Alle sette di sera ero ancora nell’ufficio di Valenti.
I clienti che avevo dovuto incontrare nel salottino riservato erano stati ricevuti da un altro dirigente; con una telefonata avevo spiegato che c’era un imprevisto personale.
Non li avevo lasciati ad aspettare senza una spiegazione.
Era un dettaglio piccolo, ma quel giorno avevo bisogno di aggrapparmi a gesti che conoscevo.
Valenti mi porse una stampa della segnalazione compilata da una consulente di nome Francesca Conti.
Aveva lavorato nella concessionaria per undici anni.
Era stata lei a fermare la pratica perché i dati del garante non coincidevano con quelli necessari per l’identificazione.
Non si era lasciata impressionare dal cognome Mercati e dalla fretta di Lorena.
«Vorrei ringraziarla personalmente», dissi.
Valenti mi spiegò che Francesca non aveva mai incontrato Natalia prima di quel giorno e non aveva riconosciuto il mio nome come quello del proprietario.
Aveva semplicemente applicato una procedura.
Pensare che fosse stata l’attenzione di una sconosciuta, e non la prudenza della donna che stavo per sposare, a proteggermi da quell’errore mi fece abbassare lo sguardo.
«Domani sarà qui.
Ma c’è un’altra cosa: Francesca ha scritto che la signora parlava di una garanzia già presentata a un istituto di credito, non di un secondo ordine d’auto.»
Capii allora perché quelle parole mi avevano inquietato.
Una garanzia non era un favore generico.
Poteva impegnare denaro, beni, anni di vita.
E un modulo rimasto sospeso dentro la mia concessionaria era una cosa; un documento circolato altrove era tutt’altra.
Chiamai Giulia Orsini, l’avvocata che da tempo seguiva le mie questioni personali.
Non le chiesi di accusare nessuno.
Le esposi ciò che sapevo, distinguendo ciò che avevo visto da ciò che sospettavo.
Mi consigliò di conservare le copie, annotare gli orari e chiedere agli istituti coinvolti di verificare eventuali pratiche a mio nome attraverso canali ufficiali.
«Non contattare la banca presentandoti come proprietario della concessionaria», aggiunse. «Presentati come Alessandro Mercati, la persona la cui firma potrebbe essere stata usata.
Le verifiche devono essere uguali per tutti.»
Sorrisi senza allegria.
Era esattamente ciò che avrebbe detto mio padre.
Natalia mi aveva mandato undici messaggi.
Nei primi mi chiedeva scusa.
Negli ultimi voleva sapere se avessi intenzione di annullare il matrimonio, fissato per sei settimane più tardi.
Nessuno conteneva una risposta alla domanda che avevo posto: quale altra pratica conosceva Lorena?
Le telefonai.
Prima di premere il tasto della chiamata, ripensai alle cene in cui avevo ascoltato Lorena parlare del ricevimento come di una prova sociale.
Non bastava che fosse una bella giornata: doveva lasciare gli invitati senza parole.
Ero stato troppo sbrigativo nel considerarlo un semplice desiderio di festa.
Non potevo però rimproverarmi di non aver immaginato una falsificazione; la fiducia non è colpa di chi la concede.
«Voglio parlare con te senza tua madre.»
«Lei ha soltanto cercato di aiutarmi.»
«Con una firma che non è mia?»
Seguì un silenzio, poi Natalia disse che sarebbe venuta nel mio appartamento.
Non accettai.
Avevo bisogno di uno spazio neutro e di poter interrompere l’incontro, se necessario.
Ci vedemmo in una piccola caffetteria vicino alla stazione, a un tavolo lontano dalla vetrina.
Indossava un cappotto chiaro e teneva le mani intrecciate sul tavolo.
Non piangeva.
Sembrava piuttosto stanca, come chi avesse trascorso ore a scegliere quale versione di un fatto raccontare.
«Ti ho fatto una cosa imperdonabile», disse.
«Hai falsificato la mia firma», risposi. «Mi hai anche umiliato perché pensavi che pulissi auto per vivere.»
«Mi sono vergognata davanti a tutti.
Ho reagito male.»
«Ti sei vergognata di me.»
Non trovò una parola con cui contraddirmi.
Quella era la ferita che non poteva essere coperta da nessuna spiegazione finanziaria.
Le chiesi di sua madre.
Natalia mi aveva raccontato che Lorena gestiva una società di ricevimenti, Rosati Eventi, ereditata dal marito dopo la sua morte.
Non conoscevo i conti dell’impresa.
Sapevo soltanto che negli ultimi mesi Lorena lamentava affitti crescenti e matrimoni cancellati.
«L’azienda sta andando male?»
Natalia fissò il cucchiaino nella tazzina.
«Molto male.
Ci sono fornitori da pagare e stipendi arretrati.
Mamma diceva che avrebbe trovato una soluzione.»
«E che cosa c’entro io?»
«Non lo so.»
La guardai senza parlare.
Dopo un momento, corresse la risposta.
«So che le serviva un finanziamento.
Mi ha chiesto più volte se tu avessi risparmi.
Le ho detto di non coinvolgerti.»
«Le hai dato i miei documenti?»
«Le ho inoltrato la conferma del ristorante e una copia del tuo documento d’identità, perché doveva preparare gli elenchi per il matrimonio.
Non pensavo che…»
Si interruppe.
Non aveva bisogno di finire la frase.
Le stesse copie che Natalia aveva utilizzato per la Rolls-Royce potevano essere state messe a disposizione di qualcun altro.
«Quando hai saputo della richiesta per l’automobile?»
«Tre giorni fa.»
«Allora perché non me ne hai parlato?»
«Perché pensavo che mi avresti detto di no.»
Per la prima volta non cercò di rendere innocua la sua scelta.
Quel riconoscimento non riparava nulla, ma almeno non mi chiedeva di fingere.
Prima di alzarci le domandai se intendesse ancora sposarmi.
Natalia rispose di sì, subito, come se quella fosse l’unica domanda importante.
Io non seppi darle una risposta altrettanto rapida.
Le dissi che la cerimonia sarebbe stata sospesa finché non avessimo chiarito i fatti.
Non intendevo costruire una casa su qualcosa che nessuno dei due poteva più chiamare fiducia.
Tornato nel mio appartamento, trovai una busta sul tavolo dell’ingresso.
Il portiere me l’aveva consegnata insieme alla posta.
Proveniva da uno studio incaricato di raccogliere documenti per una banca.
Era indirizzata correttamente a me, ma dentro c’era una richiesta di integrazione relativa a una garanzia personale a favore di Rosati Eventi.
L’importo indicato era centottantamila euro.
La pratica non risultava perfezionata; mancava ancora una verifica dell’identità e della volontà del garante.
Una lettera aveva già viaggiato verso di me, mentre qualcuno evidentemente confidava che non la leggessi in tempo.
Controllai la data: tre settimane prima Natalia mi aveva detto che sua madre non aveva bisogno di alcun aiuto finanziario.
Fotografai la busta, il timbro e ogni pagina, poi chiamai Giulia senza aspettare il mattino.
Avrei voluto afferrare il telefono e chiedere a Lorena quale diritto pensasse di avere sulla mia vita.
Invece riportai le carte sul tavolo, in ordine.
Mi ricordai che un’accusa pronunciata di notte non avrebbe reso più sicuro nessun documento.
Se volevo risposte utili, dovevo lasciare tracce verificabili.
«C’è davvero un’altra pratica», le dissi.
«Allora domani chiederemo subito che venga bloccata e verificata.»
Stavo per rimettere le carte nella busta quando notai, sul modulo allegato, il nome della persona indicata come referente per eventuali chiarimenti.
Non era Lorena.
Era Natalia.
Per capire perché Natalia fosse il referente di quella garanzia, leggi la Parte 4.













