La pioggia mi colava dal bavero quando mio figlio maggiore mi mise cinquanta euro in mano e richiuse il cancello.
Mi chiamo Vittorio Bellandi, ho sessantanove anni e per quasi mezzo secolo ho costruito Bellandi Macchine, un’azienda nata in un capannone preso in affitto alle porte di Bergamo e diventata un gruppo industriale con stabilimenti in tre Paesi. I giornali economici stimavano il mio patrimonio in più di duecentottanta milioni di euro. Ma quella sera non volevo essere visto come l’imprenditore.
Volevo sapere chi avrebbe aperto la porta a mio padre se non avessi avuto più niente da offrire.
Avevo preparato tutto con l’avvocata di famiglia, Laura Ferri: una storia credibile su un’indagine fiscale, conti bloccati e accesso sospeso agli uffici. Avevo nascosto il telefono vero nella fodera del cappotto, indossato vestiti usati e camminato sotto la pioggia prima di suonare al primo citofono.
Lorenzo viveva in una villa sulle colline sopra Bergamo. Anni prima avevo saldato io il suo mutuo.
Quando mi vide, rimase fermo sotto il portico.
«Papà, che è successo?»
Non mi abbracciò. Non mi fece entrare. Guardò prima il cappotto, poi le scarpe bagnate, infine la strada alle mie spalle.
Gli raccontai la storia che avevo preparato. Dissi che i conti erano congelati, che non potevo usare le carte e che avrei avuto bisogno di un divano per una notte, forse due.
Sua moglie comparve dietro di lui.
«Domani abbiamo gente a cena», disse a bassa voce, come se io non potessi sentirla.
Lorenzo si passò una mano tra i capelli.
«Papà, non sappiamo cosa c’è dietro questa storia. Se davvero c’è un’indagine, non voglio che qualcuno venga qui a fare domande.»
«Ho solo bisogno di dormire al caldo.»
Lui abbassò lo sguardo. Per un attimo sperai.
Poi tirò fuori il portafoglio, contò due banconote da venti e una da dieci e me le mise nel palmo.
«Prendi una stanza vicino alla stazione. Domani ci sentiamo.»
Il cancello si richiuse con un rumore metallico.
Rimasi lì qualche secondo, con cinquanta euro in mano e l’acqua che entrava nella scarpa sinistra.
Lei organizzava eventi per marchi di moda e lusso. Quella sera era in uno showroom in zona Porta Nuova. Quando mi vide, il suo sorriso sparì.
Mi prese per un braccio e mi trascinò dietro una parete divisoria.
«Che ci fai qui vestito così?»
Le raccontai la stessa storia.
Quando arrivai alla frase “non ho un posto dove andare”, Elisa guardò verso la sala piena di clienti e fotografi.
«Papà, qui non puoi restare. E a casa mia domattina arriva una troupe per un servizio.»
«Ti sto chiedendo un divano.»
Lei inspirò lentamente, poi aprì la borsa.
Mi porse cento euro.
«Prendi un taxi e vai in un albergo. Appena capisco cosa sta succedendo ti chiamo.»
«E se non mi fanno entrare perché non ho documenti?»
Per la prima volta mi guardò davvero.
Pensai che avrebbe cambiato idea.
Invece disse: «Non complicare le cose, per favore.»
Uscii senza rispondere.
Avevo centocinquanta euro in tasca. Restava Davide.
Davide aveva trentaquattro anni, lavorava come infermiere su un’ambulanza del 118 e viveva con sua moglie Marta in affitto a Sesto San Giovanni. Quando aveva rifiutato un posto nel gruppo Bellandi, gli avevo detto che stava buttando via il futuro per un lavoro malpagato.
Non me lo aveva perdonato. Forse aveva ragione.
Arrivai davanti al suo palazzo poco prima delle undici. Il citofono funzionava male. Bussai direttamente alla porta del pianerottolo.
Davide aprì quasi subito.
Indossava pantaloni della tuta e una maglietta blu dell’emergenza sanitaria. Mi guardò dalla testa ai piedi.
«Papà?»
Non gli diedi il tempo di fare domande.
«Ho avuto dei problemi. Posso restare qui stanotte?»
Si spostò immediatamente.
«Entra.»
Una parola.
Nessun calcolo.
Marta, incinta di otto mesi, uscì dalla camera con i capelli raccolti e una coperta sulle spalle.
«Madonna, sei fradicio.»
Mi fece sedere in cucina, accese il termosifone e portò un asciugamano. Davide si inginocchiò davanti a me per sfilarmi le scarpe bagnate.
«Questa va buttata», disse guardando la suola aperta.
«Non posso permettermene un’altra.»
Alzò gli occhi verso di me.
Non rise. Non sospirò.
«Allora domani troviamo una soluzione.»
Raccontai anche a lui dell’indagine, dei conti bloccati, di Lorenzo e di Elisa.
Davide ascoltò fino alla fine.
Poi disse: «Puoi restare quanto serve.»
«Avete il bambino in arrivo.»
«Appunto. È una casa di famiglia.»
Quella notte dormii sul loro divano.
Verso le cinque mi svegliò il rumore di voci dietro la porta della camera.
Davide parlava piano.
«Posso vendere la moto. Tanto con il bambino la userò meno.»
Marta rispose subito: «È l’unica cosa che usi per andare ai turni quando finisci tardi.»
«Ci servono soldi per la spesa e per le medicine di papà, se davvero non può usare il conto.»
Ci fu un lungo silenzio.
Poi Marta disse: «Ce la faremo. Non lo mandiamo via.»
Mi coprii gli occhi con l’avambraccio.
Per anni avevo giudicato Davide perché non aveva scelto il percorso che avevo preparato per lui. In quella stanza piccola, con centosettanta euro rimasti sul loro conto e un figlio in arrivo, lui stava pensando di vendere la cosa che gli serviva per lavorare pur di tenermi al sicuro.
Alle sette e venti presi il telefono nascosto nella fodera.
Laura rispose al secondo squillo.
«Hai deciso?»
Guardai Davide addormentato sulla poltrona, perché mi aveva lasciato il divano più comodo.
«Sì.»
«Procedo?»
«Procedi con il bonifico. E porta i documenti.»
Quaranta minuti dopo, una berlina nera si fermò davanti al palazzo.
Davide era in cucina quando suonarono.
Mi vide togliere dalla tasca il telefono che, secondo la mia storia, non avrei dovuto avere.
Poi vide Laura Ferri entrare con una cartella di pelle.
Marta rimase immobile accanto al tavolo.
Davide non disse nulla.
Laura appoggiò la cartella tra le tazze della colazione, la aprì e fece scivolare verso di lui il primo foglio.
In alto, sotto il logo della banca, c’era una cifra con sei zeri.













