«Papà, prima che tu apra il regalo, dobbiamo dirti una cosa.»
Ada aveva appoggiato sul tavolo della cucina una scatola avvolta in carta verde. Mio figlio Tommaso era accanto a lei, con le mani ferme sulle ginocchia. Quando un ragazzo che comunica anche con le mani le tiene immobili in quel modo, significa che sta scegliendo con molta attenzione quello che dirà.
Era il 19 marzo, la festa del papà. A Parma, quella mattina, pioveva con una pazienza esasperante. Dal forno sotto casa arrivava il profumo delle zeppole e nella nostra cucina c’erano tre piatti, tre tazze e nessuno dei soliti biglietti scherzosi.
«Si è rotto qualcosa?» chiesi.
Tommaso scosse la testa. Ada guardò suo fratello, poi me.
«È qualcosa che abbiamo fatto noi.»
Mi chiamo Lorenzo Valli. Ho cinquantun anni e una piccola tipografia in una traversa di via Trento. Da dodici anni cresco da solo Ada e Tommaso. Non sono gemelli: lei ha vent’anni, lui diciannove, e litigano su tutto, dalla musica in macchina alla temperatura del termosifone. Su una cosa, però, si sono sempre capiti senza bisogno di discutere: quando uno dei due ha paura, l’altro gli resta vicino.
Tommaso è sordo da quando una meningite, a tre anni, gli ha tolto l’udito. Per anni ho ascoltato gente spiegarmi che cosa avrebbe potuto o non avrebbe potuto fare. Nel frattempo lui imparava la lingua dei segni italiana, disegnava intere città su fogli da pacchi e trovava il modo di farmi capire quando ero io a non comprendere.
Ada, da bambina, si metteva fra noi due per tradurre quello che ancora non sapevo esprimere. Poi, crescendo, si è stancata di quel ruolo, e aveva ragione. Un fratello non dovrebbe dipendere dalla disponibilità di sua sorella per essere ascoltato dal proprio padre. Ho frequentato corsi di LIS, fatto errori imbarazzanti, ricominciato. Ancora oggi, quando mi agito, Tommaso mi ferma e mi fa ripetere una frase più lentamente.
La loro madre, Irene, se n’è andata quando Ada aveva otto anni e Tommaso sette. Non è scomparsa in una notte di tempesta. Ha riempito due valigie in un sabato qualsiasi, mentre i bambini erano a casa dei nonni, e ha detto che non ce la faceva più. Non sopportava gli appuntamenti, le discussioni con la scuola, il bisogno continuo di adattare ogni cosa. Soprattutto, diceva di non riuscire più a riconoscersi in quella vita.
Non le ho impedito di andarsene. Ho provato a convincerla a farsi aiutare, le ho chiesto di restare almeno abbastanza da salutare i figli. Mi ha risposto che avrebbe chiamato. Le telefonate, per qualche mese, sono arrivate a intervalli incerti. Poi sono cessate.
La tipografia era di mio padre. Prima lavoravo per un’azienda di imballaggi; lo stipendio era migliore, gli orari peggiori. Ho preso in mano l’attività per poter accompagnare Tommaso alle visite e Ada a scuola, anche se per i primi anni il negozio rendeva appena abbastanza da pagare l’affitto e l’inchiostro.
Ci sono stati giorni brutti. Una sera ho bruciato la cena perché cercavo di rispondere a un insegnante e a un cliente contemporaneamente. Un’altra ho trovato Ada, undicenne, addormentata con i quaderni aperti, ancora in attesa che la aiutassi. Non le ho mai raccontato che mi ero seduto sul pavimento del corridoio a piangere per la vergogna.
Ma non siamo stati soltanto una famiglia in difficoltà. Siamo stati anche le partite a carte, le gite sul Po, il primo computer montato da Tommaso con pezzi usati, Ada che cantava malissimo mentre impaginava volantini per me. Abbiamo riso molto più di quanto la gente immagini quando sente parlare della nostra storia.
Ora Ada aveva ricevuto un’offerta per un tirocinio di restauro a Firenze. Tommaso stava valutando un percorso di grafica a Milano, con interpreti e servizi accessibili già verificati da lui. Io avevo cominciato a fare finta che quelle distanze non mi spaventassero.
«Papà.» Tommaso attirò la mia attenzione battendo delicatamente le dita sul tavolo. Segnò una frase, con Ada che rimaneva in silenzio: «Prima di tutto, noi stiamo bene.»
Risposi in LIS, un po’ rigido: «Allora ditemi.»
Ada fece scorrere il telefono verso di me. Sullo schermo c’era la fotografia di due bambini davanti a una torta di compleanno. Li riconobbi subito. Ada indossava un vestito giallo; Tommaso stringeva un aeroplanino di legno che avevo costruito una domenica.
Sotto la fotografia, in caratteri eleganti, si leggeva: «Una madre non smette mai di esserci. La storia di Irene e dei suoi figli».
Il logo era quello di un’associazione che non conoscevo: Ripartire Insieme.
«Dove l’avete trovata?» domandai.
«Online, a novembre», rispose Ada. «All’inizio pensavo fosse soltanto una foto vecchia.»
Tommaso prese il telefono, aprì un’altra pagina e me la mostrò. C’era il volto di Irene, più maturo di come lo ricordavo, davanti a un gruppo di volontari. Il testo annunciava un incontro pubblico sulle famiglie che affrontano la disabilità.
Sentii montare una rabbia antica, ma tenni la voce bassa.
«Non avevate bisogno di cercarla.»
«È proprio questo il punto», disse Ada. «Non l’abbiamo cercata noi per primi.»
Tommaso guardò sua sorella, poi segnò qualcosa che mi costrinse a posare la tazza.
«Sono quattro mesi», tradussi ad alta voce, per essere sicuro di aver capito. «Quattro mesi che parlate con vostra madre?»
Ada annuì.
«E ci siamo anche incontrati con lei. Due volte.»
Dalla strada arrivò il rumore di un motorino che passava sulla pioggia. Io continuavo a fissare la fotografia della torta. Ricordavo perfettamente quel compleanno. Ricordavo anche chi aveva tenuto in mano la macchina fotografica.
Non era stata Irene.













