Quando Martina Bellini entrò nella sala vetrata di Villa Bellini, sul lago di Garda, nessuno la vide subito. Fu per questo che sentì sua matrigna dire la verità con tanta naturalezza.
«Martina non ha mai avuto davvero un ruolo qui. Enzo le voleva bene, certo, ma l’albergo è sempre stato una cosa nostra.»
Carla Moretti sorrise all’uomo seduto alla sua destra, Andrea Serra, direttore acquisizioni di Arco Hospitality. Accanto a lei, Matteo Bellini fece girare lentamente il bicchiere di vino.
«Mia sorella è brava a fare consulenze e presentazioni», aggiunse. «Ma non sa cosa significa tenere aperto un albergo dodici mesi l’anno.»
Qualcuno rise piano.
Martina rimase ferma vicino all’ingresso con il trolley ancora accanto alla gamba. Era rientrata da Milano da meno di un’ora. Per sette mesi aveva seguito la ristrutturazione di un hotel storico che rischiava la chiusura, lavoro che suo padre Enzo le aveva chiesto di accettare pochi giorni prima di morire.
“Impara come si salva una struttura quando tutti pensano che sia troppo tardi”, le aveva detto.
All’epoca Martina aveva creduto che parlasse del suo lavoro.
Ora non ne era più sicura.
La cena era stata organizzata per presentare agli investitori la nuova stagione di Villa Bellini. Nel messaggio di Carla non c’era una parola sulla vendita. Solo: “Sarebbe bello averti qui. Tuo padre avrebbe voluto.”
Martina attraversò la sala.
Matteo fu il primo a notarla. Il sorriso gli sparì dal volto.
«Sei già arrivata.»
«A quanto pare.»
Carla si alzò in fretta. «Martina, tesoro. Pensavo venissi domani.»
«Anch’io pensavo che stasera si parlasse della riapertura.»
Andrea Serra si mise in piedi e le porse la mano con una cortesia improvvisamente più prudente.
«Andrea Serra. Arco Hospitality.»
«Martina Bellini.»
Lui esitò per un istante, come se il nome gli fosse più familiare di quanto volesse mostrare.
Sul tavolo c’erano cartelline con il logo dell’albergo, tabelle di occupazione, stime sui ricavi e una bozza di piano industriale. Sotto una delle cartelline Martina vide un documento con una cifra cerchiata: 6,4 milioni di euro.
Non fece domande.
Carla le indicò una sedia. «Stavamo valutando una partnership.»
Matteo si lasciò sfuggire un sospiro. «Una cessione di maggioranza. È la soluzione migliore.»
Martina lo guardò.
«Di cosa?»
«Dell’hotel.»
Il silenzio durò abbastanza da permetterle di sentire il tintinnio delle posate nella sala ristorante al piano inferiore.
«State vendendo Villa Bellini?»
Carla appoggiò entrambe le mani sul tavolo. «Stiamo proteggendo ciò che tuo padre ha costruito.»
«Vendendolo senza dirmelo.»
«Non avevamo bisogno di coinvolgerti in una fase preliminare.»
Matteo le spinse una cartellina.
«In realtà ti serve solo firmare questo. È un consenso alla transizione operativa. Una formalità.»
Martina non toccò la penna.
Aveva passato gli ultimi dieci anni a leggere contratti, piani di ristrutturazione, covenant bancari e accordi di gestione. Le persone che chiamavano qualcosa “una formalità” di solito speravano che nessuno leggesse la pagina quattro.
Aprì la cartellina.
Non era un consenso operativo.
Era una ratifica preventiva di delibere societarie già adottate e un’impegnativa a non contestare la cessione delle quote di Bellini Lago S.r.l., la società proprietaria dell’hotel.
«Chi ha approvato queste delibere?»
Matteo incrociò le braccia. «Io e Carla.»
«Con quale percentuale?»
Carla cambiò espressione.
Prima che potesse rispondere, la porta della sala si aprì.
Lorenzo Ferri entrò con una borsa di cuoio consumata. Era stato il commercialista di suo padre per quasi trent’anni. Aveva i capelli ormai bianchi e l’abitudine di parlare soltanto dopo aver controllato due volte ogni numero.
«Scusate il ritardo.»
Matteo si irrigidì.
Lorenzo salutò Andrea, poi vide Martina.
Si fermò.
Guardò lei, poi i documenti sul tavolo, poi di nuovo lei.
«Non sapevo fossi rientrata.»
«Nemmeno io sapevo che stavano vendendo l’albergo.»
Lorenzo non disse nulla.
Andrea Serra prese la parola. «Signor Ferri, proprio bene. Stavamo cercando di chiarire la struttura proprietaria prima di procedere alla due diligence finale.»
Lorenzo posò lentamente la borsa.
«La struttura proprietaria?»
Matteo intervenne subito. «È tutto nei documenti che ti abbiamo inviato.»
«No.»
Una sola parola.
Carla impallidì.
Lorenzo aprì la borsa, estrasse una visura camerale aggiornata e la mise davanti ad Andrea.
«Quelli che avete inviato erano prospetti interni. Questa è la situazione legale.»
Martina abbassò lo sguardo.
Bellini Lago S.r.l.
Quote: Martina Bellini, cinquantadue per cento.
Matteo Bellini, ventiquattro per cento.
Carla Moretti, ventiquattro per cento.
Per qualche secondo non riuscì a collegare quel numero alla propria vita.
Poi ricordò sua madre Lucia.
Quando era morta, Martina aveva ventidue anni. Le aveva lasciato la nuda proprietà della sua quota nella società, mentre Enzo aveva mantenuto l’usufrutto e i diritti di voto per tutta la vita. Martina aveva firmato atti che allora non aveva capito davvero. Suo padre aveva continuato a gestire tutto, come prima.
Alla morte di Enzo, l’usufrutto si era estinto.
La quota era diventata pienamente sua.
Lorenzo guardò Matteo.
«Qualunque trattativa di cessione della maggioranza senza il consenso di Martina non può essere presentata come approvata dalla società.»
Andrea chiuse lentamente la cartellina davanti a sé.
Carla si sedette.
Matteo invece rimase in piedi.
«Papà voleva che gestissi io.»
Lorenzo non alzò la voce.
«Può darsi che te l’abbia detto. Ma la società non si governa con quello che qualcuno ricorda di aver sentito a cena.»
Poi si rivolse a Martina.
«C’è un’altra cosa che devi sapere.»
Martina sentì il peso di tutti gli sguardi nella stanza.
Lorenzo indicò la cifra di 6,4 milioni.
«Questa vendita non serve soltanto a uscire dall’attività.»
Fece una pausa.
«Serve a coprire debiti che Villa Bellini non avrebbe mai dovuto avere.»













