La prima cosa che feci fu richiudere la cartellina.
Non volevo che un documento con il mio nome diventasse uno spettacolo nel salone.
Non avevo alcuna intenzione di vendicarmi di Natalia davanti agli sconosciuti che, pochi istanti prima, l’avevano sentita insultarmi.
«Valenti, possiamo andare nel suo ufficio?»
Il direttore annuì.
Poi si rivolse con cortesia alle due donne.
«Potete seguirci, se desiderate chiarire la situazione.»
Lorena cercò di sorridere.
«Credo ci sia soltanto un malinteso.
Siamo quasi una famiglia.»
Non le risposi.
Una famiglia, pensai, non comincia a esistere soltanto quando scopre quanti soldi possiedi.
Attraversammo il corridoio che separava il salone dagli uffici.
Natalia camminava al mio fianco, abbastanza vicina da sfiorarmi il braccio.
Pochi minuti prima non avrebbe voluto nemmeno essere vista accanto a me.
Adesso sembrava temere che qualcuno notasse la distanza fra noi.
Valenti chiuse la porta e sistemò la cartellina sul tavolo.
La richiesta riguardava proprio l’auto nera esposta all’ingresso: prezzo indicativo di quattrocentodiciottomila euro, accessori inclusi.
Era una proposta preliminare, non un acquisto concluso.
L’eventuale finanziamento avrebbe richiesto ulteriori verifiche e una conferma personale del garante.
Questo non rendeva meno grave trovare una firma che non avevo apposto.
«Chi ha consegnato questi fogli?» domandai.
«La signora Lorena», rispose Valenti. «Li ha portati alla consulente vendite ieri pomeriggio.
La collega ha notato un’incongruenza e ha chiesto che li vedessi prima di procedere.»
Lorena allargò le mani.
«Mia figlia è la tua futura moglie.
Avevamo parlato di un regalo importante per il matrimonio.»
«Di un regalo abbiamo parlato», dissi. «Di comprare questa automobile, mai.
E certamente non ti ho autorizzata a firmare al posto mio.»
Natalia abbassò gli occhi.
«Pensavo che saresti stato contento di farmi una sorpresa.»
«Una sorpresa non richiede la firma della persona che dovrebbe pagarla.»
In quella frase non c’era rabbia.
C’era soltanto un fatto che nessuno dei due sembrava disposto a pronunciare.
Valenti estrasse un altro foglio.
La proposta prevedeva che il richiedente principale fosse Natalia, mentre il mio nome compariva nella sezione destinata alla garanzia personale.
Accanto figurava un indirizzo di posta elettronica che non usavo.
Le ultime cifre del numero telefonico erano quelle di Lorena.
«Non è stato autorizzato nulla», precisò il direttore. «La documentazione è rimasta sospesa.
La banca convenzionata non ha ricevuto una pratica completa.»
Provai sollievo per chi aveva fermato la procedura, ma non abbastanza da ignorare ciò che vedevo.
«Voglio una copia dei documenti e la registrazione di quando sono stati consegnati.
Tutto conservato secondo le nostre procedure, senza cancellare niente.»
Lorena raddrizzò la schiena.
«Tratti tua suocera come una criminale?»
«Ti sto chiedendo di spiegare perché sul tavolo c’è la mia firma.»
«Alessandro», intervenne Natalia, «non trasformiamo una sciocchezza in una tragedia.»
La guardai a lungo.
Ero stato disposto a perdonarle dimenticanze, giornate difficili, parole pronunciate male.
Ma chiamare sciocchezza una firma falsa significava chiedermi di rinunciare alla verità prima ancora di conoscerla.
«Chi ha scritto il mio nome?»
Natalia si mordicchiò il labbro.
Lorena appoggiò subito una mano sullo schienale della sua sedia.
«Non è necessario mettere mia figlia sotto interrogatorio.»
«È necessario che qualcuno risponda.»
Mi venne in mente l’inizio della nostra relazione.
Natalia lavorava nell’organizzazione di eventi privati e mi aveva parlato dei ricevimenti che sognava di creare.
Diceva di non voler dipendere da nessuno.
Mi era piaciuta anche per quella determinazione.
Negli ultimi mesi, però, ogni conversazione sul matrimonio finiva con una cifra più alta, un fornitore più esclusivo, un invito che non poteva mancare.
Avevo pensato che fosse ansia per la cerimonia.
Ora non ne ero sicuro.
Valenti si alzò per lasciare spazio a una conversazione privata, ma lo fermai.
«Resta, per favore.
Questo documento riguarda anche la concessionaria.»
Natalia mi rivolse uno sguardo ferito.
«Non ti fidi più nemmeno di me?»
«Vorrei poterlo fare.
Per questo ti sto dando la possibilità di raccontarmi come sono andate le cose.»
Passarono diversi secondi.
Fuori, una porta si aprì e si richiuse.
Sentii le voci ordinarie di persone che continuavano a lavorare.
Una giornata che doveva essere normale si stava dividendo in un prima e un dopo.
«Mamma mi ha detto che bastava compilare la richiesta», mormorò infine Natalia. «Che avremmo sistemato tutto prima della consegna.»
«E la firma?»
«L’ho ricopiata io.»
Lorena girò la testa di scatto.
«Natalia!»
Mentre lei la fissava, io sentii una tristezza inattesa.
La confessione non mi dava soddisfazione.
Avevo sperato, fino a un istante prima, che fosse un errore amministrativo, una riga finita nel posto sbagliato.
Invece la donna che amavo aveva ammesso di aver imitato la mia mano.
«Da dove l’hai presa?»
«Da un foglio che avevi firmato per il ristorante del ricevimento.
L’avevo fotografato per mandarlo al nostro organizzatore.»
Conoscevo quel foglio.
Una conferma di prenotazione, con la caparra versata dal mio conto personale.
Nulla che autorizzasse altre operazioni.
«Hai capito che non puoi fare una cosa simile?»
«Sì», disse, ma la sua voce non riuscì a sostenerla. «Mi dispiace.»
Lorena sollevò il mento.
«Se è per una macchina, la cancelliamo.
Un uomo della tua posizione non può essere così attaccato a una firma.»
Quelle parole mi colpirono più della sua precedente derisione.
Prima il mio lavoro mi rendeva indegno di sua figlia.
Adesso il mio patrimonio avrebbe dovuto rendere irrilevante il consenso.
Chiesi a entrambe di non utilizzare ulteriormente copie dei miei documenti e spiegai che avrei incaricato una legale di verificare quanto accaduto.
Non era una minaccia.
Era l’unico modo corretto di proteggere tutti, compresa la concessionaria che aveva fermato la pratica.
Natalia si avvicinò alla porta.
«Possiamo parlarne a casa?
Da soli?»
«Possiamo parlare», risposi. «Ma non fingere che oggi riguardi soltanto noi due.»
Rimasi nell’ufficio mentre Valenti accompagnava le donne fuori.
Mi portò poi il registro interno delle segnalazioni.
La consulente aveva annotato una frase pronunciata da Lorena al momento della consegna: «Questa è la seconda pratica.
Per l’altra non ci sono stati problemi.»
Lo rilessi due volte.
Una seconda pratica?
Valenti non ne sapeva nulla.
E io, fino a quel momento, ero convinto che la Rolls-Royce fosse l’unico documento su cui qualcuno avesse osato usare il mio nome.
Per scoprire a quale altra richiesta si riferisse Lorena, continua con la Parte 3.













