Per un istante pensai che nonna volesse leggere la lettera davanti agli invitati rimasti.
Mi parve insopportabile: avevo già avuto abbastanza occhi puntati addosso per un solo pomeriggio.
«Nonna, possiamo uscire?» le chiesi piano.
Rosa annuì.
«Hai ragione. Questa non è una rappresentazione.»
La nonna di Michele, una donna minuta con un abito grigio perla, si presentò come Agnese.
Chiese al nipote di seguirci in un salottino accanto all’atrio.
Vittoria provò a impedircelo, ma Michele non le permise di afferrargli il braccio.
«Vengo anch’io», disse lei.
«Allora vieni per ascoltare, non per dare ordini», rispose Agnese.
Nella stanza c’erano un divano basso, una finestra sul giardino e una caraffa d’acqua.
Rachele rimase sulla soglia per assicurarsi che nessuno entrasse; gli altri parenti aspettarono nel corridoio o decisero di andare a casa.
Nonna Rosa posò la busta sul tavolino senza aprirla immediatamente.
«Prima voglio chiederti una cosa, Vittoria», disse. «Hai mai consegnato a Emilia i soldi che il nonno le aveva destinato?»
Mi girai verso di lei.
«Quali soldi?»
Mia sorella guardò Michele, come se lui potesse darle la risposta giusta.
«È una storia vecchia. Non riguarda il matrimonio.»
«La riguarda da quando hai raccontato alla mia famiglia che Emilia aveva approfittato economicamente dei vostri nonni», intervenne Agnese.
Il rumore del ricevimento arrivava attutito attraverso la porta.
Io sentivo soltanto il mio cuore.
Sette anni prima mi ero appena laureata.
Sognavo un piccolo laboratorio di restauro di libri e cornici: niente di sontuoso, soltanto una bottega con due tavoli robusti, una pressa e un’insegna discreta.
Nonno Sergio, il marito di Rosa, era stato il primo a incoraggiarmi.
Mi aveva insegnato a riparare la copertina di un vecchio volume quando ero bambina.
Poi si era ammalato e io avevo smesso di parlargli dei miei progetti, per non aggiungere preoccupazioni alle sue giornate.
«Nonno mi disse che gli sarebbe piaciuto vedere la bottega», mormorai. «Non parlò mai di denaro.»
«Perché pensava che non fosse necessario», rispose Rosa.
Tolse il sigillo senza strappare la carta e ne estrasse tre fogli.
Il primo era la copia di una lettera nella grafia inclinata di nonno Sergio, quella delle cartoline che avevo conservato in un cassetto.
La data risaliva a poche settimane dopo la mia laurea.
Nonna lesse soltanto le righe essenziali.
Sergio aveva deciso di destinarmi quarantatremila euro, risparmi accumulati in molti anni, perché potessi avviare il laboratorio senza indebitarmi.
Non volendo farmi sentire in obbligo, aveva chiesto a Vittoria di consegnarmi il denaro e la lettera come un dono da parte di entrambi i nonni.
Aveva scelto lei perché, a quel tempo, lo accompagnava spesso in banca mentre Rosa si occupava delle sue cure.
Il secondo foglio era la ricevuta di un bonifico sul conto di Vittoria.
Nella causale si leggeva chiaramente: «Somma destinata al progetto di Emilia Carli, secondo accordi».
Il terzo era una breve nota firmata da nonno Sergio, con la richiesta di non trattenere nulla per sé.
Mi mancò il respiro.
«Io non ho mai ricevuto un euro», dissi.
«Lo so», rispose Rosa, con gli occhi lucidi. «Ma l’ho capito soltanto un mese fa.»
Vittoria allungò una mano verso i documenti.
«Erano affari di famiglia. Non puoi usarli per mettermi alla gogna.»
Rosa li raccolse prima che potesse toccarli.
«Non li ho mostrati a nessun invitato. Ma questa volta Emilia ha diritto di sapere.»
Mi sedetti sul bordo del divano.
Ricordai i turni serali fatti per pagare il deposito del locale, i preventivi scartati, la pressa comprata usata e i primi mesi in cui avevo rinunciato a riscaldare la bottega per risparmiare.
Non mi vergognavo di aver lavorato così.
Mi feriva scoprire che nonno, mentre io temevo di deluderlo, aveva cercato di aiutarmi.
«E tu perché non me l’hai detto?» domandai a Rosa.
Lei non cercò scuse.
«Perché credevo che Vittoria avesse eseguito la sua richiesta. Sergio mi disse che era tutto sistemato. Dopo la sua morte non ne parlammo più. Il mese scorso, riordinando i suoi fascicoli, trovai una copia della lettera e ti chiesi se avevi mai ricevuto un aiuto da lui. Tu mi rispondesti di no.»
Ricordai quella domanda, fatta in cucina mentre bevevamo il caffè.
Avevo creduto fosse un ricordo malinconico.
«Ho chiesto spiegazioni a tua sorella», proseguì nonna. «Mi ha promesso che ti avrebbe parlato prima del matrimonio. Speravo di non dover aprire questa busta.»
«Non potevo restituire tutto in una settimana!» esplose Vittoria.
Le parole rimasero sospese.
Nessuno le aveva ancora chiesto di restituire niente.
Michele impallidì.
«Restituire? Mi avevi detto che Emilia aveva ricevuto quei soldi e che poi aveva continuato a pretenderne altri.»
«Te l’ho detto per evitare discussioni!»
Agnese estrasse dalla propria borsetta una stampa piegata.
Era un messaggio che Vittoria le aveva inviato pochi giorni prima, quando si decidevano i posti a tavola.
Diceva che Emilia non avrebbe dovuto sedere con i familiari perché aveva già preso troppo dai nonni e sarebbe stata capace di chiedere altri soldi anche durante il ricevimento.
Agnese spiegò di averne parlato con Rosa, preoccupata per quelle accuse.
Fu così che le due donne avevano confrontato le rispettive informazioni.
«Non potevi sapere nulla di me», dissi a Vittoria. «Ma hai fatto in modo che anche gli altri credessero di conoscermi.»
Lei si voltò verso la finestra.
«Non capite che non potevo arrivare a questo giorno con tutto che tornava fuori?»
«Che cosa hai fatto con quei quarantatremila euro?» chiese Michele.
Vittoria strinse la mascella.
«Ho pagato delle cose che dovevo pagare.»
«Quali cose?»
Per qualche secondo non parlò.
Poi guardò sua nonna, mia sorella, me, uno dopo l’altro.
«L’anticipo dell’appartamento», disse infine. «Quello che ho venduto l’anno scorso.»
Michele fece un passo indietro.
Conosceva quell’appartamento.
Ma io capii dal suo volto che non conosceva affatto la storia dei soldi con cui era stato comprato.
E quando domandò dove fosse finito il ricavato della vendita, Vittoria pronunciò il mio nome come se fossi ancora io il problema.
«Se Emilia non avesse deciso di venire a questo matrimonio, niente di tutto questo sarebbe successo», disse, senza nemmeno guardarmi.
Per capire quale altra menzogna si nascondesse dietro quell’appartamento, continua con la Parte 3.













