Il preventivo della villa aveva soltanto quattro pagine.
Descriveva i tavoli, il menù, il numero degli invitati e una data di settembre che fino alla mattina precedente avevo immaginato come l’inizio della nostra vita insieme.
L’ultima pagina portava la mia firma, tracciata davanti a Natalia quando avevamo versato una piccola caparra.
La guardai seduta di fronte a me, nella stanza del direttore.
«Chi ha fatto una fotografia di quel foglio?»
«Io», ammise. «La responsabile della villa aveva chiesto di inviarne una copia a mia madre per confermare i posti riservati alla sua famiglia.»
«E tua madre l’ha mandata a Riva.»
«Non lo sapevo.»
Lorena interruppe la frase con un gesto infastidito.
«Matteo voleva un esempio del nome scritto per esteso. Disse che serviva a evitare errori nella compilazione. Non immaginavo che avrebbe copiato una firma.»
«Un consulente che prepara una richiesta di credito non ha motivo di ricevere la firma del garante attraverso una fotografia mandata dalla madre dell’acquirente», osservò Bianchi.
Lorena si voltò verso di lui.
«Lei fa il direttore di un negozio, non il giudice.»
Non avevo mai sentito pronunciare la parola negozio con tanto disprezzo.
Bianchi non raccolse la provocazione. Mi consegnò le copie numerate degli allegati e tornò al suo lavoro dopo avermi assicurato che avrebbe conservato il materiale ricevuto.
Natalia si coprì il viso con le mani.
«Andrea, giuro che non ho chiesto a nessuno di imitarti.»
«Ti credo quando dici che non hai copiato la firma. Ma voglio sapere che cosa hai autorizzato.»
«Una richiesta preliminare. Matteo aveva detto che avrebbe calcolato una rata sostenibile e poi ce ne avrebbe parlato.»
«Ce ne avrebbe parlato dopo aver presentato un modulo in cui risultavo già d’accordo?»
Non rispose.
Era una risposta, sebbene dolorosa.
Lasciai la concessionaria con una copia dei documenti in una busta chiusa.
Prima di uscire vidi il ragazzo che avrei sostituito fino al termine del turno: era arrivato il fratello dell’addetto chiamato in ospedale e stava sistemando gli attrezzi con un collega.
Mi ringraziò per aver dato una mano quella mattina.
Gli dissi che non doveva ringraziarmi. Non sapeva nulla di ciò che era accaduto, e desiderai per un momento poter essere al suo posto, preoccupato soltanto di finire bene una giornata di lavoro.
Nello studio di Giulia, nel pomeriggio, ricostruimmo una cronologia.
Il preventivo della villa era stato firmato ventuno giorni prima.
Sette giorni dopo, Natalia aveva parlato per la prima volta a sua madre di un’automobile da usare al matrimonio.
La richiesta in concessionaria era arrivata soltanto la sera precedente.
Fra quei fatti c’erano messaggi, chiamate e decisioni che io non conoscevo.
Giulia ascoltò senza interrompermi.
Poi cerchiò due informazioni: il PDF ricevuto dal direttore e il prospetto reddituale inventato.
«Una firma che somiglia alla tua non dimostra chi l’abbia materialmente costruita», spiegò. «Però dimostra che non possiamo trattare la vicenda come una semplice discussione di coppia. Qui una persona ha prodotto documenti attribuiti a te.»
Preparammo una contestazione scritta, accompagnata da una richiesta di conservazione delle comunicazioni e dalla segnalazione all’istituto finanziario indicato nel modulo.
La banca confermò più tardi di aver aperto un controllo interno, senza dare per conclusa alcuna verifica.
Decisi anche di presentare una denuncia, allegando i documenti disponibili senza inventare responsabilità che non potevo provare.
Prima di tornare a casa passai davanti alla vecchia officina in cui mio padre aveva lavorato negli ultimi anni prima di aprire la prima concessionaria.
Il locale apparteneva ormai a un’altra famiglia, ma riconobbi la porta metallica e il piccolo gradino consumato dalle scarpe.
Non entrai.
Ricordai soltanto quante volte mio padre mi avesse detto di leggere ciò che stavo per firmare, anche quando chi mi porgeva il foglio era qualcuno di fiducia.
Allora mi era sembrata la prudenza eccessiva di un uomo abituato a non possedere nulla.
Quel pomeriggio compresi che forse stava parlando anche della fiducia, non solo dei contratti.
Nel frattempo Natalia mi aveva mandato undici messaggi.
I primi chiedevano perdono per l’umiliazione in showroom.
Negli ultimi mi pregava di non coinvolgere la polizia, perché sua madre era fragile e un’indagine l’avrebbe distrutta.
La chiamai.
«Perché mi chiedi di proteggere tua madre prima di sapere che cosa ha fatto?»
«Perché lei è sola, Andrea. Ha fatto degli errori, ma ha paura di perdere tutto.»
«Che cosa sta perdendo?»
Il silenzio durò a lungo.
«La casa», disse infine. «Non te l’ho detto perché mi aveva promesso di risolvere.»
Mi raccontò che Lorena aveva accumulato debiti dopo aver tentato di salvare una piccola attività di famiglia.
Le erano arrivate lettere da creditori, alcune già affidate a un legale.
Natalia ne aveva vista una sul tavolo della cucina, ma sua madre l’aveva rassicurata: Matteo Riva aveva trovato una soluzione temporanea.
«La macchina non risolve il debito di una casa», dissi.
«Lo so. Lei diceva che l’auto avrebbe dimostrato alla banca che potevamo sostenere un impegno importante. Non capivo nemmeno io che cosa intendesse.»
Neppure io lo capivo.
E proprio per questo non mi fidavo di quella spiegazione.
Una persona spaventata poteva credere a promesse assurde; poteva anche scegliere di mentire per non essere scoperta.
Le chiesi di non cancellare le conversazioni e di mandare a Giulia soltanto ciò che era disposta a condividere spontaneamente.
Non volevo entrare nel suo telefono, né minacciarla con una denuncia per ottenere una confessione.
Le chiesi anche di rimandare ogni decisione sulle nozze.
«Vuoi lasciarmi?» domandò.
«So che non posso sposarti mentre temo che il mio nome venga usato alle mie spalle. Il resto lo deciderò quando avremo smesso di mentirci.»
La sera aprii sul portatile la cartella del matrimonio.
Tra le fotografie della villa e le ricevute trovai un messaggio inoltrato settimane prima da Natalia: una mail di sua madre, senza allegati visibili nella copia salvata.
Nell’oggetto c’era scritto: Documenti per Matteo, urgente.
Sotto, una frase che non avevo notato all’epoca: «Digli che il ragazzo non deve essere disturbato finché la pratica non è pronta».
Non era la prova di una falsificazione.
Era però la prova che il mio consenso non faceva parte del loro piano iniziale.
Quando mostrai la mail a Giulia, lei mi chiese una cosa che mi inquietò più di tutte le accuse pronunciate quella mattina.
«Andrea, sei sicuro che questo consulente stesse cercando soltanto di far comprare un’automobile?»
Per scoprire che cosa si nascondeva dietro la pratica della Rolls-Royce, leggi la Parte 4.













