Il chirurgo non rispose subito alla mia domanda.
Guardò la porta della camera, come per accertarsi che nessuno potesse ascoltare, poi lasciò ricadere il ciondolo sul petto.
«Mi chiamo Lorenzo Moretti», disse.
«Ho trentun anni.
Sono cresciuto a Bologna con Andrea e Marianna Moretti.»
Trentun anni.
Ripetei mentalmente quelle parole, ma non volevo trasformarle in una certezza soltanto perché ne avevo bisogno.
Per molto tempo avevo scambiato per indizi vere e proprie coincidenze, e ogni errore aveva lasciato una ferita.
«Io ho chiamato mio figlio Fabian», sussurrai.
«Non so neppure se qualcuno gli abbia mai detto quel nome.»
Lorenzo appoggiò la cartella sul tavolino.
«Non me l’avevano detto.
Nel fascicolo che i miei genitori conservavano c’è scritto soltanto che mia madre biologica era molto giovane.»
Mi raccontò che i Moretti lo avevano accolto quando aveva pochi giorni.
Sua madre adottiva aveva insistito perché non si inventasse una storia romantica sulla sua origine.
Gli aveva sempre spiegato che prima di loro esisteva una donna della quale non conoscevano le circostanze.
Gli aveva insegnato a non giudicarla.
«Questa croce», disse sfiorandola, «era dentro la coperta con cui sono arrivato.
Mamma Marianna l’ha conservata per me.
Da adolescente le ho chiesto di poterla portare.»
Volevo allungare una mano e toccarla, ma mi trattenni.
Per lui quel gioiello apparteneva anche ai ricordi della donna che lo aveva cresciuto.
Non potevo riprenderlo come se i trentun anni vissuti lontano da me non fossero esistiti.
«Il graffio sul braccio sinistro», dissi, «l’ho fatto notare più volte a mia nonna quando ero piccola.
È lì?»
Lorenzo sollevò la croce alla luce della finestra.
La ruotò appena e annuì.
Ci guardammo senza sapere quale parola potesse contenere una coincidenza tanto precisa.
«Aveva già letto il mio nome prima dell’intervento?» domandai.
«Sì, naturalmente.
In sala operatoria dovevo sapere chi avevo davanti, ma in quel momento pensavo soltanto a salvarle la vita.
Non avevo collegato il suo nome a quello nelle vecchie lettere.
Quando lei ha riconosciuto la croce, ho capito che dovevo farle una domanda.»
Avevo davanti una persona che forse cercavo da tutta la vita, e la prima cosa che mi colpì fu la sua prudenza.
Avrebbe potuto dire di essere Fabian e lasciare che ci abbracciassimo.
Invece mi chiese se fossi abbastanza in forze per proseguire.
Io risposi di sì, benché mi tremassero le mani.
«È possibile che ci sia una spiegazione diversa», disse.
«La collana, da sola, non basta per dimostrare una parentela.
Se lo desidera, possiamo fare verifiche indipendenti.»
Il suo tono di medico mi ferì per un istante.
Poi compresi che stava proteggendo anche me da un’altra perdita.
Chiesi come avesse saputo dei documenti che mi avevano fatto firmare in ospedale.
Lorenzo inspirò lentamente.
«Dopo la morte di mia madre adottiva, quattro anni fa, papà Andrea mi ha consegnato una scatola.
Conteneva il vecchio fascicolo, qualche fotografia e alcune lettere.
Non tutte risalgono alla mia nascita.»
«Delle lettere?»
«Mamma aveva provato a capire se la donna che mi aveva partorito volesse ricevere notizie.
Aveva sempre paura di ferirla entrando nella sua vita senza permesso.»
Mi coprii la bocca.
Mi venne in mente un inverno in cui avevo controllato ogni giorno la posta, convinta che qualcuno avrebbe finalmente risposto a una delle mie richieste.
Allora abitavo da sola e avevo imparato a non raccontare a nessuno quanto mi deludesse trovare soltanto bollette e pubblicità.
Non desideravo strappare un figlio a chi lo aveva cresciuto.
Volevo sapere se respirasse bene, se fosse amato, se qualcuno gli augurasse buon compleanno quando io potevo farlo soltanto da lontano.
Avevo creduto che l’assenza di notizie dipendesse da un sistema senza finestre.
Per la prima volta mi domandai se qualcuno avesse chiuso apposta le poche che esistevano.
Avevo scritto a decine di uffici, cercato su registri incompleti e pagato persone che promettevano risposte impossibili.
Non avevo mai ricevuto una lettera da una famiglia adottiva.
«Io non ho ricevuto niente», dissi.
«Lo immaginavo.
È proprio questo che non sono mai riuscito a spiegarmi.»
La sua espressione cambiò quando parlò di Marianna.
Non era la figura anonima che nei miei incubi portava via un neonato.
Era la donna che gli aveva insegnato ad andare in bicicletta, che lo aspettava la sera degli esami e che aveva conservato la mia croce senza nascondergliela.
Lorenzo non me lo raccontò per consolarmi, ma perché non avrebbe sopportato che il nostro incontro cancellasse sua madre.
«Mi dispiace che non ci sia più», dissi.
Lui abbassò gli occhi.
«Anche a me.
Avrebbe voluto conoscere la verità, qualunque fosse.»
Arrivò un’infermiera per misurarmi la pressione.
Lorenzo si alzò e mantenne la distanza che il suo ruolo richiedeva.
Quando restammo di nuovo soli, spiegò che avrebbe affidato il mio controllo successivo a un collega, perché una possibile relazione familiare rendeva inopportuno continuare come mio medico curante.
Non intendeva lasciarmi senza assistenza; voleva soltanto separarci da quella stanza e dal rapporto tra paziente e chirurgo.
La sua attenzione ai dettagli, stranamente, mi fece sentire al sicuro.
«Possiamo parlare con qualcuno del servizio psicologico dell’ospedale», propose.
«E se entrambi siamo d’accordo potremo rivolgerci a un laboratorio autorizzato per un test di parentela.
Non dobbiamo decidere tutto oggi.»
Per trentun anni avevo immaginato il momento del ritrovamento come un abbraccio senza ostacoli.
Non avevo previsto che l’amore potesse richiedere pazienza proprio quando sembrava finalmente a portata di mano.
Gli chiesi di raccontarmi di suo padre Andrea.
Mi disse che era un uomo riservato, ormai in pensione, e che aveva conservato ogni documento come se sapesse che un giorno qualcuno avrebbe posto domande difficili.
«Mi permette di avvisarlo?» chiese Lorenzo.
«Vorrei che venisse con la scatola, ma solo se lei è pronta.»
Annuii.
Subito dopo gli domandai se, in quelle carte, comparisse il nome Lucia Ferri.
Lorenzo esitò abbastanza da farmi capire che la risposta non era semplice.
«Sì.
Ma non è soltanto il nome.»
Sentii tornare il dolore del giorno in cui avevo firmato.
«Che cos’altro?»
«C’è una lettera successiva, indirizzata a mia madre adottiva.
Dice che lei non vuole avere contatti con me.
E in fondo porta la sua firma.»
Per qualche secondo non sentii più il rumore delle macchine nel corridoio.
Io avevo cercato mio figlio per trentun anni.
Qualcuno, nel frattempo, aveva fatto credere a quel bambino che non lo volessi ritrovare.
Per scoprire chi aveva scritto quella lettera, prosegui con la Parte 3.













