Mi sedetti sul bordo del letto, abbastanza vicina da vedere la fotografia senza toglierla dalle mani di Mia.
Era stata scattata nella mia cucina: Dante aveva una tazza in mano e guardava verso di me, fuori dall’inquadratura.
Non avevo buttato quell’immagine perché, negli anni, avevo imparato che eliminare una fotografia non cancellava ciò che era successo.
Ma non avevo mai pensato a come sarebbe stata vista da nostra figlia.
«Si chiama Dante», dissi.
Mia ripeté il nome con attenzione, come faceva quando incontrava una parola nuova.
«È un tuo amico?»
Mi si strinse la gola.
«È una persona a cui ho voluto molto bene. Ed è tuo padre».
Mia guardò di nuovo l’immagine.
Il suo dito si posò sulla tazza, poi sul viso di Dante.
«Il mio papà?»
«Sì».
«Ma tu avevi detto che non viveva con noi».
«È vero. Non vive con noi e non c’è stato mentre crescevi. Mi dispiace di non averti potuto raccontare di più prima».
Lei rimase immobile per qualche istante.
Poi fece la domanda che temevo più di tutte.
«Non è venuto perché ero piccola?»
Le presi la mano.
«No, amore. Quando è andato via non sapeva ancora che tu saresti nata. E poi ha fatto delle scelte sbagliate. Nessuna di quelle scelte è colpa tua».
«Lui sa che ci sono?»
«Adesso sì».
«Gli hai detto di Moonlight?»
Mi sfuggì una risata breve, mescolata alle lacrime.
«Sì. Anche di Moonlight».
Non mi chiese di incontrarlo subito.
Voleva sapere se Dante sapesse disegnare, se avesse i capelli scuri come nella fotografia e se da piccolo avesse avuto un cavallo.
Risposi solo alle domande di cui conoscevo la risposta.
Quando arrivammo a quella sul cavallo, ammisi che non lo sapevo.
Mia parve soddisfatta dall’idea che anche gli adulti potessero ignorare qualcosa.
Più tardi, quando spensi la luce della sua camera, mi richiamò.
«Le altre bambine parlano dei loro papà. Io posso parlare di Dante?»
«Puoi parlare di lui quando vuoi. Puoi anche decidere di non farlo».
«E se mi chiedono dove è stato?»
«Puoi dire che non lo conoscevi ancora. Non devi raccontare cose che non sai».
Mia guardò il soffitto.
«Posso essere arrabbiata con lui?»
«Sì. E puoi essere curiosa. Sono sentimenti che possono stare insieme».
Le rimboccai la coperta e rimasi finché il respiro non diventò regolare.
Mi resi conto che la prima responsabilità non era dare a Dante una seconda possibilità, ma lasciare a Mia il diritto di scegliere come conoscerlo.
La mattina dopo telefonai all’assistente sociale.
Le raccontai come avevo parlato a Mia e le chiesi come organizzarle, se lo avesse voluto, un primo incontro che non sembrasse una prova da superare.
Concordammo di non portarla nella terapia intensiva né davanti a macchinari che l’avrebbero spaventata.
Aspettammo che Dante fosse trasferito in una stanza ordinaria e fosse abbastanza stabile da riceverla in un ambiente tranquillo, con visite brevi e la possibilità di interromperle.
Quando gli dissi della fotografia, si passò una mano sul viso.
«Non avrei voluto che lo scoprisse così».
«Neppure io. Ma quello che conta adesso è come ci comportiamo».
«Che cosa ha detto?»
«Mi ha chiesto se sapevi di Moonlight».
Dante abbassò lo sguardo, sorridendo e piangendo insieme.
«Non so niente di lei».
«Puoi cominciare. Però non la riempirai di regali e non le racconterai che sei stato un eroe in giro per il mondo. Le devi una risposta semplice sul perché non c’eri».
«Gliela darò».
«E non le prometterai di vivere qui o di tornare per sempre. Non sappiamo ancora che cosa sarai in grado di fare».
Lui annuì.
Quella volta non tentò di negoziare.
Chiese solo un foglio e una penna.
Scrisse poche righe, poi le rilesse e mi chiese se fossero adatte a una bambina.
Ciao Mia. Mi chiamo Dante. Tua mamma mi ha raccontato qualcosa di te e del tuo cavallino Moonlight. Mi dispiace di non esserci stato. Se un giorno vorrai parlarmi, sarò felice di ascoltarti. Non devi rispondere per forza.
Lessi il messaggio due volte.
Non conteneva scuse spettacolari.
Mi piacque soprattutto l’ultima frase.
A casa Mia ascoltò la lettera seduta sul tappeto, con Moonlight tra le ginocchia.
«Posso scrivergli che ha dimenticato di dire se sa disegnare?» domandò.
«Certo».
Disegnò una linea storta sotto un cavallo azzurro e dettò la risposta mentre io scrivevo.
Ciao Dante. Questo è Moonlight. Corre molto forte. Sai disegnare i cavalli? Mia.
Non firmò ‘tua figlia’.
Non le suggerii di farlo.
Il legame esisteva, ma le parole dovevano arrivare con i suoi tempi.
Nei giorni successivi portai il disegno a Dante.
Lui lo mise accanto al letto con l’aiuto di un’infermiera, lontano dalle apparecchiature.
Mi chiese che cosa piacesse a Mia a scuola e quando si arrabbiasse.
Le parlai delle mattine in cui non trovava le calze uguali e dei pomeriggi in cui voleva inventare un gioco diverso per ogni persona.
Dante ascoltava e prendeva appunti su un quaderno.
Non per imparare a interpretare la parte del padre perfetto, speravo, ma per non fare di ogni conversazione una serie di domande già dimenticate.
Dopo altre due settimane, ottenemmo il permesso per una breve visita in una saletta vicina al reparto di riabilitazione.
Dante poteva camminare con cautela, ma si stancava presto.
Io avrei accompagnato Mia e sarei rimasta con lei.
Kate si offrì di aspettare nel corridoio nel caso avessimo avuto bisogno di uscire subito.
Mia scelse una maglietta con le stelle e infilò Moonlight nello zainetto.
Durante il tragitto chiese tre volte se fosse obbligata a parlare.
Le risposi sempre di no.
Quando arrivammo, Dante era seduto accanto alla finestra.
Indossava una camicia semplice e aveva il disegno piegato sul tavolino.
Non si alzò bruscamente né tese le braccia.
«Ciao, Mia», disse.
Lei si nascose per un momento dietro la mia gamba.
Poi tirò fuori il cavallino.
«Questo è Moonlight. Hai disegnato la sua coda sbagliata».
Dante guardò il proprio tentativo di disegno.
«Hai ragione. Non sono molto bravo».
«Ti insegno io».
Trascorsero venti minuti a parlare di criniere e piste.
Mia lo osservava spesso senza farsi notare, come per capire se l’uomo della foto fosse davvero quello seduto davanti a lei.
Quando fu il momento di andare, lo salutò con la mano.
Poi tornò sui suoi passi.
«Dante?»
«Dimmi».
«Domani ci sarai?»
La domanda rimase sospesa nella stanza.
Io guardai Dante e capii che la sua risposta avrebbe contato più di tutte le spiegazioni sul passato.
Per conoscere la prima promessa che Dante sceglierà di fare a Mia, prosegui con la Parte 5.













