La sedia di Luca strisciò sul pavimento, ma lui non alzò la voce.
«Emma, per favore, ripeti quello che hai appena detto. In italiano.»
Lo feci, cercando di non guardare gli invitati.
«Ho sentito Vanessa dire a Marco di ammettere di avere ordinato per cinquanta persone. Marco ha risposto che era stata lei a cambiare il numero. Poi ha parlato di novemila euro e di come quella cifra lo avrebbe fatto sembrare incapace.»
Qualcuno posò il bicchiere sul tavolo con troppo rumore. Vanessa raddrizzò la schiena.
«Stai confondendo le cose. Parlavamo di un’ipotesi, non di un ordine. E comunque origliare dietro le porte è una violazione della fiducia.»
«Non mi sono fermata per ascoltare», risposi. «Portavo la biancheria. La porta era aperta.»
«I tovaglioli», precisò Marco, quasi senza voce. «Ti ho vista poco dopo, in fondo al corridoio.»
Luca si rivolse a lui.
«Marco, le parole che Emma riferisce sono state pronunciate?»
Marco esitò. Avevo appena messo in pericolo il suo posto e il mio. Eppure non era così semplice chiedere a un uomo terrorizzato di parlare, come se la paura si potesse togliere insieme a una giacca.
«Sì», disse finalmente. «Non tutte le frasi nell’ordine esatto, forse. Ma il senso è quello.»
Vanessa batté una mano sul tavolo.
«Magnifico. Adesso decidiamo che due dipendenti possono mettersi d’accordo per screditarmi durante una cena a casa mia?»
Era la prima volta che la sentivo chiamare quella villa casa sua. Luca e Vanessa stavano insieme da quasi due anni. Lei trascorreva lì molti fine settimana, organizzava ricevimenti e parlava delle stanze come se ogni chiave le appartenesse. A me non era mai stato spiegato quali responsabilità avesse davvero.
Luca la guardò.
«Non decideremo niente davanti agli ospiti. E non licenzierò nessuno sulla base di un’accusa pronunciata a cena.»
Fece cenno a Pietro, il caposala, di riprendere il servizio. Ringraziò i presenti per la pazienza, senza tentare una battuta che alleggerisse il momento. La conversazione ricominciò a piccoli gruppi, con la cautela di chi ha assistito a una vergogna e non sa da quale parte voltarsi.
Io tornai in cucina a portare i piatti. Le mani mi tremavano tanto che dovetti appoggiare un vassoio sul banco. Lì, lontano dalla musica e dalle posate, sentii per la prima volta il peso della frase che avevo detto.
«Non dovevi farlo da sola», mormorò Pietro. «Avresti potuto chiamarmi.»
«Non sapevo che cosa sarebbe successo.»
«Neppure io lo so adesso.»
Non era una consolazione, ma almeno non fingeva.
A fine servizio trovai Marco in lavanderia, dove nessun ospite sarebbe entrato per sbaglio. Aveva ancora la camicia del lavoro e teneva in mano il telefono spento.
«Mi dispiace averti coinvolto», disse.
«Non sei stato tu a chiamarmi davanti a tutti.»
Si passò una mano sulla fronte.
«Avevo deciso di aspettare domani e spiegare tutto a Luca. Poi Vanessa mi ha annunciato che avrebbe fatto quella domanda durante la cena. Non immaginavo che avrebbe tirato in mezzo te.»
Gli chiesi perché non si fosse rivolto a Luca appena aveva ricevuto l’ordine di aumentare le porzioni.
Marco inspirò lentamente.
«Perché quel documento porta la mia firma. O qualcosa che le somiglia. Ho scoperto la modifica solo quando il fornitore mi ha mandato il riepilogo e Vanessa mi ha chiesto di tacere.»
Lo fissai.
«Hai firmato un ordine per cinquanta?»
«Ho firmato l’autorizzazione per trentadue. Il resto è arrivato dopo.»
Il pavimento della lavanderia sembrò inclinarsi. Le parole sentite nel corridoio erano vere, ma non avrei potuto dimostrarle da sola. Una firma, invece, poteva far sembrare bugiardo anche chi diceva la verità.
Prima di salire nella mia stanza chiamai mio padre. Non gli raccontai il nome di Vanessa né il suo abito rosso. Gli domandai soltanto come fosse andata la seduta di fisioterapia.
«Ho fatto tre passi senza appoggiarmi al corrimano», disse, soddisfatto.
Io sorrisi nel buio. Pensai alla rata del mutuo che sarebbe scaduta il venerdì successivo, ai mesi passati a mettere da parte ogni euro e alla facilità con cui qualcuno, al piano di sopra, poteva chiamare tutto questo un capriccio di una domestica.
Poco dopo le undici Luca mi chiese di raggiungerlo nello studio. Era solo. Sul tavolo c’erano il menù della serata e una cartellina chiusa.
«Non voglio che tu ripeta una testimonianza preparata da altri», esordì. «Domani parleremo separatamente con tutti quelli che possono aver visto gli ordini. Per questa notte puoi stare tranquilla: nessuna decisione sul tuo lavoro verrà presa senza ascoltarti.»
«Vanessa non la prenderà bene.»
Luca abbassò lo sguardo sulla cartellina.
«Questo non cambia ciò che devo verificare.»
Mi chiese dove avessi imparato il francese. Gli raccontai della trattoria di mia madre, del confine vicino, delle voci dei fornitori che arrivavano dalla cucina. Per la prima volta da quando lavoravo lì qualcuno sembrava interessato a come fossi diventata la persona che ero, e non soltanto a quanto velocemente riuscissi a rifare una camera.
Gli dissi anche che non avrei saputo indicare con certezza il minuto in cui avevo attraversato il corridoio. Non volevo che un orario sbagliato trasformasse in menzogna il resto. Luca rispose che avremmo controllato la sequenza con i registri del servizio, senza chiedermi di ricordare ciò che non ricordavo. Mi colpì quella differenza: Vanessa aveva preteso una conferma; lui mi chiedeva soltanto di distinguere i fatti dalle supposizioni.
Quando uscii, Vanessa mi aspettava presso la scala di servizio.
«Domani non ti conviene presentarti con la stessa sicurezza», sussurrò. «La parola di una ragazza assunta da meno di un anno vale poco contro una carta firmata.»
«Non ho chiesto di essere chiamata come testimone.»
«Ma hai scelto di parlare. Ricordatelo.»
Salii senza risponderle. Avevo voglia di piangere e ancora più voglia di credere che Luca avrebbe mantenuto la promessa. Nel corridoio vidi Marco uscire dallo studio con una fotocopia in mano. Quando mi passò accanto, la piegò in due.
«È arrivata dal fornitore», disse. «Questa è la copia che metteranno sulla scrivania di Luca domattina.»
Aprì appena il foglio. Sotto la richiesta per cinquanta persone compariva una firma inclinata, identica a quella che avevo visto sui suoi documenti di servizio.
«Non l’ho fatta io», mormorò. «Ma qualcuno ha usato proprio la mia.»
Per capire come quella firma fosse finita sull’ordine, continua con la Parte 3.













