Il dottore appoggiò il referto sulla scrivania, ma non me lo lasciò ancora prendere.
Si chiamava Claudio Bellini e dirigeva il settore di tossicologia del laboratorio.
Aveva una voce calma, di quelle che si usano quando una notizia può cambiare la vita di chi ascolta.
«Nel campione abbiamo trovato un sedativo e un’altra sostanza che può abbassare la pressione arteriosa», disse.
«Non posso sapere da questa analisi chi le abbia aggiunte, né perché.
Ma non sono aromi per tisane.»
Mi aggrappai ai braccioli della sedia.
Pensai alle mattine in cui il corridoio della villa sembrava inclinarsi sotto i miei piedi.
Pensai alle volte in cui Daniele mi aveva sorretta, ripetendo che era naturale sentirsi più fragili alla mia età.
«Quindi non sono io a perdere la testa?»
«Non c’è nulla, in questo referto, che autorizzi una conclusione del genere.
E i sintomi che mi descrive richiedono una valutazione medica urgente.»
Gli raccontai del flacone scuro, dei tremori di Daniele e della telefonata notturna.
Claudio ascoltò senza interrompermi.
Non pronunciò mai la parola assassino.
Mi spiegò che una sostanza presente in una bevanda non dimostra da sola un’intenzione omicida, ma che somministrare farmaci a una persona senza informarla è una questione gravissima.
«Suo marito sa dove si trova?» domandò di nuovo.
Scossi il capo.
«Allora vorrei che non tornasse da sola in quella casa.
Prima andiamo in pronto soccorso, poi potrà decidere con chi parlare e come proteggersi.»
Mi consegnò una copia del referto e spiegò che il laboratorio avrebbe conservato il materiale residuo e i dati della prova.
Non mi promise che sarebbero bastati in tribunale.
Mi disse soltanto che era importante non perdere nulla e raccontare i fatti nell’ordine esatto in cui erano accaduti.
Nel taxi verso l’ospedale chiamai Teresa.
Da mesi rispondevo ai suoi messaggi con poche parole, per non sentirmi dire che aveva avuto ragione.
Quella volta, invece, le chiesi aiuto.
«Dove sei?»
«A Milano.
Ho paura di tornare a casa.»
Non mi rimproverò.
Mi disse che sarebbe arrivata.
E mantenne la parola.
In pronto soccorso raccontai la stessa storia a un medico che mi visitò, controllò la pressione e prescrisse altri accertamenti.
Mi fecero domande sulle medicine che prendevo abitualmente.
Risposi che non avevo terapie di quel tipo e mostrai il referto della tisana.
Il medico mi spiegò che alcuni controlli sarebbero stati ripetuti e che non avrei dovuto assumere altri preparati di provenienza incerta.
Quando Teresa entrò nella stanza, avevo ancora il braccialetto dell’accettazione al polso.
Mi abbracciò con una delicatezza che mi fece piangere più della paura.
«Non devi dimostrarmi niente», sussurrò.
«Adesso pensiamo a tenerti al sicuro.»
La frase mi colpì perché per tutto il matrimonio avevo cercato di dimostrare che la nostra differenza d’età non contava.
Avevo trasformato ogni dubbio altrui in un attacco da respingere.
Così avevo finito per respingere anche i miei dubbi.
Prima che squillasse il telefono, Teresa mi chiese se avessi controllato i medicinali nel bagno della villa.
Le dissi che avevo guardato soltanto i flaconi con le mie vitamine e che Daniele teneva gli oggetti personali in un armadietto chiuso del suo studio.
Ripensai al modo in cui mi aveva convinta a lasciare il vecchio appartamento quasi subito dopo il matrimonio.
Aveva detto che dovevo sentirmi finalmente libera dalle responsabilità.
Io avevo interpretato il trasloco come un gesto generoso.
Adesso mi accorgevo di non sapere nemmeno dove fossero custoditi i documenti di casa.
Il telefono vibrò sul lenzuolo.
Era Daniele.
Guardai il nome sullo schermo come se appartenesse a uno sconosciuto.
Risposi soltanto quando Teresa si sedette accanto a me.
«Amore, dove sei?
Sono rientrato e non ti ho trovata.»
La sua voce era dolce, perfettamente normale.
Mi mancò il respiro.
«Sono uscita con Teresa.
Avevo bisogno di fare due passi.»
«Hai dormito bene stanotte?»
Non mi chiese se stessi meglio o come fosse andata la mattina.
Mi chiese proprio del sonno.
«Perché?»
«Mi preoccupo per te, tutto qui.
Hai bevuto la tisana ieri sera?»
Teresa mi posò una mano sul braccio.
«Sì», mentii.
Seguì una pausa breve, ma sufficiente a farmi capire che stava pensando a qualcosa.
Poi Daniele disse di non fare tardi, perché aveva organizzato una cena speciale.
Io chiusi la chiamata e fissai la finestra della stanza.
«Non lo riconosco più», dissi.
«Forse non lo hai mai conosciuto abbastanza», rispose Teresa, e subito si pentì della durezza.
Quel pomeriggio parlammo con un’agente di polizia presente in ospedale per un altro intervento, che ci indicò come presentare formalmente la denuncia.
Non accadde nulla di spettacolare.
Nessuno corse ad arrestare Daniele sulla base del mio racconto.
Mi venne chiesto di conservare messaggi, registrare con precisione date e sintomi e mettere a disposizione la documentazione sanitaria.
La differenza tra ciò che sospettavo e ciò che potevo provare mi sembrò immensa.
Lasciai l’ospedale con Teresa, seguendo le indicazioni dei medici, e andai nel suo appartamento.
Non tornai alla villa a prendere i vestiti.
Avevo un cambio nella borsa, una fede al dito e una paura che non sapevo più dove mettere.
La sera Daniele telefonò ancora cinque volte.
Scrisse che era preoccupato e che non capiva perché lo stessi evitando.
Poi mandò una fotografia del vassoio con due tazze, come se fosse una dichiarazione d’amore.
Rividi il mio posto sul divano e capii quanto fossi stata vicina a credere di nuovo alle sue parole.
Teresa mi preparò una camomilla davanti agli occhi, senza aggiungere nulla.
La bevvi lentamente.
Non perché lei insistesse, ma perché per la prima volta da settimane potevo scegliere.
Il mattino successivo andammo al commissariato con i referti.
Mi ascoltarono, raccolsero la mia denuncia e mi dissero che gli approfondimenti avrebbero richiesto tempo.
Quando uscimmo, mia sorella controllò il telefono.
Un vicino del mio vecchio appartamento aveva avvisato che nella cassetta della posta c’era una busta importante, arrivata per errore a quell’indirizzo.
Poco dopo Teresa tornò con la busta, che portava il logo di una compagnia assicurativa.
Era indirizzata a me.
Dentro trovai una comunicazione relativa a una polizza sulla mia vita e a una richiesta di conferma di dati personali.
Non ricordavo di aver mai firmato un’assicurazione del genere.
E in fondo alla prima pagina, sotto il mio nome, compariva una firma che assomigliava alla mia senza esserlo.
Chi aveva falsificato la mia firma, e a quale scopo?
Le risposte erano nascoste in quella pratica: leggi la Parte 3.













