La mattina successiva, alle otto, nella sala per le riunioni non c’erano fiori né candele. Solo un tavolo, quattro sedie e un computer portatile che Giulia Bertoni, la responsabile amministrativa di Luca, aveva collegato a una presa vicino alla finestra.
Luca mi aveva autorizzata ad assistere alla parte dell’incontro in cui si sarebbe parlato della mia testimonianza. Non mi sembrava un privilegio. Sedersi nella stessa stanza di Vanessa, senza il rumore degli ospiti a coprire ogni parola, mi faceva più paura della sera prima.
Giulia posò sul tavolo due documenti. Il primo recava il numero trentadue. Il secondo, cinquanta. Sul primo, Marco aveva apposto la firma a penna durante un sopralluogo con la società che serviva abitualmente la villa. Nel secondo, un riquadro in fondo alla pagina conteneva la medesima firma, identica perfino nella piccola sbavatura sulla lettera finale.
«Non è una nuova firma», disse Giulia. «È l’immagine della precedente, riportata su un nuovo modulo.»
Vanessa incrociò le braccia.
«Tutti usano firme digitalizzate. Non significa che l’ordine sia falso.»
«Infatti», rispose Giulia. «Significa che dobbiamo capire chi ha autorizzato la modifica.»
Il fornitore abituale, la società La Tavola del Lago, aveva ricevuto la richiesta di aumentare i coperti nel pomeriggio del giorno prima. Un messaggio partito dalla casella condivisa degli eventi accompagnava il modulo. Nell’oggetto si leggeva: aggiornamento definitivo. Nessun nome nella firma del messaggio.
Luca domandò a Marco chi avesse accesso a quella casella.
«Io, Pietro per le comunicazioni operative e Vanessa, da quando ha iniziato a seguire i ricevimenti», rispose Marco. «La password è memorizzata sul tablet dell’ufficio di servizio. Non avremmo dovuto lasciarla così.»
Era un’ammissione scomoda. La stessa prassi sbagliata che rendeva possibile alterare un ordine impediva di stabilire con certezza chi lo avesse fatto.
«Quindi potrebbe essere stato chiunque», concluse Vanessa.
«Potrebbe», ammise Giulia. «Per questo non ci fermeremo alla casella.»
Io guardavo le due firme. Mia madre, quando qualcuno contestava una fattura in trattoria, ricostruiva le porzioni da preparare, le telefonate, gli orari delle consegne. Diceva che una cifra isolata raccontava quasi sempre una storia incompleta. Pensai a quelle parole mentre Giulia mostrava il registro degli accessi al magazzino.
Marco risultava impegnato alla consegna dei vini nel momento in cui il secondo documento era stato inviato. Il trasportatore aveva firmato alle quindici e quarantuno, e Pietro confermò che Marco era rimasto con lui per controllare alcune casse danneggiate. La modifica, però, era partita alle quindici e quarantasette. Sei minuti non bastavano a provare un’assenza, e nessuno di noi pretese che lo facessero.
«Non voglio un colpevole scelto per comodità», disse Luca. «Voglio un fatto che possiamo sostenere.»
Vanessa gli rivolse uno sguardo di sorpresa offesa.
«Davvero sottoporrai a questo interrogatorio tutti quelli che ti stanno vicino per una spesa che puoi permetterti?»
«Non sto discutendo se posso permettermela. Sto discutendo se qualcuno ha chiesto a un dipendente di mentire.»
Marco rimase a fissare il proprio nome sul foglio. Giulia gli domandò perché non avesse contestato la modifica per iscritto. Lui rispose che, appena aveva chiesto spiegazioni, Vanessa aveva promesso di sistemare tutto e poi aveva cambiato tono. Era stato ingenuo ad aspettare. Non negò la propria parte di responsabilità per aver rimandato.
Dopo la riunione mi mandarono a sistemare la sala del piano terra. Nella stanza accanto Pietro stava controllando le sedie da riportare al deposito. Gli chiesi se ricordasse chi aveva portato i tovaglioli nella saletta durante il pomeriggio precedente.
«Tu», rispose. «Perché?»
«Vorrei ricostruire gli orari senza inventarne uno.»
Pietro ci pensò. Disse che mi aveva consegnato i tovaglioli poco dopo che un autista aveva telefonato per un problema con i vini. Non sapeva l’ora esatta, ma conservava ancora il messaggio sul cellulare di servizio. Gli chiesi di mostrarlo a Giulia, non a me. Avevo imparato quella mattina quanto fosse facile confondere un ricordo con una prova.
A mezzogiorno Giulia mi chiamò. Il messaggio di Pietro fissava l’inizio del mio passaggio nel corridoio poco dopo le quindici e cinquanta. La modifica dell’ordine era quindi già partita quando avevo sentito Vanessa intimare a Marco di assumersi la colpa. La sequenza dava un senso preciso alla minaccia: non stavano scegliendo un numero, stavano preparando una spiegazione.
«Questo sostiene ciò che hai raccontato», disse Giulia. «Ma non identifica da solo chi ha inviato il modulo.»
«Lo so.»
Le domandai del preventivo del cugino. Giulia non ne aveva ricevuto uno per quella cena. Marco le aveva già spiegato di aver rifiutato una proposta, ma fino a quel momento l’aveva trattata come una normale offerta commerciale.
«Mi interessa capire se qualcuno aveva un motivo per eliminare il fornitore abituale», disse. «Non voglio trasformare una parentela in un’accusa.»
Apprezzai la cautela. Anche mio padre aveva lavorato per persone che avevano preferito un sospetto alla pazienza necessaria per capire. Non avrei voluto ripetere quella ingiustizia in nome di un’altra.
Nel pomeriggio Giulia chiamò la referente della Tavola del Lago con Luca presente. Chiese non soltanto la copia dell’ordine, ma la catena originale delle comunicazioni e il nominativo della persona con cui avevano concordato il sovrapprezzo. Il fornitore promise di inviare quanto conservava, precisando che il costo dei diciotto coperti in più comprendeva personale aggiuntivo, noleggi e una penale per la variazione tardiva.
Fu allora che compresi quanto fosse calcolata la cifra di novemila euro. Non era un numero inventato nel nulla: era una spesa reale, resa possibile da una modifica reale. Per Marco sarebbe stato molto più difficile difendersi proprio perché il danno esisteva.
Quando arrivò la risposta, Giulia non ci mostrò subito tutto. Mi chiese di accompagnarla nello studio, dove Luca stava leggendo una pagina stampata.
«C’è un’altra cosa», disse. «Non riguarda soltanto la cena.»
Sul tavolo c’era una comunicazione destinata alla società che gestiva i ricevimenti di Luca. Annunciava l’intenzione di interrompere la collaborazione con La Tavola del Lago a partire dall’evento successivo e riportava, come possibile sostituto, un nome che non avevo mai visto: Bellini Eventi.
Sotto, a caratteri piccoli, compariva una data. Mancavano due giorni.
«Se quel documento parte», disse Luca, «la questione non sarà più soltanto una menzogna detta ieri sera.»
Per scoprire chi stava preparando il cambio di fornitore, leggi la Parte 4.













