La domanda di Giulia mi accompagnò per tutta la notte.
Continuavo a ripensare al preventivo della villa e al momento in cui Natalia aveva guardato sua madre, come se una sola occhiata potesse decidere quali parole fosse lecito pronunciare.
Non avevo mai avuto paura di una discussione difficile. Avevo paura di scoprire che la persona con cui avevo progettato una casa sapesse mentirmi con quella naturalezza.
Il giorno dopo Natalia mi chiese di incontrarla nell’appartamento di sua madre, non lontano da Porta Romana.
Accettai a condizione che Giulia potesse esaminare i documenti che Lorena diceva di possedere; per la conversazione, invece, preferii presentarmi da solo.
Non volevo un avvocato seduto al tavolo come un giudice. Volevo che Natalia mi parlasse senza nascondersi dietro qualcun altro.
Sul mobile dell’ingresso c’era una fotografia della cerimonia di fidanzamento.
Natalia indossava l’abito verde che avevamo scelto insieme.
Lorena, in quell’immagine, aveva una mano sulla mia spalla e sorrideva con la stessa sicurezza con cui mi aveva chiamato lavamacchine.
La trovai in cucina, davanti a un raccoglitore di bollette.
Aveva il volto stanco, ma nessuna intenzione di chiedermi scusa.
«Non ho mandato nessuna domanda definitiva», disse. «Matteo aveva promesso di occuparsi di tutte le formalità.»
«Una domanda con la mia firma è già stata inviata. Non puoi cancellarla chiamandola provvisoria.»
Lorena fece scivolare una lettera sul tavolo.
Era un sollecito relativo a una somma consistente, nata da garanzie che aveva prestato anni prima per l’attività del fratello.
Non mi mostrò tutto il fascicolo, ma quel poco spiegava perché negli ultimi mesi le sue telefonate fossero diventate sempre più nervose.
«Non voglio che mia figlia perda la casa in cui è cresciuta», disse.
«Natalia non vive qui da quattro anni. Puoi avere paura di perdere la casa senza usare il mio nome.»
«Matteo mi aveva prospettato una soluzione. Con una vettura intestata a Natalia e finanziata a condizioni favorevoli, un suo contatto avrebbe organizzato una rivendita e ci avrebbe anticipato del denaro.»
«Un’auto comprata a rate non diventa magicamente denaro disponibile. Chi garantisce il debito resta obbligato, e la rivendita non cancella il finanziamento.»
Lorena distolse gli occhi.
Per la prima volta ebbi l’impressione che anche lei sapesse quanto fosse fragile il racconto che aveva accettato.
«Diceva che lo facevano tutti», mormorò.
«Tutti chi?»
Non seppe rispondere.
Natalia era rimasta vicino alla finestra.
«Mamma mi aveva parlato di un finanziamento per il matrimonio. Io volevo soltanto guardare quella macchina. Quando Matteo ha chiesto i documenti, ho pensato che tu avresti deciso in seguito.»
«E se io avessi detto no?»
«Avremmo rinunciato.»
«Ma avete chiesto a qualcuno di preparare la mia firma prima ancora di domandarmelo.»
Lei si voltò lentamente.
«Io non ho chiesto di fare questo.»
Lorena aprì la bocca, ma non parlò.
Fu sufficiente a farmi capire che mancava ancora un pezzo.
Dalla borsa tirai fuori un elenco delle comunicazioni che Giulia voleva chiarire.
Non erano accuse. Erano date, indirizzi di posta elettronica, nomi di allegati e richieste precise.
Chiesi a Lorena se avesse versato denaro a Riva per la pratica.
«Una piccola somma.»
«Quanto?»
«Ottomila euro.»
Natalia fece un passo avanti.
«Ottomila? Mi avevi detto che la caparra del matrimonio era ancora sul conto!»
Lorena si portò una mano alla fronte.
«L’ho usata per l’istruttoria. Matteo avrebbe restituito tutto al completamento dell’operazione.»
Il denaro proveniva dai risparmi che Natalia aveva messo da parte per il ricevimento.
Non dal mio conto, non dal gruppo. Erano soldi suoi, dati alla madre con fiducia e utilizzati per qualcosa che non aveva compreso.
Vidi il dolore nei suoi occhi, ma non potevo lasciarmi distrarre da quella nuova ingiustizia.
«Hai una ricevuta?» domandai.
Lorena mostrò un bonifico diretto a una società indicata come servizi amministrativi, con una causale vaga.
Fotografammo insieme la ricevuta soltanto dopo che lei ebbe acconsentito a inviarne copia a Giulia.
Il fatto che fosse stata ingannata non rendeva legittimo ciò che aveva fatto a me.
Mentre eravamo ancora al tavolo, sul telefono di Lorena arrivò una mail.
Riva chiedeva altri diciottomila euro entro il pomeriggio per evitare, a suo dire, la perdita della prenotazione e il blocco del credito.
Aveva allegato un foglio con il logo della concessionaria, ma Bianchi non aveva mai parlato di una simile spesa.
«Non pagare», dissi.
«Se non pago, perderò anche gli ottomila.»
«Forse li hai già persi. Ma non devi perderne altri per dimostrare che i primi erano una buona decisione.»
Chiesi a Lorena se avesse mai incontrato Riva di persona.
Lo aveva visto una sola volta, in un bar, e da allora si erano sentiti quasi soltanto per messaggio.
Non possedeva un contratto chiaro per gli ottomila euro, soltanto una ricevuta di bonifico e alcune promesse scritte.
L’uomo che diceva di poter risolvere i suoi problemi non le aveva neppure spiegato quali obblighi sarebbero rimasti a mio carico.
Era stata pronta ad affidargli il mio nome perché lui le aveva promesso una scorciatoia.
E più le chiedeva denaro, più lei temeva di ammettere di aver sbagliato.
Natalia prese il telefono di sua madre e, con il suo permesso, inoltrò la comunicazione a Giulia.
La mia avvocata contattò Bianchi mentre eravamo ancora lì.
Il direttore confermò per iscritto che la concessionaria non aveva richiesto alcun versamento di diciottomila euro e che la pratica era sospesa.
Lorena scoppiò a piangere.
Avrei voluto sentire compassione senza riserve, ma continuavo a ricordare le sue parole nello showroom.
La paura di perdere una casa poteva spiegare la sua disperazione. Non poteva giustificare il modo in cui aveva trattato chi credeva inferiore a lei.
Natalia si sedette accanto a sua madre, poi si allontanò di nuovo.
«Andrea, ti mando tutte le conversazioni con Matteo. Anche quelle che non ti piaceranno.»
Prima di uscire mi chiese se sarei tornato per parlare delle nozze.
«Quando saprò se sei stata sincera», risposi.
Quella sera arrivò un archivio di messaggi.
Fra decine di richieste e promesse trovai una conversazione che Natalia non aveva evidenziato.
Conteneva una frase scritta da lei, non da Lorena, in un momento in cui nessuno poteva sostenere di aver frainteso il significato della parola garante.
«Andrea non deve vedere il modulo prima che Matteo ci dica che è approvato.»
Per capire perché Natalia avesse voluto tenermi all’oscuro, continua con la Parte 5.













