Sara preparò il caffè senza interrogarmi. Si limitò a spostare alcuni libri dalla sedia della cucina e ad appoggiare davanti a me una fetta di pane tostato. Eravamo amiche da vent’anni, ma negli ultimi mesi ci eravamo viste poco. Quando lavoravo troppo dicevo a tutti che avremmo recuperato. Mi rendevo conto, quella mattina, di quanto fosse stato comodo rimandare le persone che non pretendevano nulla.
Telefonai allo studio medico e ottenni un appuntamento per il pomeriggio. Poi scrissi a Marco che sarei tornata nel nostro appartamento a prendere alcune cose solo quando lui non fosse stato presente. Mi rispose subito, chiedendomi perché avessi bisogno di fare tutto «in modo così formale». Non spiegai di nuovo il motivo. Confermai l’orario e gli chiesi di rispettarlo.
Verso le dieci raggiunsi Piazza Beccaria. Il traffico scorreva normalmente, e le persone attraversavano la strada con quella fretta che rende difficile immaginare qualcosa di grave accaduto nello stesso punto pochi giorni prima. Individuai la fioreria nella fotografia. Sul marciapiede c’erano mazzi di margherite e una lavagna con i prezzi. Entrai, seguita dal profumo umido degli steli appena recisi.
Dietro il banco una donna sui cinquant’anni stava legando un nastro intorno a un mazzo. Quando le dissi il mio nome, mi osservò per un secondo e posò le forbici.
«Lei è la signora che si è sentita male qui fuori?»
Annuii. La donna si chiamava Marta. Mi offrì una sedia, ma preferii rimanere in piedi. Non ero sicura di voler rivivere il momento, e allo stesso tempo ne avevo bisogno. Le mostrai la fotografia completa.
«Vorrei capire cosa è successo quel pomeriggio. Ricordo alcuni pezzi, non tutto.»
Marta indicò il bordo del marciapiede attraverso la vetrina. Mi raccontò che mi aveva vista rallentare, appoggiare una mano al muro e piegarmi sulle ginocchia. Era uscita a chiedermi se avessi bisogno d’aiuto. Una passante aveva chiamato i soccorsi, mentre Marta mi teneva la mano e cercava di farmi bere qualche sorso d’acqua. Ero rimasta cosciente, anche se molto confusa.
«Quell’uomo della fotografia non era con lei», precisò. «È arrivato con l’ambulanza. Le ha chiesto se riusciva a camminare e l’ha sostenuta per pochi passi.»
La ringraziai. Avevo già la spiegazione necessaria, ma mi interessava soprattutto sapere come fosse nata l’immagine.
«Sa chi l’ha scattata?»
Marta sospirò, indicando la strada. Un automobilista, infastidito perché il mezzo di soccorso occupava parte della corsia, aveva fotografato la scena per lamentarsi nel gruppo di quartiere. In seguito qualcuno aveva criticato il suo comportamento e la discussione era stata cancellata. Prima che sparisse, però, diverse persone avevano salvato l’immagine.
«Io l’ho vista nel gruppo della zona», disse Marta. «Era intera. Si vedeva benissimo l’ambulanza. Mi sono arrabbiata che qualcuno fotografasse una donna in difficoltà invece di lasciar lavorare i soccorritori.»
Non aveva una copia sul telefono. Neppure io gliela chiesi. Non volevo far circolare ancora la mia faccia in quel momento. Le domandai invece se fosse disposta, qualora ce ne fosse bisogno, a confermare per iscritto ciò che aveva visto. Accettò senza esitazione e mi lasciò il numero del negozio.
Uscendo, comprai un piccolo mazzo di fiori. Marta cercò di rifiutare il pagamento; insistetti. Non mi piaceva l’idea che l’episodio mi desse diritto a qualcosa. Lei sorrise e incartò gli steli con cura. Prima che me ne andassi aggiunse una frase che mi seguì per tutto il tragitto verso il medico.
«Suo marito dovrebbe essere contento che quel soccorritore l’abbia aiutata.»
Nel pomeriggio il medico ricostruì con me i sintomi, verificò la pressione e indicò alcuni accertamenti. Non tentò di formulare conclusioni senza averli eseguiti. Mi consigliò di non saltare i pasti, di idratarmi e di prendere sul serio gli episodi di debolezza. Uscii con le prescrizioni nella borsa e con un pensiero doloroso: dopo aver saputo che ero stata male, Marco mi aveva chiesto se fosse davvero necessario assentarmi dal lavoro il giorno successivo. Quella sera, invece, aveva dedicato tutta la sua attenzione a un’immagine che gli permetteva di accusarmi.
Al ritorno ricevetti un messaggio dalla cugina seduta alla cena. Si chiamava Francesca. Scriveva che le dispiaceva non essere intervenuta prima e che nel gruppo di famiglia circolavano versioni confuse dell’accaduto. Alcuni parenti avevano compreso la spiegazione dell’ambulanza; altri sostenevano che Marco avesse soltanto fatto una domanda legittima. Francesca voleva sapere se potesse correggerli.
«Puoi dire che non c’era nessun tradimento e che la fotografia mostrava un soccorso sanitario», risposi. «Per il resto, preferisco parlare io quando sarò pronta.»
Non aggiunsi dettagli medici. Una volta avevo pensato che il matrimonio comportasse il dovere di spiegare sempre tutto alla famiglia dell’altro. Adesso sentivo il bisogno di distinguere ciò che riguardava la mia salute da ciò che Marco aveva scelto di rendere pubblico.
Tornai da Sara prima di sera. Avevo recuperato dal nostro appartamento qualche vestito, i documenti e il computer. Marco aveva lasciato un biglietto sul tavolo: «Parliamo senza testimoni». Pensai che quella richiesta, in altre circostanze, mi sarebbe sembrata ragionevole. Il problema era che lui aveva preteso testimoni quando credeva di potermi colpire, e adesso cercava riservatezza perché non sapeva sostenere le conseguenze.
Aprii la fotografia ricevuta la sera precedente e controllai le informazioni disponibili. Non potevano dirmi chi avesse fatto lo scatto, né dimostrare da sole l’intenzione di Marco. Potevano però ricordarmi un fatto elementare: l’ambulanza non era mai stata nascosta nell’immagine originale. Era stato il modo di mostrarla a cancellarla.
Scrissi a Marco proponendo di incontrarci il giorno dopo, in un luogo tranquillo. Gli dissi che avrei ascoltato ciò che aveva da dire, ma che non avrei accettato accuse generiche né scuse per averlo «messo in imbarazzo». Prima di inviare il messaggio, aggiunsi una richiesta semplice.
«Voglio sapere come è arrivata la foto sul tuo telefono, e voglio una risposta completa.»
Questa volta non rispose immediatamente. Dopo circa mezz’ora comparve una sola frase: «C’entra mia madre. Ma non come pensi». Lessi quelle parole seduta al tavolo di Sara, con i fiori di Marta in un bicchiere d’acqua. Teresa, dunque, sapeva qualcosa della fotografia da prima della cena. Dovevo ancora capire quanto.













