Evelina lasciò il corridoio e raggiunse un piccolo salottino che l’albergo riservava agli ospiti in attesa.
Rosa la seguì portando due bicchieri d’acqua.
Daniele e Chiara rimasero sulla soglia, vicini come sposi in una fotografia, ma incapaci di guardarsi.
Alessandro inviò a Lucia Ferri una fotografia del foglio mostrato alla pattuglia.
L’avvocata la inoltrò subito a Evelina, precisando che si trattava soltanto di un’immagine e che l’originale doveva essere esaminato.
La pagina recava un titolo semplice: «Dichiarazione di disponibilità temporanea dei locali».
Sotto, la dependance della Tenuta dei Tigli veniva descritta come concessa gratuitamente ai componenti della famiglia Bellini per sei mesi, a partire dal giorno delle nozze.
C’erano la firma di Daniele e, più in basso, quella di Evelina Conti.
Evelina ingrandì l’immagine.
Riconobbe la curva finale del proprio nome, una particolarità che conservava dalle scuole superiori.
La somiglianza era impressionante.
Ma non ricordava di avere apposto quella firma su una dichiarazione del genere, perché non l’aveva mai vista.
Si ricordò invece di una lettera di auguri inviata a Daniele e Chiara quando si erano fidanzati.
L’aveva scritta a mano, scegliendo le parole con cura, e aveva concluso con quella stessa firma.
Chiara le aveva mandato una fotografia del biglietto poggiato sul comodino, ringraziandola per il pensiero.
All’epoca Evelina aveva trovato il gesto affettuoso.
Ora non poteva sapere se ci fosse un collegamento, ma lo riferì all’avvocata.
Lucia le chiese di cercare, con calma, l’eventuale fotografia e di non trarre conclusioni dalla sola somiglianza grafica.
Un documento poteva essere stato alterato in modi diversi, e la verità non si stabiliva guardando lo schermo di un telefono.
Evelina accolse il consiglio.
Aveva trascorso la vita a diffidare delle accuse pronunciate prima delle verifiche, anche quando era lei la persona ferita.
«È la tua firma?» chiese Daniele.
«Assomiglia alla mia.
Non significa che l’abbia messa io.»
Chiara incrociò le braccia.
«Forse hai firmato quando eravamo tutti insieme a pranzo.
Non puoi ricordarti ogni foglio che ti passa davanti.»
Evelina sollevò gli occhi.
«Ricorderei di aver concesso la casa a sette persone.»
Rosa si chinò a osservare la fotografia.
«Enrico diceva sempre di leggere anche la pagina dietro, prima di firmare qualcosa.
Non credo che tu abbia dimenticato una cosa così.»
La menzione del marito morto non sciolse Evelina in lacrime.
Le diede invece una fermezza che, in quel momento, non aveva alcuna voglia di giustificare.
L’avvocata richiamò.
Chiese a Daniele di inviarle il file ricevuto prima di firmarlo, la versione firmata e ogni messaggio relativo alla sistemazione dei Bellini.
Il figlio scorse la posta sul telefono con le dita impacciate.
Trovò un messaggio di Chiara inviato diciotto giorni prima, intitolato «Soluzione provvisoria per mamma e papà».
L’allegato conteneva soltanto la sua firma, apposta in fondo a una pagina.
«Questa era la copia che mi ha mandato», disse.
«Non c’era la firma di mamma.»
«Siamo sicuri che fosse l’unica versione?» domandò Lucia.
«È quella che ho firmato.»
Chiara si lasciò cadere su una poltrona.
«State facendo un processo in un giorno che doveva essere felice.»
«Nessuno sta emettendo una sentenza», chiarì Evelina.
«Stiamo cercando di capire come il mio nome sia finito su un documento che non ho approvato.»
Dal corridoio arrivò il rumore dei camerieri che riprendevano il servizio.
Gli ospiti avevano bisogno di mangiare, e lei non voleva tenerli prigionieri di una disputa che non avevano creato.
Chiese al direttore dell’albergo di proseguire il ricevimento e di non fare annunci.
Le telefonate restavano una questione privata, per quanto in troppi ne avessero già visto l’inizio.
Roberto chiamò una seconda volta, stavolta sul numero della figlia.
Chiara rispose e impostò il vivavoce senza accorgersi di averlo fatto.
«Siamo ancora davanti al cancello», disse lui.
«Gli agenti hanno preso i nostri nomi.
Il traslocatore vuole essere pagato per l’attesa.
Chiara, cosa gli devo dire?»
«Digli che è un malinteso», rispose la sposa.
«Il malinteso costa quattrocento euro ogni ora», ribatté il padre.
Poi abbassò la voce.
«E noi non abbiamo altri posti dove andare.»
Per la prima volta, sotto la sua sicurezza arrogante, Evelina sentì paura vera.
Non la scambiò con un’autorizzazione.
«Roberto, sono Evelina», intervenne.
«La tenuta non è disponibile.
Gli agenti possono verificarlo con la vigilanza.
Se avete bisogno di un albergo per stanotte, dovrete organizzarvi.
Non tenterete altri accessi.»
«Ma Daniele ci aveva assicurato…»
«Daniele non poteva concedervi ciò che non gli appartiene.»
La comunicazione si interruppe.
Chiara fissò il telefono come se fosse stato lui a tradirla.
«Sai che cosa succederà a mio padre?» sussurrò.
«Non lo so.
So che qualcuno ha utilizzato il mio nome per convincerlo a presentarsi davanti a un cancello chiuso.»
Daniele tornò alla posta elettronica.
Quella ricerca gli restituì altri messaggi: richieste di misure della dependance, fotografie delle camere, una lista di mobili da spostare.
Tutti indirizzati da Chiara a Martina.
Lui ricordava di averle fornito la planimetria della tenuta alcuni mesi prima, per organizzare una festa di famiglia.
Non si era chiesto perché lei ne avesse conservato una copia.
«La planimetria», disse lentamente.
«Perché ti servivano anche le misure della biblioteca?»
Chiara gli strappò quasi il telefono di mano, senza riuscire a prenderlo.
«Perché non sapevo dove avremmo messo tutte le cose!»
«La biblioteca non fa parte della dependance», osservò Evelina.
Prima che qualcuno potesse aggiungere altro, arrivò una chiamata da Antonio, il custode che viveva in una casetta all’ingresso secondario della tenuta.
La sua voce era esitante.
«Signora, devo parlarle di alcuni scatoloni che ho fatto mettere nelle vecchie scuderie la settimana scorsa.
Daniele mi aveva detto che erano materiali per il matrimonio.
Adesso ho visto le etichette e non credo lo siano.»
Evelina guardò il figlio, che sembrava non sapere più dove appoggiare le mani.
«Che cosa c’è scritto?»
«Ci sono nomi di persone e stanze.
E c’è un grande pannello con un progetto per lo studio del signor Enrico.»
La biblioteca di suo marito non era mai stata offerta a nessuno.
Ora Evelina capiva che il progetto di Chiara poteva andare ben oltre la dependance.
Chi avesse deciso di cambiare anche lo studio di Enrico sarebbe emerso nella Parte 4: continua a leggere.













