Per alcuni secondi Margherita sentì soltanto il battito del proprio cuore. Avrebbe voluto abbracciare Lucia, chiederle tutto, correre a cercare Carolina fra i binari. Invece richiuse delicatamente le due metà nel palmo della bambina e cercò con gli occhi l’adulto che lei stava aspettando.
«Sei qui con la tua mamma Anna?»
«È andata a prendere una bottiglietta d’acqua. Mi ha detto di aspettarla vicino all’edicola, ma poi ho visto cadere la collana.»
Margherita trattenne una risposta. Lucia aveva fatto una cosa gentile, ma si era allontanata dal punto stabilito; era più importante che ritrovasse subito la persona che si prendeva cura di lei. Le propose di tornare insieme all’edicola, senza lasciarle la mano né chiederle di seguirla fuori dalla stazione.
Non fecero neppure dieci passi. Una donna sui quarant’anni avanzava fra la folla con una bottiglia in mano e l’espressione allarmata. Quando vide Lucia, accelerò, poi si fermò notando Margherita accanto a lei.
«Lucia! Dove sei stata?»
«Mamma, ho restituito una cosa a questa signora. Guarda, i nostri cuori sono uguali!»
La donna posò la bottiglia sulla panchina. Il suo sguardo scese sui ciondoli e il colore le abbandonò il viso. Margherita riconobbe in quell’espressione qualcosa di diverso dalla semplice sorpresa: una paura precisa, come se un giorno atteso e temuto fosse arrivato senza preavviso.
«Mi chiamo Margherita Donati», disse piano. «Non voglio creare problemi. Ma devo sapere se ha conosciuto una ragazza che si chiamava Carolina Donati.»
La donna inspirò profondamente. Guardò Lucia, che continuava a sorridere senza comprendere, poi indicò le sedie del piccolo bar vicino all’edicola.
«Io sono Anna Bassi. Possiamo parlare, ma davanti a lei niente domande difficili. Le chiedo soltanto questo.»
Margherita annuì immediatamente. In quei sette anni aveva immaginato migliaia di incontri con persone capaci di darle notizie. Mai una volta aveva previsto che il primo gesto utile sarebbe stato fare silenzio per proteggere una bambina.
Anna ordinò un succo per Lucia e le lasciò un quaderno da colorare che teneva nello zaino. Scelse un tavolo abbastanza vicino da poterla vedere e abbastanza appartato da parlarle sottovoce. Margherita rimase in piedi finché Anna non le fece cenno di sedersi.
«Quella collanina apparteneva a Carolina», cominciò. «Lo so perché gliel’ho regalata io. Avevamo un ciondolo ciascuna.»
Dal telefono cercò una fotografia scattata molti anni prima. Carolina aveva diciotto anni e rideva davanti a una torta; la sua metà di cuore brillava accanto a quella della madre. Anna prese il telefono senza toccare lo schermo e rimase a fissare il volto della ragazza.
«È lei», sussurrò.
Margherita si aggrappò al bordo del tavolo.
«Allora Lucia è sua figlia?»
Anna restituì il telefono. Non rispose subito, e quel ritardo fece più male di qualunque rifiuto.
«Lucia è nata sette anni fa, in una struttura sanitaria della provincia di Lodi. Carolina era con me quando ha scelto il suo nome. Io ero una sua amica. Allora non sapevo ancora che avrei cresciuto sua figlia.»
Margherita dovette appoggiare entrambe le mani sulle ginocchia per nasconderne il tremito. L’espressione ‘sua figlia’ sembrava appartenere contemporaneamente a due mondi: il mondo di Carolina e quello della bambina che stava disegnando un sole giallo pochi metri più in là.
«È viva?» chiese. Era la domanda che non aveva mai smesso di portare dentro.
Anna abbassò gli occhi verso la tovaglietta di carta.
«Non posso parlare al suo posto. E non posso darle un indirizzo senza chiederle il permesso.»
Margherita sentì il panico salire. Per anni aveva ricevuto mezze risposte, promesse prudenti, telefonate che non portavano da nessuna parte. Stavolta però riuscì a distinguere il diritto di Carolina alla riservatezza dalla propria paura di perdere di nuovo una traccia.
«Non le chiedo un indirizzo», disse. «Le chiedo soltanto di dirle che sono qui. Che non ho mai smesso di cercarla.»
Anna guardò Lucia. La bambina aveva disegnato un cuore, lo aveva colorato di rosso e stava cercando di cancellare una linea troppo marcata. Anna si passò una mano sul viso prima di rispondere.
«Carolina crede il contrario.»
«Come sarebbe?»
«Crede che lei, quando seppe della gravidanza, non volesse più vederla. Mi mostrò un messaggio che sembrava scritto da lei. Non ho mai saputo se fosse autentico. Carolina era terrorizzata, e io non volevo costringerla a raccontare ciò che non riusciva a dire.»
Margherita scosse la testa. Nei mesi prima della scomparsa Carolina era diventata silenziosa, aveva smesso di parlare del ragazzo che frequentava. Sua madre ricordava di aver insistito perché tornasse a casa una sera in cui lei sembrava sul punto di confessarle qualcosa. Non ricordava invece alcun messaggio con cui l’avesse ripudiata. Un messaggio del genere non esisteva.
«Non le avrei mai detto di andarsene», mormorò.
«Io non so cosa sia successo fra voi», rispose Anna. «So però che qualcuno le ha fatto credere di non avere più una casa.»
Un annuncio chiamò i passeggeri di un treno in partenza. Margherita si rese conto di aver dimenticato il proprio trolley accanto alla sedia, con il biglietto di ritorno ancora nella tasca del cappotto. Tutto ciò che l’aveva preoccupata quella mattina era diventato secondario.
Anna estrasse dallo zaino un vecchio portadocumenti. Non lo aprì, ma vi posò sopra una mano come per impedire a un ricordo di uscire troppo in fretta.
«Prima di fare qualsiasi cosa, devo parlare con Carolina. Ha attraversato anni difficili. E Lucia non deve scoprire la propria storia da due adulte che discutono in una stazione.»
«Ha ragione.»
Margherita prese un tovagliolino e vi scrisse il proprio numero, aggiungendo sotto poche parole: Sono tua madre. Ti aspetto, senza pretendere nulla. Lo fece vedere ad Anna prima di piegarlo. Non voleva che il biglietto sembrasse un ordine o un’accusa.
Lucia alzò gli occhi dal quaderno.
«Signora Margherita, posso tenere il disegno?»
«Certamente. È bellissimo.»
«Ho fatto due persone che tengono un cuore. Una sono io. L’altra non lo so ancora.»
Margherita sorrise, e per la prima volta quel sorriso non le fece male. Salutò la bambina senza tentare di baciarla. Anna riprese lo zaino, ma prima di alzarsi si voltò e pronunciò le parole che Margherita aveva aspettato per sette anni.
«Non so se vorrà incontrarla», disse. «Ma Carolina è viva. Le parlerò stasera.»
Il sollievo fu così improvviso che Margherita quasi non riuscì a respirare. Quella notte avrebbe dovuto affrontare una domanda diversa da tutte quelle che si era posta finora: chi aveva convinto sua figlia che l’amore di sua madre fosse finito?
Per seguire la prima traccia di quella menzogna, continua con la Parte 3.













