vero?»
Lui annuì lentamente.
Non era una confessione di cui mi importasse conoscere le cifre.
Capivo però perché Agnese si fosse preoccupata: Michele stava scoprendo che i progetti per la loro vita insieme poggiavano su informazioni diverse a seconda della persona a cui Vittoria parlava.
«Non voglio discutere del vostro denaro», dissi. «Voglio sapere perché mi hai mentito per sette anni.»
Vittoria sollevò gli occhi.
«Perché tu facevi sempre la parte di quella brava. A te bastava una stanza con dei libri rovinati e tutti dicevano che eri coraggiosa. Io dovevo dimostrare qualcosa di concreto.»
Non era vero che tutti mi avessero incoraggiata.
Lo sapeva anche lei.
Nostra madre non aveva mai chiamato la mia bottega un lavoro vero, mentre raccontava con orgoglio che Vittoria sapeva investire nel mattone.
Quella differenza mi aveva fatto male, ma non mi aveva impedito di voler bene a mia sorella.
«Potevi dirmi che avevi bisogno di aiuto.»
«Non mi avresti dato quarantatremila euro.»
«Perché non li avevo.»
Michele si passò una mano sul viso.
«Ti ho creduta quando mi hai detto che Emilia aveva trattato male vostro nonno», disse. «Per questo, quando l’hai mandata lontano dal tavolo, sono rimasto zitto. Pensavo ci fosse una ferita di cui non potevo chiederti conto davanti agli altri.»
Avevo visto il suo silenzio senza comprenderlo.
Ora conoscevo il motivo, ma non era un sollievo.
«Se una persona viene umiliata davanti a te, puoi almeno chiedere perché», gli risposi.
«Hai ragione.»
La sua voce era bassa.
Non insistette per farsi perdonare.
Rosa si sedette accanto a me.
Mi porse la lettera, ma non la ricevuta bancaria.
«Questa è tua. Gli altri documenti li terrò al sicuro, finché non avremo capito come procedere.»
Lessi finalmente tutto quello che nonno aveva scritto.
Non c’erano frasi solenni.
Diceva che gli piaceva vedermi concentrata quando riparavo qualcosa che gli altri avevano dato per perso.
Scriveva di non volere che la paura di un prestito soffocasse il mio progetto prima ancora di cominciare.
E aggiungeva una frase semplice: «Non devi diventare diversa da quella che sei per meritare il nostro affetto».
Piegai il foglio lungo la piega originale.
Avrei voluto correre da lui e chiedergli perché avesse scelto di affidare tutto proprio a Vittoria.
Ma nonno Sergio era morto cinque anni prima.
Quella risposta non l’avrei più avuta.
Mi colpì capire che Vittoria mi aveva privato non soltanto di un aiuto economico, ma anche della possibilità di ringraziarlo mentre poteva ancora ascoltarmi.
«Nonno ti aveva lasciato anche una busta chiusa per Emilia», disse Rosa a Vittoria. «Dov’è l’originale?»
Vittoria esitò.
«L’ho buttata.»
«I soldi sono una cosa», osservò Agnese. «Ma questa storia è diventata una bugia detta a un uomo che non c’è più.»
Mia sorella si coprì il volto.
«Non volevo fargli del male. Continuava a chiedermi se Emilia fosse contenta. Io dicevo di sì. Poi si è ammalato ancora, e non ho più avuto il coraggio di confessare.»
Nonna abbassò lo sguardo.
In quel momento capii che non stava piangendo soltanto per me.
Aveva appena scoperto quanto solo fosse rimasto suo marito dentro una menzogna costruita per rassicurarlo.
Un bussare leggero ci interruppe.
Era nostro padre, Giorgio, con nostra madre Adriana poco dietro.
Rachele aveva spiegato loro soltanto che c’era una questione seria.
Entrarono con espressioni diverse: lui preoccupato, lei già pronta a difendere la sposa.
«Dobbiamo davvero rovinarle il ricevimento?» domandò mamma.
Rosa alzò la testa.
«La sedia di Emilia è stata trascinata via davanti a tutti. Quello non ti è sembrato sufficiente?»
Mia madre rimase in silenzio.
Le mostrai la lettera, senza cederla.
Papà lesse la ricevuta che Rosa gli aveva porto.
Le sue labbra si mossero appena sulla cifra.
«Sergio mi aveva detto che aveva messo da parte qualcosa per la bottega», sussurrò. «Io credevo fossero pochi attrezzi.»
«Lo sapevi?» chiesi.
«Non sapevo del bonifico, Emilia. Te lo giuro.»
Guardai mamma.
«E tu?»
«Sapevo che tuo nonno voleva aiutarti. Vittoria ci disse che avevi rifiutato. Pensai che fosse una tua scelta.»
«E non hai mai chiesto a me?»
Lei aprì la bocca e poi la richiuse.
Fu una risposta più sincera delle sue parole.
Michele annunciò che non intendeva discutere oltre in quel salottino.
Aveva bisogno di vedere i documenti, parlare da solo con Vittoria e capire che cosa significasse cominciare un matrimonio con quelle falsità.
Non pronunciò minacce né prese decisioni teatrali.
Chiese soltanto a sua moglie di non coinvolgere più me nelle spiegazioni che gli avrebbe dato.
«Per oggi io torno a casa mia», disse Agnese al nipote. «Quello che sceglierai dopo sarà responsabilità tua.»
Vittoria si alzò di scatto.
«Quindi avete deciso tutti che sono una ladra?»
«Io non ho deciso cosa sei», risposi. «Ho scoperto cosa hai fatto. Non è la stessa cosa.»
Mia madre provò ad avvicinarmi.
Indietreggiai.
«Per una volta non chiedermi di fare pace prima di aver ascoltato tutta la verità.»
Quando uscimmo dal salottino, il personale stava già raccogliendo alcune decorazioni.
Il banchetto non era finito per tutti; alcuni ospiti mangiavano in silenzio, altri avevano lasciato il locale.
Non mi importava sapere chi avesse preso quale posizione.
Volevo soltanto tornare nella mia bottega, chiudere la porta e leggere la lettera senza essere osservata.
Quella sera ricevetti un messaggio da Vittoria.
Non conteneva scuse.
Diceva: «Se cerchi di riprenderti quei soldi, dovrai affrontare anche mamma. Lei sa molte più cose di quanto ti abbia detto».
Fissai quelle parole a lungo.
Non sapevo se fosse un’altra minaccia o la prima ammissione di qualcosa che mia madre aveva taciuto.
Per scoprire perché Vittoria aveva tirato in ballo nostra madre, prosegui con la Parte 4.













