Sul volo di ritorno Elena non parlò quasi mai.
Teneva le cuffie ma non ascoltava musica.
Lo sapevo perché il telefono sul suo grembo era fermo sulla schermata principale.
A metà viaggio mi chiese:
«Perché non me l’hai detto?»
Sapevo esattamente cosa intendeva.
«Perché eri una bambina.»
«Avevo undici anni, non cinque.»
«Lo so.»
«Mi hai lasciato credere che fosse tutta colpa tua.»
Quella frase mi fece male perché era vera.
«Pensavo di proteggerti.»
«Da cosa?»
«Dal dover scegliere tra noi.»
Elena guardò fuori dal finestrino.
«Ho scelto comunque.»
«Sì.»
«Solo che ho scelto senza sapere niente.»
Non avevo una difesa.
«Sì.»
Fu la prima volta in tutta quella storia in cui non cercai di giustificarmi.
«Ho sbagliato.»
Lei si voltò.
Forse si aspettava che aggiungessi un ma.
Non lo feci.
«Credevo che proteggere il tuo rapporto con tuo padre significasse non raccontarti i suoi errori.»
Inspirai lentamente.
«Non avevo capito che, lasciando il vuoto, permettevo ad altri di riempirlo.»
Elena abbassò lo sguardo.
Dopo qualche minuto chiese:
«Papà mi ha mentito anche sulla separazione?»
«Non so cosa ti abbia detto.»
«Che tu avevi smesso di amarlo.»
Scossi lentamente la testa.
«Le cose erano molto più complicate.»
«Lo amavi ancora quando hai chiesto il divorzio?»
Quella domanda mi sorprese.
«In parte sì.»
«Allora perché l’hai fatto?»
«Perché amare qualcuno non significa dover accettare tutto ciò che fa.»
Elena rimase in silenzio.
«Non potevo più fidarmi di lui.»
«Per Sonia?»
«Per le bugie.»
Guardai mia figlia.
«Sonia era solo una parte che all’epoca non conoscevo completamente.»
Quando arrivammo a Bologna, Elena entrò in casa e rimase ferma nel corridoio.
Poi guardò la porta della sua camera.
La stessa porta che per diciotto mesi aveva chiuso davanti a me.
«Mamma?»
«Sì?»
«Posso dormire con te stanotte?»
Non risposi con parole.
Le feci spazio.
Quella sera Marco chiamò diciassette volte.
Non rispondemmo.
Il giorno dopo arrivò una mail dal suo avvocato.
Chiedeva formalmente una modifica del calendario di affidamento.
Ma c’era un problema.
La lettera che Elena aveva scritto in Sardegna era allegata.
E adesso Elena voleva leggerla.
La prima frase diceva:
Desidero vivere principalmente con mio padre perché credo che mia madre voglia costruire una nuova famiglia e abbia bisogno di più libertà.
Elena fissò quelle parole.
«Io non ho scritto questo.»
Il mio stomaco si chiuse.
«Cosa hai scritto?»
«Ho scritto che mi piace stare da papà e che forse potrei passare più giorni con lui.»
Indicò lo schermo.
«Non ho mai scritto che tu vuoi una nuova famiglia.»
Scorremmo.
Altre frasi.
Alcune erano sue.
Altre no.
Qualcuno aveva trasformato una lettera di una tredicenne in qualcosa di molto diverso.
Elena prese immediatamente il telefono.
«Chiamo papà.»
«Sei sicura?»
«Sì.»
Marco rispose quasi subito.
«Elena.»
La sua voce diventò dolce.
«Finalmente.»
Elena mise il vivavoce.
«Hai cambiato la mia lettera?»
Silenzio.
«Elena, ascolta…»
«Hai cambiato quello che ho scritto?»
«L’avvocato l’ha sistemata per renderla più chiara.»
«Ha aggiunto cose che non ho detto.»
«Sono cose di cui avevamo parlato.»
Elena mi guardò.
Poi chiese:
«Quando ti ho detto che mamma avrebbe preferito una vita senza di me?»
Marco non rispose.
Ed Elena capì.
Chiuse la telefonata.
Questa volta fu lei a chiudere una porta.
Ma non la porta della sua camera.
Quella sul racconto che suo padre aveva costruito per lei.













